Usa, perché la rivoluzione di Sanders proseguirà dopo il voto

19 Giugno 2016 09.52
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Alla fine ha vinto Hillary Clinton.
Ma sulle Primarie democratiche americane del 2016 incombe
comunque la testardaggine di Bernie Sanders, il candidato
socialista che non ha ancora gettato la spugna e vuole continuare
a lottare fino alla convention di luglio a Philadelphia.
Ha deciso questo sulla base dell’incredibile movimento che è
riuscito a creare, pur partendo da underdog, lo
sfavorito di turno.
Il suo obiettivo è far capire al Partito democratico, e
soprattutto al suo establishment a priori pro Hillary,
che esiste anche un’altra America, che non si ritrova nelle
posizioni e nella figura della ex first lady.
PALLA AI SUPER DELEGATI. Cruciale il numero di
super delegati dem che potrebbero optare per Bernie invece che
per la Clinton.
I guai per Hillary possono arrivare anche delle indagini sul suo
piccolo grande mailgate.
E c’è un altro scheletro nel suo armadio: le indagini sulla
Clinton Foundation, che avrebbe ricevuto donazioni sospette da
Paesi stranieri come l’Arabia saudita.
A questo si aggiunge il fatto che secondo molti sondaggi non lei,
ma il battagliero senatore del Vermont sarebbe in grado di
battere lo stravagante repubblicano Donald Trump.
Molti elettori considerano Clinton una persona intelligente e
capace, ma non sincera.
PRESUNTE IRREGOLARITÀ. E non bisogna
sottovalutare anche le indagini sulle presunte irregolarità
avvenute nel corso delle Primarie democratiche, secondo le quali
Sanders avrebbe potuto vincere in California.
Bernie ha comunque promesso ufficialmente di fare di tutto
affinché il meccanismo cambi e soprattutto affinché i super
delegati riflettano obiettivamente la volontà degli
elettori. 
In una conferenza in streaming dal Vermont ha reiterato il suo
programma contro le disuguaglianze nel Paese, contro quella che
ha chiamato «deriva oligarchica», ma ha pure aggiunto che è
pronto a lavorare con la Clinton per battere Trump: un mixed
message
che fa capire come, pur non ottenendo la nomination,
è pronto a lottare contro il comune nemico, ma solo secondo
certi parametri politici e sociali, volti a rendere il Partito
democratico veramente progressista.
BIPOLARISMO IN PERICOLO? In ogni caso il
cosiddetto “movimento rivoluzionario” potrebbe continuare a
esistere e a rafforzarsi, e quindi non evaporare come Occupy Wall
Street (al quale, tra l’altro, mancava un capo carismatico come
Bernie), anche se la Clinton ottenesse la nomination a luglio e
poi vincesse le elezioni, e magari confluire nei partito dei
Verdi di Jill Stein, finendo per rompere il tradizionale
bipolarismo della politica degli Stati Uniti.
Non va trascurarato l’appoggio a Sanders della generazione Y, i
cosiddetti Millennials (i nati tra la fine degli Anni 80 e
l’11 settembre 2001).
Di tutto questo parla a Lettera43.it Julia Stein,
autrice e femminista di Los Angeles che ha vissuto anche in prima
persona, come attivista, l’entusiasmante battaglia di Bernie in
California.


DOMANDE. Il risultato per Sanders è davvero così
negativo, soprattutto considerate le aspettative?

RISPOSTE. No. Ha iniziato la sua campagna nel
2015 con l’1% dei voti, senza soldi, e con i mass media che
gli ridevano dietro.
D. Poi cosa è successo?
R. Come gli ha detto Robert Reich (ex segretario
del Lavoro con Bill Clinton, ndr), «il tuo coraggio
nell’attaccare l’establishment politico ha
rincuorato milioni di noi dandoci la forza di alzarci affinché
le nostre domande venissero ascoltate».
D. Perché Bernie non ce l’ha fatta in California, come
molti speravano?

R. I media sono stati ostili verso di lui fin
dall’inizio, appoggiando Hillary come ha fatto
l’Huffington Post o guadagnando sulla campagna di
Trump come la Cnn
D. Solo colpa loro?
R. No. Molti americani, anche quelli con una
buona educazione, non si rendono conto dell’impatto delle spese
militari degli Usa nel mondo sia sui Paesi coinvolti sia sullo
standard di vita domestico. E ignorano le terribili conseguenze
della politica interventista della Clinton.
D. I suoi argomenti non hanno fatto breccia?
R. Hillary in molta della sua pubblicità in
California ha furbescamente ripetuto i temi di Bernie
sull’aiuto alle fasce più disagiate.
D. Come hanno preso i suoi seguaci la sconfitta in
California?

R. Be’, in realtà i sostenitori di Bernie
sono sempre stati divisi tra quelli che appoggeranno Hillary in
caso di una sua vittoria e quelli che seguono la parola
d’ordine #BernieOrBust, ossia o Bernie o niente.
D. Come si comporteranno ora?
R. I primi si sono congratulati con Clinton, i
secondi dicono di volere votare per la verde Jill Stein e in ogni
caso appoggiano la volontà di Bernie di continuare la lotta fino
in fondo alla convention di Philadelphia.
D. Ma che tipo di di ”leva” potrà
avere alla convention?

R. Dalla sua parte ci sono supporter di gran
rispetto come l’autrice-attivista Naomi Klein e l’ex
vicepresidente del Democratic national committe Tulsi
Gabbard.
D. E a livello di programmi?
R. Molti dei temi che verranno discussi, come il
salario minimo di 15 dollari all’ora, la tassa su Wall
Street, il clima, la sanità pubblica per tutti, l’educazione
universitaria gratuita, sono gli stessi della piattaforma di
Bernie.
D. Il ruolo degli attivisti?
R. Faranno di tutto perché questi argomenti
siano al centro della convention. E molti di loro saranno
presenti, fuori e dentro.
D. Esiste una possibilità che l’establishment
del partito capisca che Bernie ha più chance di battere Trump
rispetto a Hillary, almeno secondo i sondaggi?  

R. No. Però ci sono cose su cui non si può
fare finta di nulla.
D. Per esempio?
R. Debbi Wasserman Schultz è il capo della
convention democratica. È stata accusata di aver ricevuto una
mazzetta di 50 mila dollari da certe compagnie finanziarie
predatrici che offrono prestiti al 300%. Nonostante una petizione
di 200 mila firme contro di lei, Obama le ha confermato il suo
appoggio.
D. Significa che l’élite democratica non può essere
scalfita?

R. No, e continuano a dire a Bernie di starsene
zitto e allearsi con Hillary, in nome dell’«unità dei
democratici».
Tra l’altro la Clinton controlla molti dei burocrati di
partito in vari Stati attraverso la distribuzione di denaro.
D. Una situazione irrimediabile?
R. No, perché forse Hillary sarebbe disposta a
sacrificare la Wasserman per riappacificarsi con Sanders.
D. Esiste la possibilità di episodi di violenza alla
convention?

R. Questo sarebbe lo scenario peggiore
possibile, e spero non avverrà: l’élite dem userebbe i
supporter di Bernie come capri espiatori accusandoli di essere
dei facinorosi.
D. È già accaduto?
R. Alla convention in Nevada la polizia ha
attaccato i manifestanti fuori dall’edificio. Come avvenne a
Chicago nel 1968, quando il movimento contro la guerra in Vietnam
fu assalito.
D. Alla fine Bernie sembra voler appoggiare Hillary
contro Trump.

R. Da sempre ha dichiarato che la sosterrà, ma
che non dirà al suo elettorato cosa fare.
D. Se non altro Sanders cercherà di cambiare la linea
politica della Clinton, per spostarla più a
sinistra…

R. Lui è stato in grado di scegliere cinque
persone, 1/3 del comitato, per scrivere la Democratic
national platform
: Keith Ellison del Minnesota, un
musulmano, l’autore e ambientalista Bill McKibben,
l’attivista nativa americana Deborah Parker; l’intellettuale
radicale nero Cornel West e James Zogby, capo
dell’Arab-American Institute e pro-palestinese.
D. Un chiaro segnale?
R. Con questi nomi Sanders sta senz’altro
cercando di spostare a sinistra il partito.
D. Cos’è che non le piace in particolare della
Clinton?

R. La sua politica guerrafondaia. Penso che
continuerà ad appoggiare l’orribile investimento nella
conflitto che ci ha lasciato con trilioni di dollari di debito
oltre ad avere un impatto devastante in Paesi come Afghanistan,
Iraq e Libia.
D. E per ciò che riguarda la politica
domestica?

R. Le due cose sono legate: gli Usa potrebbero
investire i soldi destinati alla guerra nella creazione di un
vero welfare più vicino a quello europeo, allo scopo di
eliminare tante disuguaglianze, la povertà e comuni disagi
sociali come la dipendenza da droghe e i suicidi.
D. Secondo l’attrice Susan Sarandon, sotto certi
aspetti, la Clinton è più pericolosa di Trump. Cosa ne
pensa?

R. Forse. Guardo ai fatti. Il caso più grave è
l’attacco alla Libia che è stato spinto dalla Clinton contro
la volontà iniziale di Obama: le conseguenze sono sotto i nostri
occhi.
D. Ma anche Trump avrà dei difetti…
R. Ha espresso finora la sua ostilità razziale
verso messicani e arabi e ha attaccato le donne, per poi dire che
non lo diceva seriamente. Parla contro la delocalizzazione, ma
intanto i suoi souvenir vengono fabbricati in Cina e nel suo
hotel a Dubai i lavoratori vengono pagati 1,50 dollari all’ora
e vivono in pessime condizioni.
D. Cosa prova come donna di fronte alla vittoria della
Clinton?

R. Come femminista da quattro decadi non posso
appoggiarla, basandomi sul fatto che le sue politiche finora
hanno fatto più male che bene alle donne in generale.
D. In che senso?
R. Ha appoggiato le politiche sociali e di
delocalizzazione del marito Bill che hanno impoverito migliaia di
donne, la guerra in Libia ha scatenato i gruppi jihadisti che in
Nord Africa hanno colpito molte donne.
D. E torniamo alla vocazione militare.
R. Sì, la sua insistenza negli investimenti di
guerra significherebbe mancanza di denaro per i programmi per la
sanità e per l’educazione.
D. Quali emergenze sanitarie ci sono?
R.
Gli Stati Uniti, per esempio, hanno un tasso di
mortalità materna più alto di 50 altri Paesi, inclusa
l’Italia. È vergognoso che tante donne americane muoiano
durante il parto.
D. Allora come mai così tante appoggiano
Hillary?

R. Si tratta in generale di meno giovani. Quelle
che hanno lottato nella propria vita in un ambiente di lavoro
sessista e quindi si identificano in alcune delle lotte di
Hillary.
D. In cosa la candidata la convince?
R. Molte si ricordano quello che ha fatto in
positivo per i bambini negli Anni 70. Dicono: «Hillary può
ottenere dei risultati». Sì, ma quali esattamente? Dovrebbero
chiederselo.
D. Elizabeth Warren, la leader dem al Senato, a sorpresa
ha dichiarato il suo appoggio a Hillary. E potrebbe essere scelta
come vicepresidente…

R. Sembrerebbe di sì. Certamente il suo
improvviso endorsement di Hillary ha sorpreso e deluso molti
americani.
D. Perché?
R. Credo sia meglio che rimanga nella sua
posizione, perché avrebbe più influenza politica che come
vicepresidente, di solito più una figura di rappresentanza.


Twitter @AttilioWhite

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