Un museo in casa

Enzo Ciaccio
29/01/2011

La storia di Bonelli, custode solitario della memoria del Sud.

Un museo in casa

Pappina al manzo, rilievo di pesce, uova, funghi alla provenzale. E poi fritto di triglie, crema gelato e caffè. È ritenuto il più antico menù italiano e risale al 1845. Fu stampato in occasione di un congresso internazionale di scienziati che si tenne a Napoli. E ora è qui, custodito fra migliaia di carte e oggetti rari in questa che nel rione chiamano con soggezione la “Casa delle Cento Memorie”, tre stanze anonime e servizi al piano ammezzato di un condominio in provincia di Napoli. Rarità. Meraviglie.
Risale al 1947 lo stato di famiglia di Achille Lauro, il “comandante” sindaco negli anni dell’assalto edilizio. Ha ancora le marche da bollo con l’effigie del re Vittorio Emanuele. Documenti preziosi, curiosità a non finire. C’è una carta che dimostra come negli anni ’20 a Napoli si praticava la raccolta “porta a porta” dell’immondizia, una sorta di “differenziata” ante litteram che da allora in città resta irrisolta utopia.

Curiosità, documenti, lettere: una casa archivio

Montagne di cimeli, accatastati un po’ ovunque. Da un cassetto del comò spunta un foglio in cui si certifica che «la forchetta a quattro denti» fu inventata a Napoli da tal Gennaro Spadaccini, gran ciambellano di corte, su ordine di Ferdinando di Borbone che desiderava un oggetto «per meglio gustare la pizza e gli spaghetti». Copia unica. Al mondo. Data del documento: 1802.
Copia unica è anche una giocata del lotto datata 4 gennaio 1834. Le vincite si pagavano in ducati. E a identico periodo risalgono le splendide cartelle acquerellate della tombola napoletana, conservate in una teca appesa alla parete. Come sacra reliquia.
Re Carlo III, narra la storia, proibì il gioco del lotto in periodo natalizio perchè le famiglie contraevano troppi debiti. Queste, per dispetto, risposero inventando il “lotto a casa”, cioè il gioco della tombola.
MUSEO CHE NON C’È. E che dire dei 150 anni di unità d’Italia? 1860, ecco una lettera datata 22 giugno. Annuncia la visita di Garibaldi a Napoli. Un’altra, dello stesso periodo, fa reclame a una fabbrica di guanti. Napoli, nel settore moda e sartoriale, era a livello di Parigi.
Tre stanze. E servizi. Briciole di metri quadri. Sopra a una mensola giacciono le matrici in legno delle carte napoletane di epoca borbonica, una meraviglia col giglio dello stemma reale inciso sul dorso. Risalgono al 1825. Quattro lingotti, ciascuno con i dieci semi dall’asso al dieci. È qui, fra mensole stipate di carte e mobili rigonfi, che “si arrangia” (e ogni giorno cresce) la “Casa delle Cento Memorie”, il più straordinario (e dimenticato) “Museo che museo non è” che racconta le epoche di Napoli e del Sud d’Italia. Migliaia di pezzi. Che fanno storia. Storia del gelato, per esempio. O degli orologi. O dei maccheroni. E di mille curiosità. Documenti introvabili che si alternano ai più remoti oggetti del vivere quotidiano.

La sfida di Bonelli: un vero Museo della memoria partenopera

Ad animare (da solo) questo museo casalingo è un giovane collezionista di 39 anni, Gaetano Bonelli, che fin dall’adolescenza va in giro per il mondo a raccogliere tutto quanto narra della città che più ama e dei suoi più reconditi umori. Impegno faticoso, il suo. E costoso. Una vita dedicata.
E spese a non finire. «Investo il 70% di quel che guadagno. Ma dei miei tesori non vendo nulla. E mai venderò. Chiedo alle istituzioni napoletane e agli imprenditori di venire a vedere quel che ho messo insieme con passione e sacrifici. Il mio sogno è far sì che nasca un Museo della Memoria che ricordi le cose belle che Napoli ha prodotto nei secoli. Bastano 150 metri quadri. Magari in una delle tante chiese sconsacrate».
TESORO IGNORATO. Costerebbe quasi nulla, spiega Bonelli. E garantirebbe rilevanti ritorni economici e di prestigio. «Una bella risposta di orgoglio e cultura al degrado e alla violenza che ci opprimono. Ma nessuno finora mi ha dato retta» sottolinea con rammarico.
Storia surreale, la sua. Di recente Bonelli ha offerto alle istituzioni locali di esporre gratis una straordinaria terracotta policroma firmata Vincenzo Gemito. Gli è stato risposto: «Spiacenti, manca lo spazio». La terracotta è alta 78 centimetri. Noncuranza, distrazione. Eppure l’ex sovrintendente del teatro San Carlo, Francesco Canessa, ha definito la collezione «straordinaria, anzi unica». E un giudizio entusiasta ha espresso il presidente della Fondazione Banco di Napoli, Adriano Giannola. Monete, canzoni e musica, vedutistica.

Una collezione poliedrica: «Ma a nessuno interessa valorizzarla»

L’elenco dei reperti è infinito. C’è l’imbarazzo della scelta per chi volesse celebrare sul serio i 150 anni di unità di patria. Si passa dalle locandine preunitarie di stampo borbonico (un centinaio, introvabili) ai biglietti per salire sui primi tram a cavallo fino alle lettere autografe di Matilde Serao e di Enrico De Nicola, dalle fedi di credito (1763) del Banco di Napoli scritte ancora a mano, ai manifesti (1783) della prima mongolfiera (inventata a Napoli da tal Tiberio Cavallo che “dimenticò”, dicono, di registrarne il copyright).
Prezioso è l’ ‘ultimo atto sovrano’, il proclama con cui Francesco di Borbone annuncia agli italiani che «la vostra bandiera sarà a tre fasce verticali».
LE LETTERE. Ed ecco fra le carte un elenco dei volontari di Garibaldi cui fu assegnato un fucile. Una crocetta segnala gli analfabeti. In un’altra lettera, degli anni ’50, E. A. Mario, il paroliere di La leggenda del Piave, scrive al sindaco Lauro: «Grazie per quanto fate per Napoli». Ordine nel disordine.
Si cerca a naso, spulciando fra le indistinte meraviglie. In corridoio c’è la più antica locandina che si conosca. La data: 1854. Lo spettacolo: al teatro Fiorentini. La prima locandina “unitaria” risale invece a nove giorni dopo la proclamazione del regno d’Italia, il 17 marzo. Al teatro san Carlo è di scena lo Stabat Mater. Rossini era vivente. L’esecuzione affidata «al cavalier Mercadante».
LA LOCANDINA ‘UNITARIA’. È del 1857 un biglietto di ingresso per il teatro San Carlo. Quarta fila. Numero 12. Sul tavolino in salotto c’è l’autografo di Eduardo Scarpetta, padre naturale del grande Eduardo. Ecco la prima locandina di Miseria e Nobiltà. E c’è il necrologio che gli americani diffusero nel 1921 alla morte del tenore Enrico Caruso. E ancora: 1844, le ferrovie borboniche avvertono che sono previsti sconti «per notabili e uomini di giacca». Quindici anni più tardi un atto parlamentare chiede «un’inchiesta sui bisogni delle popolazioni del Sud d’Italia» e sostiene che «l’unico rimedio sarebbe l’invio di Garibaldi».
«Sobbalzo a ogni telefonata», confessa Bonelli, «perché qualsiasi proposta per me è fonte di gioia, ma anche di impegni sempre più gravosi. Lei è qui da due ore, ma della collezione ha visto solo il due o tre per cento. E ora mi spieghi: perché nessuno mi dà una mano?».