Le divisioni tra i democratici Usa in vista del 2020

02 Gennaio 2019 16.25
Like me!

La campagna elettorale per la nomination democratica del 2020 si annuncia agguerrita. Nonostante alle ultime elezioni di metà mandato abbia conquistato la Camera dei Rappresentanti, il Partito dell’Asinello è attraversato da lotte intestine. Scontri fratricidi che vedono contrapposte le correnti centriste all’ala sinistra. L’attuale presidente del partito, Tom Perez, non è ancora riuscito a trovare una sintesi programmatica, mentre le questioni divisive continuano a fioccare: dalla leadership della macchina organizzativa a dossier politici più o meno urgenti (come la riforma sanitaria o l’impeachment contro il presidente Donald Trump).

IL DUALISMO WARREN-SANDERS AGITA LA SINISTRA

Per adesso, l’unico nome certo tra i papabili candidati è quello di Elizabeth Warren. Pochi giorni fa, la senatrice del Massachusetts ha annunciato la creazione di un comitato esplorativo, che prelude di fatto a una sua prossima candidatura. Una figura indubbiamente di spicco tra le correnti della sinistra dem, ma che lascia qualche perplessità. Nonostante il profilo preparato e battagliero, Warren si è sempre rivelata una sorta di eterna promessa della politica americana. Nel 2016, si sprecavano i rumor che la davano pronta per una discesa in campo in vista della nomination. E il suo nome emerse anche come probabile vice a fianco di Hillary Clinton. In entrambi i casi, non se ne fece nulla. Nonostante la sua popolarità dalle parti degli ambienti legati al movimento Occupy Wall Street, il rischio è che la senatrice non disponga delle capacità strategiche e organizzative necessarie per attuare una efficace campagna elettorale. Capacità che, al contrario, Bernie Sanders ha mostrato di avere nel 2016. Senza poi dimenticare che anche il senatore del Vermont sembra intenzionato a candidarsi. Elemento che, qualora non avvenisse in coordinazione con la discesa in campo della Warren, finirebbe per spaccare il già tumultuoso fronte della sinistra dem.

I CENTRISTI GUARDANO A BIDEN, I LIBERAL A DE BLASIO

Se la sinistra piange, il centro non ha di che ridere. A oggi, l’unico nome eccellente che circola tra le correnti più moderate è quello dell’ex vicepresidente Joe Biden, che – con ogni probabilità – si presenterebbe come depositario dell’eredità di Barack Obama per cercare di federare un partito sempre più spaccato. Il punto è che, al di là dell’età avanzata, non è chiaro quante effettive chance di vittoria possa avere un politico che è già stato sonoramente sconfitto alle primarie democratiche del 1988 e del 2008. Senza poi trascurare che – da vecchio membro dell’aristocrazia di Washington – molto probabilmente rischierebbe di trovarsi additato come “politico di professione” o – peggio ancora – come “candidato dinastico”: un’accusa che potrebbe essere rivolta anche ad altri potenziali candidati come il governatore dello Stato di New York, Andrew Cuomo, e il giovane pronipote di Jfk, Joe Kennedy. Anche tra i liberal, la situazione non appare troppo delineata. I nomi sono molteplici ma su tutti pesa l’incognita di un eccesso di autoreferenzialità. Figure come la senatrice californiana Kamala Harris o il sindaco di New York Bill de Blasio rischiano di rivelarsi inadatte a conquistare voti trasversali: voti, cioè, che vadano al di là di bacini elettorali ristretti e definiti. Soprattutto negli ultimi mesi, molte delle galassie liberal americane hanno imboccato vie barricadiere e settarie: un fattore che può funzionare per attrarre i voti degli elettori più motivati ma che rischia di lasciare scettici gli indipendenti e gli indecisi.

Da molti additato come “populista”, Brown è convinto che, per rinascere, il partito debba principalmente tornare a rivolgersi alla classe operaia impoverita

IL SENATORE BROWN GUIDA LA ROSA DEI POSSIBILI OUTSIDER

In questa confusione, non mancano gli outsider. E in quest'ottica la figura più interessante appare quella di Sherrod Brown. Senatore dell’Ohio, sembra uno dei pochi ad aver capito realmente qualcosa sull’attuale crisi politica dell’Asinello. Da molti additato come “populista”, Brown è un democratico della Rust Belt ed è convinto che, per rinascere, il partito debba principalmente tornare a rivolgersi alla classe operaia impoverita: una quota elettorale storicamente vicina ai dem ma che, nel 2016, ha voltato loro le spalle per appoggiare l’ascesa di Trump. Non è un caso che Brown e Trump la pensino allo stesso modo su alcune questioni rilevanti, a partire da un’aspra critica dei trattati internazionali di libero scambio. Certo, il senatore attualmente sconta una scarsa notorietà a livello nazionale. Ma non è detto che – qualora decidesse di candidarsi presto –non riesca a risolvere questo problema.

GLI INDIZI CHE PORTANO A MICHELLE OBAMA

Brown non è l’unico outsider che potrebbe scendere in campo. Grande attenzione c’è anche per l’ex deputato Beto O’ Rourke, recentemente sconfitto dal repubblicano Ted Cruz nella corsa per il seggio senatoriale del Texas. Da molti considerato un astro nascente del Partito Democratico, dovrà comunque dimostrare di essere qualcosa di più di un fuoco di paglia. Ma non è tutto. Per quanto lei al momento si tenga alla larga dall’agone elettorale, non si può escludere la candidatura di Michelle Obama. I segnali in questo senso ci sono. L’ex first lady è mediaticamente molto presente negli ultimi tempi e il marito, Barack, è stato politicamente molto attivo nel corso della campagna elettorale per le ultime elezioni di metà mandato. Anche il fatto che i coniugi abbiano deciso di restare a Washington è sospetto. Una eventuale candidatura di Michelle potrebbe funzionare per due ragioni: si tratta di un personaggio noto a livello nazionale e potrebbe presentarsi come erede della linea del consorte, mettendo in crisi una eventuale discesa in campo di Biden. Ciò detto, non mancherebbero gli ostacoli. In un contesto in cui il clima anti-sistema si rafforza sempre di più, un’immagine come quella di Michelle potrebbe essere facilmente accostata alla deleteria categoria di establishment. Senza poi dimenticare che il sostegno da lei conferito nel 2016 a Hillary Clinton potrebbe alienarle le simpatie della sinistra dem.

LA VARIABILE DEL CANDIDATO REPUBBLICANO

Dalle parti dell’Asinello la situazione appare ancora poco delineata. E, del resto, per fare chiarezza bisognerà anche vedere chi sarà il candidato repubblicano nel 2020. Nel caso (come sembra) si trattasse di Trump, paradossalmente a risultarne svantaggiati sarebbero proprio i candidati più di sinistra. Quei candidati a cui il magnate newyorchese ha di fatto sottratto numerosi cavalli di battaglia (dal protezionismo commerciale al tendenziale isolazionismo in politica estera). Il Partito Democratico, insomma, fatica a trovare la sua strada. E il caos che si preannuncia alle primarie potrebbe rappresentare un’occasione di rinascita. O una nuova cocente sconfitta.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

ARTICOLI CORRELATI

Commenti: 0

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *