Un’inchiesta che Scotti

Redazione
08/12/2010

di Antonietta Demurtas Perché percorrere 800 chilometri dal Sud per smaltire rifiuti in un impianto di coincenerimento di Pavia? Perché...

Un’inchiesta che Scotti

di Antonietta Demurtas

Perché percorrere 800 chilometri dal Sud per smaltire rifiuti in un impianto di coincenerimento di Pavia? Perché attraversare l’Italia, dalla Puglia alla Lombardia, per un’attività che altri siti più vicini avrebbero potuto svolgere? È questo l’interrogativo a cui gli inquirenti della Procura di Pavia e della Direzione distrettuale antimafia di Milano stanno cercando di dare una risposta.
Analizzando i faldoni dell’inchiesta Dirty energy, gli investigatori cercano di chiarire le molte parti ancora oscure della vicenda che il 17 novembre 2010 ha portato alla chiusura dell’impianto Riso Scotti Energia e all’arresto di sette persone (tra queste il presidente della società Giorgio Radice, il direttore Massimo Magnani e Giorgio Francescone, amministratore delegato e responsabile ad interim) con le accuse di falso, truffa, frode in pubbliche forniture e traffico illecito di rifiuti.
La società Riso Scotti Energia fa parte del gruppo Riso Scotti ed è nata nel 2002 con l’obiettivo di produrre energia pulita da biomasse – in particolare dalla lolla di riso, che è lo scarto della riseria -, attività per la quale sono disponibili importanti incentivi statali.
Ma a finire nell’inceneritore, secondo le accuse, non sono state solo le biomasse vegetali, bensì rifiuti di varia natura, spesso pericolosi e nocivi, che tra il 2007 e il 2009 avrebbero dato vita a un vero e proprio traffico illecito di materiale proveniente da varie parti d’Italia e trasportato a Pavia, con un giro d’affari di circa 30 milioni di euro.
Le indagini, coordinate dal procuratore capo Gustavo Adolfo Cioppa, sono durate oltre un anno e mezzo. Controlli telematici, intercettazioni, pedinamenti e videoregistrazioni hanno portato all’iscrizione di 12 persone nel registro degli indagati e a 60 perquisizioni in tutta Italia, da Nord a Sud, dalla Toscana alla Liguria, dalla Puglia alla Lombardia.
Centinaia i documenti, le autorizzazioni, le analisi di laboratorio e le fatture sequestrate e da controllare per capire se l’ecobusiness della Riso Scotti energia passasse anche attraverso conti correnti non trasparenti.

I numeri della truffa: oltre 36 milioni di euro

Secondo quanto accertato dagli inquirenti, infatti, delle 40 mila tonnellate di rifiuti entrate nell’inceneritore di Pavia, oltre 25 mila presentavano certificati di analisi falsi o attestanti la non conformità. E altre 11.300, provenienti dall’impianto di trattamento livornese della società Lonzi Metalli, indicavano un codice di identificazione fittizio. In tutto, più o meno, 36 mila tonnellate illecite.
Quanto ha reso tutto questo alla società pavese, nota per la sua pubblicità in tivù e sui giornali?
Finora sono stati oltre 28 i milioni di euro incassati dalla Riso Scotti Energia per la produzione di elettricità “pulita” pagati dal Gestore di servizi energetici (Gse), la società pubblica che eroga gli incentivi destinati all’energia da fonti rinnovabili, e che avrebbe anche versato altri 521 mila euro di contributi senza sapere che erano derivati dall’illecito uso di un secondo generatore (non denunciato) che immetteva in rete elettricità a tariffa agevolata.
A questi si aggiungono altri 164 mila euro che – secondo l’accusa – la Riso Scotti Energia ha guadagnato dalla vendita illecita di lolla di riso ad altre aziende e allevamenti, oltre a 973 mila euro ricavati dal mancato smaltimento delle polveri di abbattimento fumi.
E all’elenco, come vedremo più avanti, vanno aggiunti i circa 7 milioni pagati in più da alcune aziende per poter smaltire sostanze pericolose all’interno dell’impianto pavese.
In totale si arriva a guadagni illeciti per circa 36,6 milioni, euro più euro meno.

Rifiuti urbani mischiati con quelli ospedalieri

Funzionava così: materiali che non erano conformi alle autorizzazioni, venivano ugualmente bruciati dopo una modifica del codice europeo di identificazione del rifiuto (Cer).
Tra questi, quelli sui cui si stanno ora concentrando gli accertamenti, i pericolosi rifiuti ospedalieri di cui sono state trovate tracce tra i cumuli di lolla di riso.
Questi rifiuti prevedono un trattamento speciale prima di poter essere eliminati, ma in alcuni casi non hanno subito la sterilizzazione adeguata per poter essere assimilati ai rifiuti urbani. Un’inadempienza compiuta da alcuni impianti di smaltimento del sud Italia, il cui comportamento ora è al vaglio degli inquirenti.
Sotto la lente di ingrandimento è il codice Cer 19 12 10 (quello che identifica il Cdr, combustibile da rifiuti), il cosiddetto “codice della discordia”, che già nel marzo del 2009 portò alla chiusura dei due termovalizzatori di Colleferro, in provincia di Roma.
Anche in quel caso il business era rappresentato dai maggiori ricavi e dalle minori spese di gestione dei rifiuti che venivano prodotti e commercializzati come Cdr, pur non avendone le caratteristiche, ma qualificabili in parte, invece, come rifiuti speciali, anche pericolosi, e quindi non utilizzabili nei forni dei termovalorizzatori per il recupero energetico.
I rifiuti sanitari sterilizzati, non assimilati ai rifiuti urbani in quanto smaltiti in impianti di produzione di combustibile derivato da rifiuti (Cdr) o in impianti che utilizzano i rifiuti sanitari sterilizzati come mezzo per produrre energia, devono essere infatti raccolti e trasportati separatamente dai rifiuti urbani utilizzando il codice Cer 19 12 10.
Nell’impianto Riso Scotti energia è invece stato riscontrata la presenza di un “simil Cdr” composto da rifiuti urbani macinati e mischiati con quelli ospedalieri, prima della sterilizzazione.

Metalli e polveri di abbattimento con la lolla

Nell’inceneritore, secondo l’inchiesta, sono finiti quindi materiali diversi da quelli autorizzati. Venivano utilizzati nella produzione di energia elettrica e termica, insieme con le biomasse vegetali, anche rifiuti di varia natura, legno, plastiche, imballaggi, fanghi di depurazione di acque reflue urbane ed industriali ed altri materiali misti, che per le loro caratteristiche chimico fisiche superavano i limiti massimi di concentrazione dei metalli pesanti, cadmio, cromo, mercurio, nichel, piombo ed altri, previsti dalle autorizzazioni. 
Un operaio dell’impianto, per esempio, racconta agli inquirenti di aver visto «in più occasioni scaricare sul cumulo di lolla il contenuto di sacchi bianchi di tela, che in molti casi provenivano dai filtri fumi e contenevano le polveri leggere di abbattimento dei fumi dell’impianto di incenerimento. Una volta scaricate sul cumulo di lolla le polveri di abbattimento venivano miscelate per mezzo di pala meccanica». Così come ha visto «scaricare  sul cumulo di lolla i rifiuti» trasportati dall’esterno.
Ai magistrati risultano alterati, per esempio, i certificati di analisi dei rifiuti provenienti dalla Asm di Prato, in particolare per i valori del mercurio e del cromo. Che venivano modificati in laboratorio a seconda delle esigenze.

La prassi prevedeva analisi truccate

Una modalità che il laboratorio Analytica, a cui si rivolgeva Riso Scotti energia, avrebbe adottato anche per le analisi dei rifiuti provenienti dalle società Masotina, Contarina e Veritas, S.E.R e Bergamo pulita. Cancellazioni, virgole spostate, correzioni, veri e propri certificati inventati, che aprivano le porte dello stabilimento a rifiuti spesso pericolosi e a volte non riconducibili ai reali produttori del rifiuto.
Secondo quanto registrato dalle indagini, infatti, la Riso Scotti Energia chiedeva di modificare il nome del proprietario del campione inviato al laboratorio con uno inventato.
La Procura di Pavia sostiene che l’ingresso delle circa 40 mila tonnellate di rifiuti gestiti illecitamente nell’impianto veniva reso possibile attraverso la falsificazione dei certificati d’analisi, con l’intervento di laboratori compiacenti e con la miscelazione con rifiuti prodotti nell’impianto, così da celare e alterare le reali caratteristiche dei combustibili destinati ad alimentare la centrale.
Nei casi in cui era troppo rischioso che il rifiuto arrivasse con un codice non conforme alle autorizzazioni, secondo quanto emerso dalle indagini sarebbe stato proprio il direttore dell’impianto Massimo Magnani a chiedere ad alcuni produttori o intermediari di rifiuti di portare direttamente il materiale con un codice Cer fittizio.
La richiesta sarebbe stata fatta alle società Bio.ge.co, Geo risorse e Lonzi metalli. In un’occasione, racconta il consulente ambientale di una società, davanti alla richiesta di portare nell’impianto un particolare rifiuto,  «Magnani mi rispose che era un materiale che poteva interessare, però per conferirlo dovevamo attribuire al rifiuto un altro codice Cer».

Il cuore dell’imbroglio nei codici fasulli

Il cambio del codice per nascondere i rifiuti pericolosi era una prassi consolidata: il più richiesto era quello del legno, non contenente sostanza pericolose. Ma andava molto anche quello degli imballaggi, sebbene poi i rifiuti fossero di tutt’altra natura.
Tra le pratiche illecite risulta anche quella di mischiare quanta più plastica possibile, ottima per alzare la temperatura durante l’incenerimento, mantenendo però il codice di identificazione del legno.
Con questa organizzazione si spiega come mai la Riso Scotti Energia non avrebbe mai respinto un solo carico di rifiuti. Anzi, viste la pericolosità e la maggiore difficoltà, avrebbe alzato il prezzo dello smaltimento sino a raddoppiarlo.
Facendo due conti, se ogni tonnellata di materiale veniva pagata circa 100 euro, il sovrapprezzo era di 200, quindi un guadagno di circa 7 milioni di euro per 36 mila tonnellate di rifiuti non conformi.
Un ecobusiness che per essere tale non aveva bisogno solo di certificati ad hoc, ma anche di un controllo delle emissioni favorevole. Per questo, secondo gli investigatori, dal 2007 al 2010 la Riso Scotti Energia avrebbe mantenuto in condizioni di malfunzionamento il sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni in atmosfera (s.m.e) in modo da far risultare nella norma i parametri riferiti all’ossido di carbonio e all’ossigeno.

Grazie al Cip 6 arrivavano i contributi

Truffato quindi non solo l’ambiente, ma anche lo Stato, che applicando la tariffa agevolata prevista dalla legge Cip 6 del 1992, riconosceva all’impianto la capacità di produrre energia elettrica attraverso biomassa e come tale la pagava con un sovrapprezzo, considerandola nella categoria delle fonti assimilate a quelle rinnovabili.
Senza sapere però che l’impianto aveva ottenuto anche un’altra autorizzazione dalla Regione e dalla Provincia per bruciare altri tipi di rifiuti, oltre alla lolla di riso e al cippato di legno.
In questo modo Riso Scotti Energia aveva assunto caratteristiche diverse da quelle indicate nelle convenzioni e quindi non avrebbe più dovuto usufruire dei finanziamenti pubblici per l’energia da fonti rinnovabili.
Su oltre 60 milioni di euro ricevuti grazie al Cip6, secondo i magistrati, almeno un terzo – i 28 milioni di cui abbiamo parlato all’inizio – sarebbero quindi stati incassati dall’azienda senza averne diritto.
Mentre le indagini continuano, il 17 dicembre è stata intanto fissata l’udienza in Tribunale a Pavia sul ricorso presentato dalla Procura, che chiede il sequestro dei 28 milioni di euro guadagnati dalla vendita di energia al gestore nazionale.
I magistrati Roberto Valli e Paolo Mazza, applicati per questa inchiesta alla Direzione distrettuale antimafia, a cui è passata la competenza sul caso, hanno inoltre chiesto la carcerazione per le sette persone arrestate il 17 novembre con le accuse di falso, truffa, frode in pubbliche forniture e traffico illecito di rifiuti.

Scarti nelle lettiere e catena alimentare a rischio

Ma un altro elemento preoccupante è emerso da questa inchiesta, la prima nazionale su un impianto a biomasse, su cui gli investigatori stanno effettuando analisi e controlli. È quello legato ai pericoli per il territorio.
In particolare il punto su cui sta lavorando la polizia giudiziaria, insieme con il nucleo investigativo provinciale di polizia ambientale e forestale del Corpo forestale dello Stato, è il possibile inquinamento della catena alimentare.
Tra i materiali combustibili, alla Riso Scotti Energia era infatti usata la lolla, lo scarto di lavorazione del riso, proveniente dall’adiacente riseria, che aveva inizialmente permesso la nascita dell’impianto a biomasse.
Ma, come abbiamo visto, la lolla era miscelata con polveri provenienti dall’abbattimento dei fumi, con fanghi, terre dello spazzamento strade e altri rifiuti conferiti da ditte esterne.
Dopo la miscelazione la lolla perdeva le caratteristiche di sottoprodotto e diventava un rifiuto speciale, anche pericoloso, che non poteva più essere destinato alla produzione di energia pulita, bensì avrebbe dovuto essere smaltito presso impianti esterni autorizzati.
Invece non solo la lolla veniva bruciata, ma quando nel 2004 altre autorizzazioni rilasciate dalla provincia pavese hanno ampliato le tipologie di rifiuti che potevano essere bruciati, il business diventò anche venderla.
E così quantitativi di lolla di riso contaminata sono stati ceduti non solo ad altri impianti di termovalorizzazione, come quello della Curtiriso, ma anche ad allevamenti avicoli e ad aziende agricole in Lombardia, Piemonte e Veneto, che la usavano come lettiera per gli animali.
Dal 2007 sarebbero almeno 5.473 le tonnellate di lolla uscite dall’impianto. Quante di queste erano contaminate e hanno inquinato la catena alimentare attraverso gli animali?

Tutti sapevano che la lolla era contaminata

Grazie alle intercettazioni telefoniche, ai pedinamenti e alle testimonianze di alcuni operai e dipendenti si è potuto attestare quanto questo commercio fosse continuo. A colpire è la consapevolezza, da parte sia di chi vendeva sia di chi comprava, che la lolla fosse mischiata con rifiuti.
Chi la ordinava, infatti, si raccomandava di avere quella più pulita. Un allevatore del bresciano arriva a sottolineare alla signora che rispondeva al centralino Scotti: «La portiamo negli allevamenti, ci serve senza plastica, che non sia contaminata con i coriandoli». Un altro acquirente chiede: «L’importante è che sia pulita, che non ci siano colombi morti».
E così capitava che chi la vendeva, sapendo che sui cumuli di lolla veniva versato di tutto, suggeriva di prendere la lolla «quella pulita, sotto, però non vorrei poi rischiare di farle morire le bestie». In un altro caso, dal centralino dell’impianto veniva proposto l’acquisto della lolla migliore: «Se ce la facciamo prendiamo quella un po’ bella, non brutta, il ragazzo la spala un po’ con la benna e riesce a prendermi quella bella».
Solo dopo la prima perquisizione nell’impianto, avvenuta il 6 ottobre del 2009 da parte del Corpo Forestale, la Riso Scotti Energia, rilevano gli inquirenti, ha iniziato a venderla unicamente a siti che la bruciavano, invitando invece gli allevatori a prelevare la lolla per le lettiere degli animali direttamente alla riseria.
Durante quella perquisizione, infatti, una telefonata partita dal centralino a uno degli intermediari che portavano i rifiuti e trasportavano poi gli stessi carichi di lolla miscelata, evidenzia la volontà del dipendente della Scotti di aspettare la partenza delle guardie per evitare di essere scoperti. Da qui la richiesta di «portare pazienza», perché, «potrebbero vedere come li carichiamo e non va bene, no?».