Università in carcere, una mappa

In tutta Italia gli studenti detenuti sono 796, l'1% del totale. Un diritto, quello allo studio, che però non è ancora garantito a tutti. I numeri dell'Associazione Antigone.

07 Luglio 2019 18.00
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Farsi la galera a volte coincide con prendersi una laurea. O almeno iniziare un percorso di studi, spesso l’unico filo a cui appigliarsi quando le porte del carcere si chiudono alle spalle. Le interminabili ore trascorse in cella di fronte a un muro ‘azzurro amministrazione’, possono infatti essere interrotte dallo studio e dagli esami “veri”, gli stessi del “mondo fuori”.

IN TUTTA ITALIA 796 STUDENTI DETENUTI

C’è chi inizia dalle medie, prosegue con le superiori e infine si iscrive all’università. E chi invece, da diplomato, inizia come una qualsiasi matricola. Gli studenti universitari in carcere nell’anno accademico 2018/2019 sono stati 796, distribuiti in 70 istituti e iscritti a 30 atenei. A tracciare la mappa, non solo geografica, è il XV rapporto dell’associazione Antigone pubblicato a maggio 2019.

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MASCHI E FEMMINE, STESSA PERCENTUALE

In numeri assoluti ci sono più detenuti studenti maschi rispetto alle donne, ma è solo una questione di proporzioni. La percentuale degli iscritti sul totale della popolazione carceraria è la stessa: circa l’1% del totale (60.476 gli uomini reclusi al 31 maggio, 2.648 le donne). E infatti le studentesse in carcere sono 26, gli studenti detenuti 743. Tra loro c’è chi sta scontando la pena in regimi speciali, più restrittivi, come l’alta sicurezza e il 41 bis (in tutto sono 223). Altri invece usufruiscono di forme di esecuzione della pena esterne (sono 52, di cui due donne). Questo significa che possono frequentare le lezioni in aula, conoscere colleghi e professori, studiare in biblioteca e rientrare la sera in cella.

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BOOM PER LE DISCIPLINE POLITICO-SOCIOLOGICHE

Ma cosa studiano gli studenti carcerati? Un quarto degli iscritti (il 25,6%) studia discipline politico-sociologiche. Al secondo posto, con il 18,6%, si piazzano le materie umanistiche (da Lettere a lingue fino al Dams). Seguono Giurisprudenza (15,8% degli iscritti), Scienze naturali, Agraria, Storia (9,2%), Psicologia ed Economia (attorno al 6%) e infine Ingegneria e Matematica.

Gli studenti detenuti iscritti all’università.

GLI ATENEI STORICI E IL CASO SARDO

Tra i poli universitari storici che hanno aperto ai detenuti come Bologna, Padova, Roma Tor Vergata, Milano e Pisa (con circa 60 iscritti ciascuno), spicca il caso di Sassari – seconda università sarda – che vive un boom con i suoi 51 iscritti. Addirittura nella piccola casa di reclusione di Nuchis, a Tempio Pausania, quasi la metà dei detenuti – 149 – frequenta la scuola, altri sono avviati alla laurea.

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UN DIRITTO MA NON PER TUTTI

I detenuti universitari possono anche esser trasferiti durante il percorso mantenendo (come spesso capita) il legame con il loro ateneo d’origine. Osservando la mappa interattiva creata con i dati della Cnupp (Conferenza nazionale dei delegati dei rettori per i poli universitari penitenziari) è evidente una distribuzione non omogenea degli iscritti: ci sono infatti regioni senza studenti-carcerati come Sicilia, Basilicata, Puglia e Molise ma anche Friuli Venezia Giulia e Val d’Aosta. Con due detenuti studenti seguono a stretto giro Abruzzo e la Provincia autonoma di Trento. Eppure studiare è un diritto, non uno sfizio. La legge che regola lo studio universitario in carcere esiste dal 1975 (numero 354), anche se ogni istituto ha dei regolamenti interni che fanno la differenza. Nei decreti legislativi di riforma dell’ordinamento penitenziario del 2018 mancano le applicazioni pratiche del diritto, sostengono gli addetti ai lavori. «Ogni istituto può declinare la legge con i suoi regolamenti e manca ancora un’omogeneità nazionale», conferma a Lettera43.it Emmanuele Farris, delegato rettorale del Polo universitario penitenziario sassarese e membro della Conferenza nazionale dei delegati.

L'”INFANTILIZZAZIONE” DEL RECLUSO

Gli esempi pratici vanni dai libri alle dispense, materiale acquistato ma che spesso impiega mesi ad arrivare a destinazione. Farris li definisce «diritti rallentati» che rientrano in un fenomeno noto come infantilizzazione del recluso. A ciò si aggiunge il nodo Internet. In alcune carceri – solo a certi tipi di regime – ne è concesso l’utilizzo a esclusivo scopo didattico. Ossia una pagina bloccata in cui è possibile monitorare esami, date, seguire video lezioni, interloquire con il tutor e i professori, nonché sostenere gli esami. La strada è ancora lunga. «Ma è possibile fare passi avanti», continua Farris, «pur tenendo conto delle indispensabili misure di sicurezza». Lo scopo ultimo è quello di rieducare, ricordare al detenuto di essere un cittadino con un pensiero al ‘dopo’.

“ISTRUZIONE DENTRO”, LA STORIA DI ADRIANO

«Mi mancano due esami, poi la tesi e presto arriverà per me la laurea in Ingegneria a Firenze». Parla con tono sicuro Adriano Pischedda, cinquantenne, detenuto ad Alghero da cui continua a seguire il suo corso di studi. «Sono entrato in carcere nel 1999, con la terza media», spiega. «Poi, ho iniziato a studiare per sbaglio, per far qualcosa. Ma non riuscivo, volevo smettere. Non ero convinto dell’utilità, ma soprattutto non ricordavo nulla. Numeri, passaggi, nulla. Non capivo, mi stancavo». Per sua fortuna educatori e insegnanti hanno insistito «”Ti devi solo allenare”, mi dicevano». E così è stato: prima il diploma di Ragioneria, poi quello di perito industriale e ora è a un passo dalla laurea. «Se avessi studiato da ragazzo, forse la mia vita sarebbe stata diversa», conclude. Ma questa è un’altra storia.

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