Ungheria, la Ue non paga

Gea Scancarello
06/10/2010

Fanghi tossici: i danni sono a carico di Budapest.

La pietra tombale sulle speranze ungheresi si chiama Environmental liability directive, direttiva sulle responsabilità ambientali, approvata dall’Unione europea (Ue) nel 2004. Stabilisce un principio chiaro, su cui pochi troverebbero da obiettare: chi inquina, pulisce. Talmente corretto che anche l’Ungheria, entrata nella Ue il 1 maggio 2004, lo ha fatto proprio, inserendolo nella legislazione nazionale. Il giorno dopo il disastro ambientale più grosso del Paese, però, qualcuno a Budapest si starà mangiando le mani per quel moto di coscienza.

Un fiume tossico di 700 mila metri cubi

All’alba di martedì 5 ottobre tra i 600 e i 700 mila metri cubi di fango tossico sono esondati dagli argini del deposito all’aria aperta della Mal, gigante della produzione di alluminio e derivati, una delle prime voci dell’economia ungherese: la marea ha invaso la confinante cittadina di Ajka, 100 chilometri a sud di Budapest, e si è poi riversata sulle aree urbane adiacenti, Kolontar, Devecser e Somlovasarhely, uccidendo quattro persone (tre risultano disperse) e intossicandone in modo grave altre 121, di cui 61 ricoverate negli ospedali della capitale. 
L’origine dell’incidente non è stata ancora acclarata: le piogge abbondanti hanno certamente aumentato la pressione sulle sponde del contenitore di liquami, ma indiscrezioni rivelano che l’azienda aveva riversato nel bacino di decantazione dell’alluminio una quantità di residui maggiore di quella consentita.

Secondo la Ue deve pagare l’azienda

Il peggio, tuttavia, deve probabilmente ancora arrivare. Mentre 500 operai cercano di prestare i primi soccorsi alla popolazione rimasta senza nulla, e le confinanti Slovacchia, Austria e Slovenia dichiarano lo stato di emergenza, la marea di fango si dirige verso il Danubio, lasciando dietro di sé una scia tossica le cui conseguenze sull’ambiente sono imprevedibili. «Il terreno è contaminato, così come le acque e tutta la natura circostante», ha raccontato una funzionaria del dipartimento dell’Ambiente della Commissione europea, «Calcolare i danni oggi è impossibile e chi azzarda delle stime è un irresponsabile. La cifra circolata sui media, 38 milioni di euro, è quantomeno una previsione al ribasso».
Sul chi tirerà fuori i soldi, invece, a Bruxelles non hanno dubbi: stando alla direttiva, il risanamento dei danni ambientali spetta all’azienda che li ha provocati. «In Ungheria al momento dicono di poter far fronte all’emergenza e non hanno chiesto aiuto alla Ue», ha precisato Joseph Hennon, il portavoce del commissario Ue all’Ambiente, Janez Potoknick. «Tuttavia, sappiamo che chiederanno un aiuto per sostenere i costi del risanamento sul lungo periodo, ed è tutt’altro che scontato che li riceveranno».
Il perché lo spiega chiaramente la funzionaria del dipartimento, incaricata della pratiche di aiuto finanziario agli Stati membri nei casi di emergenza: «Si è trattato di un disastro industriale e non del dispetto di un dio cattivo». La Ue, insomma, non scucirà un euro. Almeno non per l’ambiente martoriato.

Budapest spera nei fondi di solidarietà

«Gli ungheresi possono al più sperare di attingere ai fondi di solidarietà per dare una mano alla popolazione», ha proseguito Hennon.
Oltre all’enormità di soldi e tempo necessari per bonificare la zona dalla allumina, un materiale alcalino altamente corrosivo per l’uomo e l’ambiente, a turbare i sogni del primo ministro ungherese Viktor Orban è la necessità di trovare una sistemazione per decine di migliaia di persone sfollate dalle proprie case, che devono essere rifornite di qualsiasi cosa, inclusa l’acqua da bere, visto che i bacini sono inutilizzabili per il rischio contaminazione.
Denari, questi, che devono saltare fuori dal bilancio di Budapest, perché la direttiva precisa anche che l’azienda responsabile è tenuta solo a coprire i danni all’ambiente, e non quelli alle persone. Le speranze di milioni di ungheresi sono quindi appese alla generosità dei contribuenti europei. E con la crisi che spazza le finanze pubbliche nel Vecchio Continente, non è certo una buona notizia.