Come va Unicredit dopo il collocamento del bond

11 Dicembre 2018 07.00
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Il campanello d’allarme è suonato il 27 novembre: Unicredit ha collocato un bond da 3 miliardi di dollari a 5 anni, la più grande da gennaio (1,5 miliardi), presso un unico investitore istituzionale. L’operazione è andata a segno e la banca prevede un impatto positivo per gli attivi ponderati per il rischio (Rwa) di circa 73 punti base. Ma a preoccupare il mercato è stato il fatto che lanciare il bond con successo l’istituto guidato da Jean Pierre Mustier ha dovuto pagare un rendimento equivalente a 420 punti base sopra il tasso euro-swap, sei volte i 70 punti base extra-swap corrisposti per il bond senior sempre quinquennale non-preferred collocato solo a gennaio di quest’anno. Non solo. Ha fatto specie che l’intero pacchetto sia stato collocato presso un unico compratore, Pimco, il principale fondo obbligazionario del mondo (che tra l’altro aveva anche comprato parte del pacchetto di npl messi in vendita da Unicredit all’inizio del 2018).

CAMPANELLO D'ALLARME PER LE BANCHE PIÙ IN DIFFICOLTÀ

L’allarme è suonato per l’intero settore e soprattutto per quegli istituti che a un bond sono appesi per il rilancio come Carige e Mps: la crescita dello spread (qui l'andamento di Borsa del 10 dicembre) e il rallentamento dell’economia si stanno trasmettendo non solo ai tassi sui prestiti, ai conti pubblici e agli investimenti ma anche al costo della raccolta e al rifinanziamento delle banche rendendolo più gravoso e, in prospettiva, poco sostenibile. Un peso che rischia di vanificare in parte gli sforzi su Npl e capitale. In altre parole: se il bond Unicredit diverrà un benchmark, il livello di costo non è sostenibile e per questo tutto viene rimandato al 2019. Altro dubbio inquietante per il comparto: se Unicredit accetta queste condizioni di mercato pur di collocare in fretta il bond, teme che nei prossimi mesi ci sarà un ulteriore downgrade del rating tricolore?

I MALUMORI DEGLI AZIONISTI

Ma al netto dell’effetto spread che ha condizionato l’emissione del bond di Unicredit e l’effetto Unicredit che rischia di condizionare le altre future emissioni, in piazza Gae Aulenti va davvero tutto bene? Qualcuno nelle sale operative comincia a chiederselo. Così come, nella City milanese gira voce che qualche socio comincia a fare pressing sull’amministratore deelgato francese per capire come sono stati utilizzati i 13 miliardi raccolti nell’ultimo maxi-aumento di capitale.

IN PIAZZA GAE AULENTI SPUNTANO I "PIANI B"

Ad alimentare la sensazione che qualche difficoltà esiste, è il proliferare dei piani B messi sul piatto dalle banche d’affari. A cominciare da quello rivelato dal Sole24Ore lo scorso 21 novembre, dunque prima dell’emissione del bond: un piano consegnato ai vertici del gruppo per dividere in due Unicredit: da una parte le attività italiane, dall’altra quelle estere che comprendono Germania, Austria, Centro Est Europa, Turchia, Russia. Le «zavorre» italiane (2.516 filiali bancarie e 143 miliardi di prestiti alla clientela), secondo il Sole, sono sostanzialmente tre: il portafoglio dei crediti deteriorati, lo spread Btp-Bund stabilmente oltre 300 punti che brucia capitale di vigilanza, il rating della holding italiana che, in caso di declassamento del Paese nei primi mesi del 2019, potrebbe peggiorare il merito di credito dell’intero gruppo. In realtà, però, a zavorrare i conti dei primi mesi del gruppo – chiusi con un utile di 2,16 miliardi in calo del 53,7% rispetto ai 4,67 miliardi messi a bilancio nel 2017 – sono stati Erdogan e Trump. Mustier ha infatti deciso di svalutare per 846 milioni la quota nella controllata Yapi Kredi per le prospettive del Paese dopo il crollo della lira turca e ha anche aumentato gli accantonamenti – in tutto circa 741 milioni – per le sanzioni americane. E lunedì 10 dicembre, Yapi Kredi, ha incaricato – secondo quanto riportato da Bloomberg – Citigroup e Bofa-Merrill Lynch per la vendita sui mercati internazionali di un bond Additional Tier-1 da 1 miliardo di dollari per migliorare il capitale. L'istituto turco la primavera scorsa ha piazzato sul mercato un bond da 500 milioni di dollari nell'ambito di un aumento di capitale di 1 miliardo di dollari.

DAL 2013 AL 2017 CHIESTE RISORSE AL MERCATO PER 17,6 MILIARDI

Nel 2012 il gruppo era finito sotto inchiesta negli Usa per una possibile violazione delle sanzioni contro l’Iran da parte della sussidiaria tedesca Hvb, che la banca italiana ha acquistato nel 2005 (l’accordo con gli Stati Uniti è previsto nel primo trimestre 2019). Non solo, a sorpresa soffre quest’anno la Germania dove UniCredit ha visto calare i profitti e con un Roe sceso al 5%. Sul fronte delle sofferenze (portate in dote dall’ex Capitalia), dopo le maxi-pulizie Unicredit oggi ha sui deteriorati lordi/impieghi un 8,3% e un 3,5% sui deteriorati netti. Ma il passato ancora pesa: dal 2008 al 2017 il gruppo ha cumulato quasi 18 miliardi di perdite e ha effettuato svalutazioni di crediti deteriorati per 72 miliardi nel decennio. Solo dal 2013 al 2017 ha chiesto risorse fresche al mercato per 17,6 miliardi.

I DOLORI DI PIAZZA AFFARI: IN UN ANNO PERSO QUASI IL 40%

E non è finita. Il banchiere francese prepara «azioni correttive» per rafforzare il capitale. Tra queste la riduzione dei costi superiore ai target di piano, la riduzione del 35% della «sensibilità» del proprio Cet1 al differenziale sui Btp entro il 2019 e anche la cessione di un portafoglio immobiliare il cui valore è stimato dagli analisti attorno ai 500 milioni. E per dimostrare che il gruppo è solido e capace di affrontare i «venti contrari» del mercato, Mustier ha investito il suo stipendio lordo annuale (1,2 milioni) su titoli e strumenti di debito dell’istituto. Basterà al «soldato» Jean Pierre a rassicurare il mercato (nonchè un eventuale corteggiatore per l’eventuale risiko del 2019) che sul grattacielo di Unicredit tira aria di burrasca? Di certo navigare in mezzo alle onde di Piazza Affari non è facile: nell’ultimo anno il titolo ha lasciato sul terreno quasi il 40% con una capitalizzazione di 24,3 miliardi.

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