La solitudine di Mustier in Unicredit

La solitudine di Mustier in Unicredit

21 Dicembre 2018 09.17
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Jean Pierre Mustier è un po’ inquieto in questa vigilia di Natale. Lamenta di sentirsi un uomo solo al comando, di non avere un contraltare nemmeno tra i suoi più fidati collaboratori. Tutti yesman, tutti che gli dicono sì anche se poi nei corridoi manifestano non poche perplessità sul suo operato. Magari il banchiere francese, dal giugno 2016 alla guida di Unicredit, ha buone ragioni per lamentarsi. Certo è che il suo atteggiamento appare contradittorio: se usi il pugno di ferro, se non perdi occasione di dire «qui si fa come dico io o si va a casa», è poi difficile che qualcuno ti contraddica. Meglio stare coperti, e soprattutto allineati, e assecondare in toto l'ad per evitare di esser preso di mira come quel dirigente di una delle province estere del gruppo che in occasione di un incontro tra top manager osò dissentire, ricevendo in cambio l'invito a togliere il disturbo. Meglio abbozzare anche quando il francese fa capire ai dirigenti che sarebbe tanto gradito presentarsi davanti a lui con il marchietto dell’alce stampato sulla cravatta rossa (ognuno ne ha una pronta nel cassetto in caso di improvvisa chiamata del capo). Alce e sportello, insomma.

LO STRAPOTERE DI LOUISE TINGSTRÖM

Questa cosa dell’animale mascotte per altro non è una sua invenzione, ma il frutto della fervida fantasia di Louise Tingström, la svedese che Mustier al suo arrivo in piazza Gae Aulenti si è portato in banca per seguire la comunicazione. La peculiarità della signora è quella di non essere una dipendente (solo ben pagata consulente), ma di comportarsi come tale. Così, rispondendo direttamente all’ad, fa il bello e il cattivo tempo con modi bruschi e piuttosto perentori. All’interno, la chiamano poco amorevolmente la «Luisona» e mugugnano ogni volta che la vedono. Mustier se ne deve essere accorto e per legittimarne il ruolo le ha proposto l'assunzione, cosa che lei si è guardata bene dall’accettare. Con la sua Chandos communications, società di pierre con sede a Londra, guadagnava cifre che il pur generoso suo mentore non sarebbe in grado di darle. Solo in Italia, tanto per dire, ha avuto contratti con Poste e Assicurazioni Generali. Poi Tingström in omaggio all'omonimo ungulato ha fondato la società FinElk.

IL REGNO DI ELKETTE

L’ex legionario francese, che stravede per lei, all’epoca cercò anche di convincere un assai perplesso Paolo Gentiloni affinché il governo ne utilizzasse i servigi. Insomma, Louise è la Jim Messina di Unicredit, il capo ascolta ogni suo suggerimento, sfidando anche qualche sarcasmo quando ostenta in ogni occasione pubblica il pelouche dell’alce in mano. Ah, dimenticavamo, Elkette ha anche un suo profilo Instagram dove i dipendenti e lo stesso Mustier sono più volte immortalati con in mano il simpatico animaletto al cui fascino non ha resistito nemmeno Fabrizio Saccomanni, il banchiere che ha sostituito Giuseppe Vita alla presidenza dell’istituto.

LA CHIAMATA DI MAX HOHENBERG

Louise, nel suo fa e disfa, ha anche trovato il modo di scegliersi un capo della comunicazione su misura, chiamando dall’Austria Max Hohenberg, un passato da consulente, anche per il Vaticano. E poi ovviamente c’è lui, il sempreverde Maurizio Beretta, uno dei pochi dirigenti della passata gestione sopravvissuti alla purga di Mustier, diventato capo dei Public Affairs, praticamente il lobbista della banca, dopo l’uscita (polemica, ovviamente) di Giuseppe Scognamiglio, profondo conoscitore dei palazzi romani nonché amico personale di Massimo D’Alema.

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LA COPPIA MUSTIER-PARZANI

Insomma, Tingström regna sovrana, anche se non è più la sola donna presente nel cuore del capo. Da qualche mese, separatosi dalla moglie, erede di una ricca famiglia asiatica tra i principali azionisti della banca HSBC, (acronimo della potente Hongkong and Shanghai Banking Corporation), fa coppia con Claudia Parzani, pugnace presidentessa di Allianz Italia e partner dello studio legale Linklaters. Pur passato di moda, l’unione tra banca e assicurazione conserva sempre il suo fascino vintage, è la battuta che gira nei corridoi della sede grattacielo. Della sua separazione, curiosamente, diede spintanea notizia il Sole24Ore, che all’epoca dei fatti ne fece un articoletto di cui tutta la City milanese parlò.

LA CARRIERA DELL'EX LEGIONARIO

Mustier arrivò al vertice di Unicredit, dove era già stato il capo dell’investment banking sotto la gestione di Federico Ghizzoni, fortemente voluto dall’allora vicepresidente Fabrizio Palenzona, uomo di peso e fine tessitore di relazioni nei palazzi del potere. Naturalmente, appena insediato, nella migliore tradizione degli eredi che uccidono i padrini, lo fece fuori senza tanti complimenti. Ma all’epoca aveva il vento in poppa. Aveva lanciato e portato a casa un poderoso aumento di capitale da 13 miliardi di euro, e alla velocità della luce lo aveva accompagnato con una serie di dismissioni di alcune partecipazioni tra cui la più eclatante fu la vendita della Pioneer, la società del risparmio gestito, ai francesi di Amundi. Il governo italiano ci rimase male, anche perché in gara c’erano le Poste, con l’obiettivo legittimo di evitare che un pezzo importante del risparmio degli italiani venisse gestito Oltralpe. Niente da fare, l’operazione fu combinata tra francesi. Ma a far inviperire ancora di più l’esecutivo fu il rifiuto di Mustier di concorrere al salvataggio delle banche italiane in crisi, prima il Montepaschi poi le Popolari venete successivamente finite a Banca Intesa. Matteo Renzi e Paolo Gentiloni se la legarono al dito. E da allora l’ex legionario francese è visto a Roma come fumo negli occhi, una irritazione rincarata dal fatto che lui non si considera per nulla il numero uno di una banca italiana ma internazionale, di cui gli asset italiani sono solo una propaggine. Quegli asset che, per inciso, adesso vorrebbe scorporare per separare la parte buona (Germania, Austria ed Est Europa) da quella meno buona.

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I RAPPORTI CON L'ESTABLISHMENT FINANZIARIO SCRICCHIOLANO

Inizialmente sembrava volesse anche vendere la partecipazione in Mediobanca, di cui Unicredit è il primo azionista, per via di rapporti piuttosto complicati con Alberto Nagel, che di Piazzetta Cuccia è l’amministratore delegato. Ma tanto tuonò che alla fine non piovve, e l’intenzione si perse per strada. Pessimi i rapporti anche con l'establishment finanziario, specie dopo l'operazione condotta sullo Ieo (Istituto europeo di oncologia) in combutta con Leoardo Del Vecchio e all'insaputa di tutti gli altri soci, compresa Banca Intesa. Mustier, che ha venduto alla fondazione intitolata al patron di Luxottica la partecipazioni di Unicredit nell'istituto, voleva agevolarne la scalata. Tentativo per ora rimasto sulla carta per la pronta reazione degli altri azionisti.

LA RACCOLTA DI CAPITALI SUL MERCATO

Di recente l'ad di Unicredit è tornato sul mercato dei capitali. Siccome evidentemente un aumento da 13 miliardi non bastava, e nemmeno tutti i soldi incassati dalle dismissioni, ha emesso un bond da 3 miliardi di dollari pagandolo un’enormità, 420 punti base sopra il tasso euro-swap. E lo ha fatto rivolgendosi a un compratore unico, Pimco, senza passare per un beauty contest, cosa che ha innescato i malumori dei concorrenti del colosso californiano, i newyorchesi di Fortress in testa. Altro bond lo ha emesso più o meno in contemporanea la controllata turca Yapi Kredi per 1 miliardo di dollari. A questo punto una domanda ha cominciato a ronzare nella testa di qualche azionista: ma tutta questa imponente raccolta di denaro a cosa serve? Solo per rafforzare la patrimonializzazione del gruppo o per sostenere un piano industriale di espansione, così come Mustier aveva baldanzosamente lasciato intendere adombrando un possibile matrimonio sempre francese con Société Générale? Persino l’alce scuote la testa dubbiosa. E dall’esterno si comincia a intravvedere qualche preoccupante debolezza. Non solo economica, ma di organizzazione della banca, che molti dall’interno lamentano essere disarticolata e un po’ abbandonata a se stessa.

VERSO LA RIORGANIZZAZIONE DI UNICREDIT

Del resto non si può pretendere che uno con l’imprinting di banchiere d’affari possa gestire con la stessa brillantezza con cui si destreggia nel merger&acquisition una realtà complessa e difficile come quella di una banca commerciale presente oltretutto in diversi Paesi. Non a caso, quando fu nominato ad, Luca di Montezemolo, che di Unicredit era vicepresidente, e Francesco Gaetano Caltagirone, allora influente azionista, gli avrebbero preferito un banchiere di stampo classico, un gestore di aziende più che un investment banker. Mustier, che ora percepisce i malumori di alcuni soci (per quanto ormai la struttura del capitale sia quella di una public company) avrebbe deciso di correre ai ripari con l’obiettivo in tempi brevi di prendere un nuovo direttore generale in sostituzione dell’attuale Gianni Franco Papa. E ora dovrà obtorto collo dedicarsi alla riorganizzazione della banca tralasciando i sogni di gloria, sogni che oltretutto gli attuali numeri non consentono. Unicredit in pochi mesi ha quasi dimezzato la sua capitalizzazione di Borsa (oggi è di circa 20 miliardi). Il mercato ha fatto sua la netta percezione che la banca non sappia dove andare, e che il suo leader giochi in difesa. A questo punto, col titolo che rischia di sfondare al ribasso la soglia psicologica dei 10 euro (lo ha fatto il 21 dicembre), c'è la seria possibilità di passare da cacciatore a potenziale preda. Magari, a sentire i rumors, del Banco di Santander, che ne capitalizza più del doppio e se lo mangerebbe in un boccone.

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