Il cartello Trump-Johnson dietro la crisi tra Usa e Regno Unito

May in contrasto con la politica estera ed economica di The Donald, sempre più vicino all'ex sindaco di Londra. Lo scontro sull'ambasciatore arriva al termine di mesi di tensioni tra Washington e Londra.

10 Luglio 2019 06.43
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I re sono nudi. Donald Trump e anche l’ambasciatore del Regno Unito a Washington, che nelle informative diventate di dominio pubblico si esprimeva in modo tranchant sull’ultimo presidente degli Usa. L’imbarazzante e misteriosa divulgazione dei rapporti del diplomatico Kim Darroch sul tabloid britannico Daily Mail ha fatto esplodere con gran tempismo la crisi politica e istituzionale che covava da mesi tra il tycoon della Casa Bianca e il tormentato governo della dimissionaria Theresa May. «Inetto», «incompetente», «vanesio», persino «insicuro», riferiva via mail Darroch, mai amato da Trump e dalla sua mutevole cerchia, al numero 10 di Downing Street sin dai primi mesi del trasloco del nuovo presidente americano. E mentre May, per realpolitik, con la Brexit all’orizzonte volava a Washington nel 2017 per la prima visita di un leader europeo a Trump, in modo da rafforzare i rapporti economici e commerciali, in politica estera si aprivano  fratture difficili da ricomporre tra le due potenze anglofone. Pilastri dell’atlantismo.

USA E REGNO UNITO DISTANTI SU ISRAELE

Con sforzo, il governo britannico (e si vociferava soprattutto un’indisposta regina Elisabetta II) aveva teso la mano a Trump, che ha potuto ricambiare la visita a Londra solo nel 2019. Parte dei conservatori (Tory) di May hanno sposato l’euroscetticismo, primo fra tutti l’ex ministro degli Esteri Boris Johnson. Ma la premier uscente e quel che le resta del partito non sono sovranisti. Soprattutto, il suo governo non è protezionista in politica economica ed estera. Sugli impegni in Medio Oriente resta in linea con l’Ue. Inaccettabile, ancor prima del ritiro dei soldati americani dalla Siria, è stato per May il riconoscimento unilaterale di Trump di Gerusalemme a unica capitale di Israele. All’annuncio choc del 2017, il Regno Unito è stato l’unico governo dell’Ue a dissociarsi subito dagli Usa specificando di continuare a considerare «Gerusalemme Est parte dei Territori palestinesi in linea con le risoluzioni dell’Onu». Senza le vaghezze della Francia o anche della Germania sullo status delle zone occupate dal 1967.

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L’ambasciatore britannico negli Usa Kim Darroch, nella bufera per la crisi diplomatica con Trump. GETTY.

BRITANNICI SCARICATI IN SIRIA

Dopo il passo di lato di Johnson dagli Esteri nel 2018, a causa di un piano sulla Brexit troppo soft, i dissidi con la Casa Bianca sono cresciuti con il successore Jeremy Hunt. Europeista fino al referendum del 2016 (come May aveva votato “no”), Hunt ha difeso i rapporti militari e politici tra il Regno Unito e l’Arabia Saudita, l’alleata più stretta di Trump, e di riflesso di Israele, in Medio Oriente. Nonostante la riprovazione internazionale, non è arretrato nel contributo dei britannici ai raid in Yemen e ha insistito nel vendere armi a Riad, anche dopo l’omicidio di Jamal Khashoggi nel Consolato saudita a Istanbul. E tuttavia con Trump sono state scintille, già alla notizia nel 2018 del disimpegno in fretta e furia – in parte rientrato per ragioni di sicurezza – dei militari Usa dalle zone dell’Isis: «È una specialità del presidente americano ragionare o in bianco o in nero su quello che accade nel mondo», sbottò pubblicamente Hunt. Allineato, è poi emerso, con il pensiero di Darroch.

IL NERVOSISMO SUL NUCLEARE IRANIANO

Come i francesi, i britannici sono seccati per venire scaricati dagli Stati Uniti in Medio Oriente. «Non c’è possibilità che sostituiamo gli americani», ribattono. Le due potenze del Vecchio continente lamentano contingenti troppo piccoli, non in grado di difendere da soli i curdi usati dagli Usa per abbattere il sedicente califfato. Ancora più sconcerto è scaturito all’uscita unilaterale di Trump, nel 2018, dall’accordo internazionale sul nucleare con l’Iran. Da allora Londra è rimasta ancorata all’intesa firmata nel 2015 e – nei mesi della Brexit – ha contribuito a costruire il meccanismo di pagamento europeo Instex per aggirare le sanzioni finanziarie reintrodotte nel 2019 da Trump. Con i venti di guerra di questa estate, Hunt si è anche tirato fuori da un conflitto con l’Iran al fianco degli Usa: «Siamo i loro più stretti alleati, ci parliamo continuamente», ha rassicurato, «ma davvero non posso ravvisare alcuna situazione che ci spinga a muovere il minimo passo di guerra. Questo è il messaggio ai nostri partner dell’Ue, se l’Iran resta nei patti».

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Trump in visita in Gran Bretagna nel 2019, prima della crisi diplomatica con gli Usa. GETTY.

L’ASSIST A BORIS JOHNSON

Analoga durezza, la scorsa primavera, ha mostrato Downing Street alla dichiarazione di Trump, ancora una volta improvvisa e unilaterale, delle alture occupate del Golan come parte di Israele. «Mai riconosceremo l’annessione di un territorio con la forza» ha escluso il ministero degli Esteri. Le posizioni di Hunt e May sono quelle di Darroch a Washington, da mesi fanno infuriare i falchi che si aggirano alla Casa Bianca. La chiave per capire la bufera a orologeria che si è scatenata tra Londra e Washington è proprio il putsch tentato Oltremanica dagli euroscettici sul governo moribondo di May. Non a caso, con uno dei suoi soliti tweet, l’offesissimo Trump è entrato a gamba tesa sul «disastro di May sulla Brexit». Come Matteo Salvini in Italia, gli indipendentisti britannici amici di Steve Bannon non avrebbero problemi a uscire dall’accordo sul nucleare con l’Iran, e ad appoggiare le altre mosse anti-atlantiche di Trump, in economia come in Medio Oriente. La loro sponda nei Tory è il premier in pectore Johnson.

IL PIÙ TRUMPIANO TRA I POLITICI D’OLTREMANICA

ll più trumpiano tra i politici britannici, casualmente di origine statunitense, trae il massimo beneficio della crisi con i cugini americani. L’assist della Casa Bianca, che chiede la cacciata di Darroch pena la rottura dei rapporti storici con Londra, è un ricatto e un’umiliazione per May. Spinge i Tory refrattari (si era votato nel 2017 per le Legislative), ma ormai debolissimi, verso le elezioni anticipate e l’investitura a loro leader di Johnson. Questo luglio nel partito si elegge il nuovo presidente, alle primarie ha già stravinto l’ex sindaco filo-Brexit di Londra. L’autrice dello scoop sul Daily Mail è una giornalista dichiaratamente anti-Ue, accusata di rapporti opachi con la Russia e vicina agli sponsor degli indipendentisti. L’affaire sui dispacci di Darroch, confermato «nella fiducia» da Downing Street, ha tutta l’aria del polpettone avvelenato per May, stretta in un angolo in mesi cruciali anche per ridefinire i trattati bilaterali con gli Usa, all’uscita dall’Ue. Non si sgomentino gli iraniani se, da mastino qual è, Trump usa la massima pressione anche con gli alleati di Londra.

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