Un Lingotto per due

Marianna Venturini
22/01/2011

A Torino, il confronto tra Veltroni e Bersani sul futuro del Pd.

da Torino

Tutto fuorché una semplice riunione di area. Il primo appuntamento pubblico dei Modem, il Movimento democratico fondato da Beppe Fioroni, Paolo Genitoloni e Walter Veltroni, al Lingotto di Torino ha assunto da subito il profilo della convention a tutti gli effetti piuttosto che l’occasione per ribadire le ragioni della minoranza.
Colpa del luogo, lo stesso dal quale Veltroni aveva scelto di lanciare la sfida del Pd nel 2007 e delle polemiche che hanno visto l’esponente democratico fronteggiarsi con l’attuale leader Pier Luigi Bersani sulla gestione per partito. Del resto Veltroni già dai giorni precedenti aveva parlato di «Pd pride» per spiegare il perché dell’incontro.

«Sì a un governo istituzionale»

Prima dell’intervento dell’ex sindaco di Roma che ha aperto la manifestazione sono stati trasmessi gli ultimi minuti del film Bobby che racconta l’assassinio del candidato alla Casa Bianca, Robert Kennedy.
Un’operazione a cuore aperto per la sala gialla del Lingotto, stipata di persone. Del resto le evocazioni strumentali sono sempre state un punto di forza dell’ex segretario che è tornato sul ‘luogo del delitto’ dove prese il via il Partito democratico il 27 giugno 2007.
Veltroni ha paragonato gli ultimi giorni di berlusconismo all’ammiraglia Vasa che affondò per un colpo di vento nel XVII secolo sotto gli occhi dei maestri d’ascia di Stoccolma, che non poterono fare molto per evitare che s’inabissasse.
MEGLIO ABRAMO DI ULISSE. Poi ha elencato le cinque proposte per rilanciare il partito e soprattutto la sua strategia per uscire dalla crisi politica: «Un governo istituzionale che unisca tutti per la stesura di una legge elettorale e portare a termine il federalismo». Una situazione di compromesso per archiviare Silvio Berlusconi e «porre limite a un governo pericoloso».
Lecito, dunque strizzare l’occhio alla Lega e non escludere potenzialmente nessuno da questa coalizione immaginaria.
«La strategia delle alleanze non conta», ha detto con fermezza Veltroni davanti al suo pubblico. No quindi alle «attese di Ulisse, che ha nostalgia della propria terra»; meglio credere alla «speranza di Abramo di terre e cieli nuovi» perché è «una fortuna essere italiani».

«Il Pd deve diventare il primo partito del Paese»

Veltroni, padre putativo del progetto del Pd, non vuole rinunciare all’idea del bipolarismo: «C’è una destra moderata che non è quella berlusconiana che può contrapporsi al nostro centrosinistra riformista». E Vendola? L’ex segretario non ha dimenticato di citare la parte più estrema dello schieramento «che esiste, ma rimane staccata da noi». Ecco perché «ogni riedizione dell’Unione sarebbe un suicidio politico». Il nodo delle alleanze, nell’ottica veltroniana, va superato: «Se saremo molto forti, le altre cose andranno da sé. Ci verranno a cercare».
L’OBIETTIVO. Veltroni non ha intenzione di abbandonare la sua creatura politica e ha chiesto al Pd di «proporre agli italiani una visione del futuro, un progetto coraggioso di cambiamento e una proposta di governo autorevole».
Solo così il Partito democratico «può tornare a crescere a riconquistare le menti e i cuori degli italiani, fino a rendere realistico l’obiettivo di diventare il primo partito del Paese, il promotore e il protagonista di quel ciclo riformatore solido e duraturo che l’Italia non ha mai conosciuto nella sua storia».

L’appello: «Non ci devono più essere ex»

La platea si è infiammata quando Veltroni ha ricordato le diverse anime dei democratici: popolare, diessina e democristiana. Quindi ha lanciato l’appello più azzardato: «Basta essere ex». Che il proprio passato possa essere vissuto con difficoltà, del resto, non è cosa nuova, specie dopo i ripetuti messaggi di rinnovamento lanciati dai rottamatori, Beppe Civati e Matteo Renzi (leggi l’articolo).
Piero Fassino, ultimo segretario dei Ds e cofondatore del Pd, in un’intervista a Panorama aveva sottolineato la necessità di far emergere una nuova generazione di «dirigenti nativi del Pd». Persone che hanno iniziato la loro esperienza nella nuova forza politica e che non portino sulle spalle il peso delle storie dei partiti cha lo hanno fondato.
Per Fassino «i più giovani hanno le spalle più leggere». Invece Veltroni ha preferito togliere le etichette a tutti per costruire l’identità unitaria di cui ha bisogno il partito.

La ricetta di Bersani: «Un Pd progettuale e attrattivo»

«Nell’intervento di Walter non ho registrato lontananze sul piano politico programmatico. C’è un partito pronto alla battaglia». Ha esordito così il segretario Pier Luigi Bersani dal palco del Modem, in veste di ospite guadato con sospetto e accolto con una ritrosia dalla platea che aveva sostenuto Veltroni.
Dopo l‘intervista alle Invasioni barbariche (leggi l’articolo), il leader democratico è parso sempre intenzionato a rilanciare il partito: «Quest’anno deve segnare un appuntamento di riflessone idea di rinnovamento».
LA SVOLTA DEL SEGRETARIO. La rivoluzione pensata da Bersani è a 360 gradi: «Non ho mai avuto dubbi sull’autonomia del Pd», anzi, «ho sempre avuto l’idea di un partito progettuale che deve essere attrattivo. Il Pd è ineludibilie e indispensabile ma non deve sembrare esclusivo». Questa è stata la ricetta che Bersani ha contrapposto al sogno veltroniano.
Siccome al di là dei proclami pubblici ci sono sempre un bacino di voti e consenso da conquistare, l’esponente democratico ha promesso: «Garantirò ogni posizione, ma poi bisognerà costruire una direzione di marcia univoca. È il mio compito, faticoso e bello».
IL GRANDE ASSENTE. Se Rosy Bindi, presidente del partito, ed Enrico Letta erano assenti giustificati a causa dei funerali di Enrico Micheli, c’è stata un’assenza di peso che, però, non ha rovinato l’atmosfera: quella di Massimo D’Alema (leggi l’articolo). Il presidente del Copasir, mai citato dal palco, era il vero spettro che aleggiava nella fiera torinese.
Se il rapporto con Bersani può avere un profilo dialogante, certe vecchie ruggini per Veltroni sono più difficili da scordare.