Paolo Sinigaglia

Università in inglese: il sacrificio della nostra cultura

Università in inglese: il sacrificio della nostra cultura

17 Aprile 2012 15.57
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La decisione è di qualche giorno fa: il rettore del Politecnico
di Milano ha deciso che dal 2014 tutti i corsi delle lauree
magistrali (e dei dottorati) dell’ateneo si dovranno tenere

esclusivamente in inglese
.
ABBATTERE LO «SPREAD» ACCADEMICO.
L’obiettivo è quello di attirare più studenti stranieri e
colmare, quindi, quello «spread» con le università estere
che da sempre affossa il nostro mondo accademico. L’iniziativa
fa parte del progetto di internazionalizzazione pensato sia per
abbattere la barriera linguistica che disincentiva gli stranieri
a venire a studiare in Italia sia per fornire ai nostri studenti
conoscenze utili da spendere sul mercato del lavoro globale. Non
solo. Il Politecnico investirà anche 3,2 milioni di euro per
assumere corpo docente internazionale (15 professori, 30-35
post-doc, 120 visiting professor).
LA SCIA DI POLEMICHE. La delibera è passata al
Senato accademico a maggioranza, anche se non sono mancati i
malumori tra professori e ricercatori. Ed è stata seguita da una
scia di polemiche. Secondo il linguista Tullio de Mauro «può
essere una strada ragionevole per un’università privata, ma
non per quella pubblica. Altra cosa invece se viene impartito in
inglese l’insegnamento di determinate materie e solo in
alcuni corsi».
UNA SCONFITTA PER L’ITALIA. Questa scelta
suona insomma una sconfitta del Paese, una bandiera ammainata con
la scritta: «La nostra cultura ha fallito». La lingua è un
modo di rappresentare, di descrivere la realtà. In essa sono
racchiuse radici, tradizioni e cultura.
Il dibattito si è naturalmente esteso nelle reti sociali:
«Un’università tecnica», hanno sottolineato alcuni
ricercatori, «lavora già in inglese, quindi è solo la presa
d’atto di una situazione». 
INGLESE, LINGUA TECNICO-SCIENTIFICA. Gli
argomenti che avvalorano questa posizione non mancano certo.
Spesso, nelle materie tecnico-scientifiche i testi sono in
inglese. Lingua che si utilizzerà anche sul lavoro perciò tanto
vale utilizzarla anche nelle lezioni. Le riviste scientifiche
più autorevoli sono in inglese, lingua nella quale è necessario
scrivere eventuali saggi o articoli. Insomma, l’accademia
“tecnica” ha tutto da guadagnare del passaggio
all’inglese. Semmai il problema può sorgere per le facoltà
umanistiche.

Mentre noi siamo pronti a lasciare l’italiano, all’estero
lo studiano

Fin qui, le argomentazioni pro. A onor del vero va però detto
che la maggior parte degli studenti stranieri che sceglie di
studiare al Politecnico di Milano si iscrive alla facoltà di
Disegno industriale, perché i corsi di studi sono interessanti,
innovativi, di qualità. La barriera linguistica non è quindi
vissuta come un ostacolo. D’altra parte è pura utopia pensare
che i nostri studenti – che spesso zoppicano pure in italiano –
possano migliorare l’uso dell’inglese semplicemente
frequentando i corsi universitari.
I CORSI IN LINGUA. Altre università italiane,
anche pubbliche, si sono mosse verso una maggiore
internazionalizzazione delle lezioni, tanto che hanno istituito
corsi di laurea, sia di primo sia di secondo livello interamente
in inglese. Questo percorso è stato battuto anche al Politecnico
di Milano dove già un terzo dei corsi del biennio viene
impartito in lingua inglese: la contaminazione insomma
funziona.
Il punto però è il salto di qualità determinato dal passaggio
totale da una lingua all’altra per tutte le lezioni delle
lauree magistrali e dei dottorati.
LE CONSEGUENZE SULLA RICERCA. Senza parlare di
colonialismo o imperialismo, rimane il fatto che la scomparsa
dell’italiano dal mondo tecnico-scientifico avrà conseguenze
negative anche nella ricerca.
Forse bisognerebbe rileggere Dacia Maraini che, in un reportage
da Harward, spiegava come l’Italia da quelle parti sia ancora
considerata un sogno: «La nostra cultura non appare né vecchia
né in crisi», ha scritto Maraini. Le cifre parlano chiaro. Ogni
anno 85mila studenti americani decidono di studiare la lingua di
Dante, mentre a causa della crisi sono a rischio chiusura molti
Istituti italiani di Cultura
SCARSO AMOR PROPRIO. E allora viene da pensare
allo scarso amor proprio degli italiani: per qualche punto in
più nella classifiche internazionali delle università (che
peraltro sono realizzate utilizzando parametri scelti su misura
per gli atenei anglosassoni) val la pena di gettare alle ortiche
la nostra lingua e la nostra cultura?

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