Un debutto che Spac

Luigi dell'Olio
24/01/2011

In Borsa le società-veicolo per le quotazioni delle Pmi.

Un debutto che Spac

Spac, private equity o Aim? Quello che si prospetta per le Pmi italiane in cerca di capitali freschi per rafforzarsi sui mercati non è un gioco di sigle, ma un ventaglio di opportunità mai così ricco, di cui svela pregi e difetti Bruno Gattai, numero uno in Italia della law-firm Dewey & LeBoeuf.

Italy1 alternativa ai fondi private

A giorni approderà a Piazza Affari Italy1 Investment, la prima Spac (acronimo di Special porpuse acquisition company) italiana, promossa sul finire dell’estate da Vito Gamberale (numero uno del fondo infrastrutturale F2i), Gian Maria Gros Pietro (economista industriale), Roland Berger (consulente tra i più in voga sul mercato) e Carlo Mammola (amministratore delegato del fondo di private equity inglese Argan Capital).
UNA SOCIETÀ- VEICOLO. Sulla scia del successo ottenuto da questi strumenti all’estero, debutta quindi anche nel nostro Paese la società-veicolo che, attraverso la quotazione, raccoglie capitali da destinare poi all’acquisizione di una Piccola e media impresa. Una sola e questa è una peculiarità della Spac rispetto a un fondo di private equity, oltre al fatto di essere quotata in Borsa: «Una volta completata l’acquisizione», ha spiegato Gattai, «la società-bersaglio viene fusa con il veicolo e si trova quotata».

Il controllo resta nelle mani dell’imprenditore

Italy1 Investment punta a raccogliere fino a 150 milioni di euro con la quotazione e dichiara di voler acquistare una società in Italia con un equity compreso tra 300 milioni e un miliardo. «Se la Spac raccoglie 150 milioni e acquisisce un’azienda da 450 milioni», ha spiegato a titolo di esempio il legale, «l’imprenditore conserverà saldamente il controllo della propria azienda, avendo ancora in mano i tre-quarti del capitale. In questo senso la Spac consente di aprire l’azienda all’accesso di capitali freschi utili per restare competitivi, e di competenze capaci di migliorare le strategie aziendali, senza tuttavia rinunciare al controllo dell’azienda».
INVESTIMENTO A SCADENZA. Le Spac hanno un periodo di vita limitato, 18-24 mesi, entro il quale sono tenute a firmare una lettera d’intenti finalizzata a un investimento. In caso contrario, la Spac viene sciolta e agli azionisti viene rimborsato il capitale versato. Le condizioni per la diffusione dello strumento ci sono tutte, ma al momento c’è un solo soggetto sul mercato: «Gli altri aspettano di capire come andrà Italy1 Investment e che direzione prenderà il mercato nelle prossime settimane», ha sottolineato il legale.

Con il private equity si selezionano gli investitori

A differenza della Spac, il private equity non è quotato. «L’imprenditore che decide di aprire il capitale a un fondo chiuso, preferisce,  a differenza della Spac, delimitare la schiera dei nuovi investitori», precisa il legale. «La scelta può essere dettata anche da altre motivazioni come incrementare le capacità di gestione attraverso l’ingresso di manager capaci o dirimere alcune controversie sorte nella famiglia imprenditoriale».
LA CESSIONE DELLE QUOTE. Il fondo può entrare come socio di maggioranza o di minoranza, con un conseguente diverso grado di autonomia nelle scelte: in entrambi i casi, comunque, obiettivo del private equity è effettuare il disinvestimento dopo un periodo solitamente compreso tra tre e cinque anni. Cosa che può avvenire cedendo le quote a un nuovo investitore (spesso un altro fondo), allo stesso imprenditore di maggioranza o attraverso la quotazione in Borsa.
IL FONDO PRELUDIO. Anche su questo fronte sono in corso movimenti importanti nel mercato italiano: Ugf Merchant Bank ha da poco annunciato di aver lanciato Preludio, fondo che punta a raccogliere 100 milioni di euro (metà dei quali sono stati messi a disposizione dalla capogruppo Unipol) da investire nell’acquisto di quote minoritarie di piccole o medie imprese con buone potenzialità di crescita.

Il listino per le Pmi

L’altra possibilità è la quotazione diretta sul mercato. In questo caso l’imprenditore raccoglie capitali affidandosi a una platea indeterminata e sconosciuta di investitori. Nei giorni scorsi il presidente dell’Abi Giuseppe Mussari, nel corso della sua audizione alla Commissione finanze della Camera, ha lamentato i costi eccessivi della quotazione in Borsa: «Circa 800-900 mila euro», in molti casi troppi per una Pmi.
La cifra si riduce a un terzo se si sceglie la quotazione sull’Aim (Alternative investment market), listino nato nel 2009 sulla scia dell’omonimo inglese, che presenta regole semplificate rispetto al listino principale: in fase di ammissione non è prevista la pubblicazione di un prospetto informativo, sostituito da un documento semplificato di ammissione, e successivamente non è richiesta la pubblicazione dei resoconti trimestrali di gestione.
LA VERIFICA DELLA QUOTAZIONE. Per evitare che a pagare il prezzo della semplificazione siano gli investitori, viene tramutata da Londra la figura del Nomad, responsabile nei confronti di Borsa Italiana di valutare l’appropriatezza delle società che richiedono l’ammissione. Anche in questo caso, tuttavia, l’Italia è indietro, con appena undici società quotate, contro le oltre 2 mila del listino londinese. Le cause sembrano le stesse di sempre: di fronte a un mercato relativamente nuovo tanti restano in attesa, molti piccoli imprenditori continuano a guardare con diffidenza al mondo della finanza e al tempo stesso ci sono pochi investitori istituzionali focalizzati sulle Pmi.