Una chat incastra Assange

Redazione
16/12/2010

di Gea Scancarello I sospetti di Mark Stephens, legale londinese di Julian Assange, sono fondati. «Mi hanno informato che ad...

Una chat incastra Assange

di Gea Scancarello

I sospetti di Mark Stephens, legale londinese di Julian Assange, sono fondati. «Mi hanno informato che ad Alexandria, in Virginia, è all’opera un gran jury che sta cercando qualsiasi cosa per incriminare il mio cliente», aveva detto pochi giorni or sono. Adesso, risulta, gli americani hanno capito come farlo: concorso in cospirazione. Per aver colloquiato con l’ufficiale Bradley Manning attraverso Internet, invitandolo a fornirgli il materiale. Cosa che questi fece, copiando su un cd di Lady Gaga centinaia di migliaia di informazioni militari riservate.

La chat della cospirazione

Che prima o poi una strada per bloccare Assange gli Stati Uniti l’avrebbero trovata era quasi scontato. Soprattutto, considerata la solerzia con cui da settimane Eric Holder e gli altri procuratori lavorano a qualcosa che lavi la figuraccia internazionale cui le rivelazioni di Wikileaks costringono quotidianamente Hillary Clinton e soci di fronte al mondo. Secondo ilNew York Times, tuttavia, le cose iniziano a delinearsi chiaramente.
Nel mirino degli investigatori ci sono le conversazioni avute su una chat criptata (leggi pezzi delle conversazioni digitali di Manning online sul settimanale americano Wired) pubblicata tra Assange e Manning, in cui l’australiano sollecitò il giovane e gli fornì l’accesso ai server di Wikileaks, con un canale preferenziale per accelerare le operazioni di travaso del materiale. Manning raccontò l’accaduto a un hacker amico, Adrian Lamo, che si decise infine a denunciarlo alle autorità.

Aggirare il First Amendment

La notizia fa tirare un sospiro di sollievo alla Casa Bianca. Da mesi, da quando cioè in estate Wikileaks rivelò al mondo il video in cui due soldati americani ammazzavano civili in Afghanistan, i legali dell’amministrazione si stanno spaccando la testa per capire come fermare l’operato di Assange.
Non basta certo l’accusa di stupro e molestie per cui gli svedesi hanno costretto Mr. Wiki a dieci giorni di detenzione in cella a Londra, e forse chiederanno l’estradizione il 16 dicembre a Londra. Gli States hanno bisogno di qualcosa di più sostanzioso per assicurarsi che Assange possa riposare al fresco di una cella federale. Ma il tanto amato First Amendment, primo emendamento, della loro Costituzione, ha sempre impedito loro di ricorrere allo strumento legislativo più facile, l’Espionage Act . La norma, del 1917, proibisce la divulgazione di informazioni che possano mettere a repentaglio la sicurezza nazionale. Un principio contrastato dal primo articolo della Carta, che garantisce libertà di parola a tutti: incluso a chi ha segreti scottanti da rivelare.

Manning teste chiave, ma Wiki lo ha messo sotto protezione

Incastrare Assange come cospiratore consentirebbe inoltre agli americani di evitare di dover prendere provvedimenti contro i giornali, incluso il New York Times, che da settimane quotidianamente fanno da eco alle rivelazioni di Wikileaks. Scagliarsi contro i media potrebbe essere un boomerang: un tentativo simile, nel 1970, con documenti riguardanti la guerra in Vietnam, finì malamente per i pubblici ministeri Usa.
La chiave di volta è quindi cercare di convincere Manning a collaborare, facendolo testimoniare contro Assange: se dicesse che è stato l’australiano ad adescarlo, i giochi sarebbero fatti.
Ma la gente di Wikileaks ha pensato a Manning prima che lo facessero gli americani: non appena il soldato venne arrestato, a maggio, gli avvocati del sito gli offrirono assistenza e iniziarono una raccolta fondi per lui. Il denaro dovrebbe tornare utile proprio in questi giorni in cui Manning è destinato a finire alla sbarra. Per quanto lavori il grand jury, insomma, non è detto che Assange e i suoi non abbiano anticipato ogni mossa.