Usa: affari canaglia

Alessandro Giberti
24/12/2010

Così mercato e burocrazia aggirano le sanzioni iraniane.

Usa: affari canaglia

Primum vendere, deinde philosophari. È tutta qui, in questa vecchia massima aristotelica leggermente riadattata ai tempi, la spiegazione dei rapporti economici tra Stati Uniti e i Paesi che la stessa amministrazione americana ha inserito nella lista nera, Iran in testa (ma anche Cuba, Sudan, Libia e Birmania). Sì, perché nonostante le sanzioni e gli embarghi, il New York Times ha scoperto che nell’ultimo decennio le relazioni commerciali tra molte società Usa e partner stranieri “a rischio” sono continuate senza problemi, garantendo miliardi di dollari di entrate in barba alle strategie geopolitiche intraprese per frenare, per esempio, il flusso di denaro riconducibile alle organizzazioni terroristiche nemiche di Washington.

Affari con Paesi canaglia: paradosso legislativo

L’aspetto più incredibile della vicenda è che le società di cui si parla (dalle più importanti banche del Paese a colossi come Kraft e Pepsi, per scendere via via fino ad aziende familiari) non hanno in nessun modo trasgredito la legge. Hanno, al contrario, agito nella completa legalità, usufruendo di speciali licenze concesse da un semi-sconosciuto ufficio del dipartimento del Tesoro, l’Office of Foreign Assets Control (Ofac).
10 MILA ECCEZIONI. Il numero di “eccezioni” di cui si sta parlando è notevole: circa 10 mila, la maggior parte delle quali sono state approvate sfruttando le maglie larghe di una legge del 2000 che esentava i prodotti agricoli e sanitari dalle sanzioni nel caso fossero commercializzati per fini umanitari. Peccato che sotto il cappello umanitario in realtà sia finito un po’ di tutto: sigarette, chewing gum, salse da condimento, attrezzatura sportiva, rimedi per il controllo del peso. Centinaia di altre licenze sono state invece approvate perché ritenute conformi agli obiettivi di politica estera americana. È il caso, per esempio, degli accordi finalizzati a migliorare le connessioni internet (un aspetto cui si lega indissolubilmente la speranza di apertura democratica dal basso) in Iran.

Ma le licenze continuano a fioccare

Ma non è sempre stato così. Come giudicare, alla luce delle strategie di isolamento che i vari round di sanzioni internazionali hanno inflitto a Teheran, la licenza assegnata a una società Usa per partecipare a un appalto per la costruzione di una pipeline che avrebbe aiutato l’Iran a vendere il suo gas naturale in Europa?
IL CASO LIMITE DELLA IRISL. O il caso della Irisl, una compagnia di trasporto di proprietà del governo iraniano, inserita nella black list anti-terrorismo nel 2008, con l’accusa di commerciare armi e tecnologia militare senza garantire l’adeguato controllo dei propri carichi.
Solo nove mesi prima, una sussidiaria giapponese di Citibank era rimasta invischiata esattamente in quel genere di traffico poco chiaro con Irisl. Nonostante la compagnia di trasporti non fosse ancora nella lista nera, era però proibito fare accordi con società iraniane, ragione per cui la banca fece regolare richiesta per una licenza all’Ofac. La domanda venne accolta, nonostante le indagini del dipartimento del Tesoro sulla società fossero già a buon punto. Quella stessa estate era stato scoperto un traffico di macchinari utilizzati nella costruzione di centrifughe nucleari tra la Cina e l’Iran.
LE LICENZE? CONTRAPPESO MINIMO. Secondo l’uomo chiave dell’amministrazione Obama sul tema delle sanzioni, Stuart Levey, le eccezioni «rappresentano soltanto un contrappeso alla forza delle sanzioni commerciali stabilite dagli Stati Uniti», tra le più dure, insieme a quelle europee, del mondo. Proprio quest’anno, con l’ultimo round deciso in modo coordinato tra le due sponde dell’Atlantico, si è dato un grosso colpo al sistema finanziario iraniano. Ma tant’è, le licenze, ha scritto il New York Times, continuano a fioccare

Prassi commerciale vs geopolitica

Prova ne sarebbe anche il complicatissimo iter che il quotidiano americano ha dovuto mettere in piedi per ottenere il suo colpo giornalistico. L’Office of Foreign Assets Control ha infatti declinato per molto tempo la richiesta del Nyt di avere accesso alla lista delle licenze. Soltanto appellandosi legalmente a livello federale, in nome del Freedom of Information Act, il governo Usa ha concesso che gli archivi dell’Ofac fossero aperti. In tutto, il processo è durato un’infinità: tre anni, al termine dei quali la discrasia tra politica estera e prassi commerciale è apparsa in tutta la sua evidenza.
CONTRO I GOVERNI, NON I POPOLI. Ma non per tutti. Secondo Levey, gli Stati Uniti, nonostante le eccezioni, hanno intrattenuto pochissime relazioni commerciali con Teheran, soltanto lo 0,02% dell’export complessivo annuale, molto meno di Europa e Cina. E anche se è «legittimo» chiedere al Congresso se il concetto di “fine umanitario” non sia stato un po’ troppo esteso, le licenze hanno aiutato gli Stati Uniti a dimostrare che Washington si oppone al governo e non al popolo iraniano. Un’evidenza che avrebbe permesso l’ampio consenso internazionale intorno all’ultimo round di sanzioni sul sistema finanziario del Paese degli ayatollah.