Istruzioni per una università senza barriere

Intervista a Luca Lantero, responsabile del segretariato del Processo di Bologna. Che nel 1999 si poneva l'obiettivo di creare «l'Europa della conoscenza».

28 Giugno 2019 16.28
Like me!

La libera circolazione dei cittadini europei passa anche per un’università senza barriere, così da facilitare lo scambio di conoscenze ed esperienze tra studenti, docenti e ricercatori. Nel 1999, 29 ministri dell’Istruzione dell’Ue diedero il via al “Processo di Bologna” per creare «l’Europa della conoscenza, ormai diffusamente riconosciuta come insostituibile fattore di crescita sociale ed umana e come elemento indispensabile per consolidare ed arricchire la cittadinanza europea». Nei giorni scorsi, si sono rivisti i rappresentanti di 42 Paesi (compresi alcuni fuori dai confini europei) per fare il punto su questo lavoro e per lanciare nuove sfide.

NUMERO DI STUDENTI IN DRASTICO AUMENTO

Luca Lantero, responsabile del segretariato del Processo di Bologna, dice a Lettera43.it: «Questa sfida, anche in via della ministeriale del 2020, è ancora più impellente perché il numero degli studenti nel settore della formazione superiore aumenterà drasticamente, creando una esigenza globale di formazione a livello terziario di qualità. Soltanto le economie emergenti avranno circa 63 milioni di studenti in più nel settore della formazione superiore entro il 2025 ed entro lo stesso anno si prevede che il numero a livello globale raddoppi fino a 262 milioni».

Luca Lantero, responsabile del segretariato del Processo di Bologna.
Luca Lantero

DOMANDA. Partiamo proprio dalla qualità in Italia: nelle classifiche internazionali soltanto i Politecnici sembrano garantire gli standard di qualità delle università straniere.
RISPOSTA.
Certo, i ranking ci dicono che c’è ancora un forte divario, ma se andiamo a vedere la valutazioni in base alle singole disciplina, l’Italia ha eccellenze sparse su un po’ tutto il territorio. In America, per intenderci, le top sono 15 ma su 3 mila. Senza dimenticare che abbiamo una grande forza che facilita gli scambi di conoscenze: siamo un Paese che sa accogliere gli studenti stranieri.

Un’altra incompiuta in Italia è il sistema 3+2.
Perché? Certo il modello è al centro di critiche in tutt’Europa: la Spagna ha sviluppato un modello 4+1, mettendo in difficoltà gli altri Paesi. Detto questo, ma il discorso vale anche in Russia, si scontano ancora i limiti di una cultura accademica cresciuta nei cicli unici. Ma, contemporaneamente, ci siamo settati su un sistema che incentiva le attività di specializzazione e quelle post laurea. Io credo che l’unica strada per continuare questo processo sia investire sulla qualità dei corsi.

Finora il governo sembra interessarsi soltanto alle regole per reclutare i ricercatori.
Secondo me, è il sistema nel suo insieme che dovrebbe muoversi più in maniera sistematica. Mi spiego meglio: noi abbiamo un settore dell’alta formazione artistica e musicale (accademie delle belle arti, conservatori, etc.) dove senza investire e grandi tatticismi attiriamo il 70% degli studenti stranieri.

Quindi?
Non tutti lo sanno, ma la Corea del Sud ha impegnato importanti risorse per costituire una sede di Santa Cecilia a Seoul. Abbiamo quindi un sistema dalle fortissime capacità attrattive che dovremmo cavalcare facendo più squadra.

Il Processo di Bologna è ancora attuale?
Certo, perché con gli anni il nostro raggio d’azione si è esteso dai valori fondanti come la libertà accademica e la centralità della studente rispetto alle nuove possibilità di apprendimento a concetti come il rapporto tra istruzione, tecnologia e innovazione oppure l’automatic recognition, la portabilità delle qualifiche dei titoli e delle competenze. In quest’ottica l’altro grande tema è l’apertura globale del Processo di Bologna ad altre regioni del mondo, non fosse altro perché a breve raddoppierà la popolazione studentesca dagli emergenti.

A che punto è la sua applicazione?
Se guardiamo all’Italia, l’unico deficit riguarda a oggi i sistemi di accreditamento della qualità dei corsi da parte delle istituzione, rispetto al lavoro stesso che fa l’agenzia Anvur. Non è un limite di quest’agenzia, ma scontiamo il fatto che questi concetti sono ancora giovani da noi.

Sempre in Italia siamo indietro gli atenei sono distanti dal mondo del lavoro.
L’occupabilità è un punto fondante del Processo di Bologna. Io, però, andrei oltre una discussione puramente accademica. In molti Paesi la ricerca si fa fuori dall’università, con la necessità – recepita dalla dichiarazione di Parigi – che dovremmo sempre più lavorare per l’integrazione, la cosiddetta European education area con l’European research area, più legata alle aziende.

Su questo fronte non aiuta il trattamento riservato a chi fa ricerca?
Il trattamento dei ricercatori in Italia è diverso da quello che avviene in altri Paesi. Ma ricordiamo che prima del 1980, da noi, non esisteva neppure lo strumento del dottorato sul modello Phd. Anche qui è utile allargare il modello, sperimentandolo su più discipline.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *