Un pieno di polemiche

Redazione
04/02/2011

di Lorenzo Berardi Tempi duri per gli automobilisti britannici. Stando ai dati pubblicati dal sito specializzato Petrol Prices negli ultimi...

Un pieno di polemiche

di Lorenzo Berardi

Tempi duri per gli automobilisti britannici. Stando ai dati pubblicati dal sito specializzato Petrol Prices negli ultimi giorni il prezzo della benzina nel Regno Unito è salito alle stelle toccando le attuali 1,28 sterline al litro pari a 1,51 euro, mentre il diesel costa in media 1,33£ (1,57€).
Facendo il raffronto con il costo del carburante nei distributori italiani disponibile sul sito Prezzi Benzina si nota come Oltremanica fare il pieno sia più caro che in Italia, dove per un litro di benzina oggi si spendono in media 1,49 euro, mentre il diesel ne costa 1,38.
Una differenza a sfavore del Regno Unito che andrebbe comparata con il costo medio della vita e il reale potere d’acquisto delle due valute, ma che certo salta all’occhio. Soprattutto considerando che a Londra si trovano i quartieri generali di due colossi del settore come Bp e Shell e che la Gran Bretagna può contare su una maggiore disponibilità di pozzi petroliferi grazie alla suddivisione dei ricchi giacimenti presenti nel Mare del Nord.

I profitti di Shell sotto accusa

Se in Italia l’opinione pubblica lamenta le elevate accise e le imposte sul carburante, nel Regno Unito sono i recenti interventi economici approvati dal primo ministro e dal suo responsabile per le Finanze, George Osborne, a finire sotto accusa.
Come ricorda una lettera inviata allo stesso Osborne dalla Retail motor industry, associazione che rappresenta i due terzi dei distributori britannici: «L’aumento del costo del greggio, il raddoppio della Vat (l’Iva britannica) portata al 20% e l’inflazione al 4,7% nell’ultimo periodo hanno provocato l’impennata dei prezzi per il consumatore».
Dalla parte dei distributori si schiera anche la stampa britannica che se la prende con la coalizione di governo, ma anche con le compagnie petrolifere. I giornali inglesi non perdonano l’atteggiamento di alcuni fra i principali colossi del carburante che continuano a incrementare i propri profitti e non paiono affatto toccati dal clima di austerity che si respira nelle isole britanniche.
AUMENTI INGIUSTIFICATI. Come riportato dall’Independent, risale a giovedì tre febbraio, infatti, l’annuncio ufficiale dei profitti 2010 di Royal Dutch Shell. L’anno passato il gruppo petrolifero di proprietà anglo-olandese al quarto posto nel mondo per volume di mercato ha ottenuto guadagni netti per 11,5 miliardi di sterline (13,6 miliardi di euro). Un incremento che sfiora il raddoppio dei sei miliardi di utili conseguiti da Shell nel 2009.
Il tutto, a fronte di prezzi del carburante per il consumatore che il quotidiano definisce «stravaganti e ingestibili», rimarcando come «l’incremento effettivo del costo della benzina nel Regno Unito da aprile a oggi avrebbe dovuto essere di un penny al litro, mentre nella realtà ha raggiunto i sei pence».
E quando persino un tabloid nazionalpopolare per eccellenza come il Sun si scaglia contro i guadagni di Shell e gli interventi del governo lanciando una petizione online per introdurre un calmiere che congeli il costo della benzina, allora è il caso che David Cameron cominci a preoccuparsi.

Bp continua a perdere olio

In questo contesto, la stampa britannica riporta le dichiarazioni a sorpresa del presidente di Shell, lo svizzero Peter Voser, che ha affermato come la compagnia petrolifera «soffra quanto gli automobilisti per via dell’incremento dei prezzi al consumo».
Una frase che rischia di suonare come una presa in giro, viste le 440 sterline al secondo guadagnate dal colosso anglo-olandese. Tuttavia, Voser non teme di passare per impopolare e in un articolo pubblicato sul Daily Mirror di venerdì quattro febbraio, sostiene che «il 70% degli aumenti finisce nelle tasche dello Stato britannico», consigliando ai consumatori di rivolgere le proprie rimostranze direttamente al governo.
CRISI BP. Se Shell canta vittoria, almeno nei numeri, continuano invece i tempi difficili per un altro colosso petrolifero britannico come Bp che continua a pagare le conseguenze economiche del disastro ambientale avvenuto lo scorso aprile nelle acque del Golfo del Messico.
Nel 2010, infatti, la compagnia petrolifera ha registrato una perdita del 3% rispetto all’anno precedente e, con il costo delle operazioni per ripristinare la normalità nella vasta area attorno alla ex piattaforma Deepwater Horizon lievitato a 25 miliardi di sterline, non si vede come il gruppo possa riuscire a riprendersi nell’arco di breve tempo. Una soluzione potrebbe essere l’aumento di qualche pence dei prezzi di diesel e benzina ma, vista la situazione attuale, difficilmente gli automobilisti britannici saranno disposti ad aiutare Bp a uscire dalle proprie cattive acque.