Stati Uniti, una lunga storia di interferenze nei governi altrui

Guido Mariani
10/03/2018

America ed Europa accusano la Russia. Ma in 54 anni Washington ha condizionato 80 elezioni nel mondo. Incluse quelle italiane del 1948. E nel 1999 ha anche (indirettamente) favorito l'ascesa di Putin.

Stati Uniti, una lunga storia di interferenze nei governi altrui

Il caso Russiagate continua a occupare il dibattito politico americano. Secondo i senatori democratici e in particolare la combattiva senatrice della California Dianne Feinstein, si iniziano a intravedere gli elementi di un ostacolo alla giustizia da parte della Casa Bianca, premessa per un impeachment. Stanno emergendo sempre di più i contorni netti di un’influenza del Cremino nelle Presidenziali americane, dicono le accuse. La Russia avrebbe «consegnato le elezioni» a Trump, per dirla con le parole di una rivelatrice mail del dicembre 2016 di un’assistente di Trump, Kt McFarland (oggi ambasciatrice a Singapore), e reso pubblico di recente. Tuttavia in tema di influenze illecite sulla politica interna di un Paese estero, in una prospettiva storica l’indignazione americana è paradossale. Si potrebbe commentare con una celebre frase dello scrittore James Ellroy: «L'America non è mai stata innocente». Anzi, è il Paese che più di ogni altro ha consolidato a livello globale il suo potere intervenendo nel processo politico di altri Stati, in alcuni casi anche ostacolando le democrazie.

UN INTERVENTO OGNI NOVE ELEZIONI. Dov Levin, ricercatore presso la Carnegie Mellon University, in un recente studio ha contato più di 80 esempi in cui gli Usa hanno influito nelle elezioni di altri Paesi nel periodo tra il 1946 e il 2000. Complessivamente, gli Stati Uniti e l’Urss/Russia sarebbero intervenuti in una elezione nazionale ogni nove svoltesi nel mondo nel periodo preso in considerazione. Questo dato però si riferisce esclusivamente agli interventi in caso di voto e non comprende altre ingerenze come tentativi di colpo di Stato e azioni militari. Complessivamente, secondo il Washington Post, durante la Guerra fredda, dal 1947 al 1989, gli Stati Uniti hanno tentato per ben 72 volte di cambiare attivamente (con qualsiasi mezzo, lecito o illecito) un regime di un Paese straniero. Riuscendoci 26 volte. E l’Italia è stata tra i primi obbiettivi di questa strategia.

Le elezioni del 1948 furono una delle prime prove della stabilità dell’ordine emerso dal conflitto mondiale. Il Fronte Democratico Popolare che univa Partito comunista e socialisti fu nettamente sconfitto dalla Dc di Alcide De Gasperi che raggiunse il 48% dei voti. Gli Usa non potevano permettersi una vittoria delle sinistre filo-sovietiche. Il presidente americano Harry Truman autorizzò la neonata Cia a finanziare una campagna anti-comunista e a sostenere la Dc. Gli aiuti americani vennero vincolati a una sconfitta dei comunisti, venne organizzata una imponente iniziativa che prevedeva l’invio di lettere di italiani emigrati in America ai loro parenti in patria per ricordare loro i rischi di una dittatura marxista: «La vittoria dei comunisti rovinerebbe l’Italia», recitava un modello standard di queste missive. «Gli Stati Uniti fermerebbero gli aiuti e scoppierebbe una nuova guerra mondiale». A queste elezioni seguì anche, negli Anni 50, sempre sotto l’egida della Cia, la creazione di Gladio per contrastare un’ipotetica invasione dell'Europa occidentale da parte dell'Unione Sovietica. Ma l’azione globale americana ha avuto anche esiti più drammatici.

CONTRO MOSADDEQ, CON CHAMOUN. Nel 1949 un governo siriano democraticamente eletto venne rovesciato da un golpe militare guidato da Husni al-Za'im che, giunto al potere, diede subito il via libera a un progetto americano ritenuto strategico: la costruzione dell’oleodotto trans-arabo che collegava l'Arabia Saudita ai porti del Libano. Nel 1953 l'esecutivo dell’Iran guidato da Mohammad Mosaddeq fu fatto cadere da un colpo di Stato orchestrato dagli Stati Uniti e dal Regno Unito, cosa che permise allo Scià esiliato Reza Pahlavi di tornare in patria e tirare i fili del Paese sotto la protezione Usa fino alla rivoluzione khomeinista del 1979. Nel 1954 la Cia orchestrò un golpe in Guatemala che spodestò il governo democratico del presidente Jacobo Arbenz. L’anno dopo l’Agenzia tramò per spodestare il governo indonesiano del presidente Sukarno. Nel 1958 il presidente Usa Eisenhower decise di intervenire militarmente in Libano per difendere il presidente Camille Chamoun, un cristiano maronita filo-occidentale, contro un’opposizione aggressiva di movimenti pan-arabi di ispirazione marxista guidati da Kamal Jumblatt.

TRA CONGO E CUBA. All’inizio degli Anni 60, in Congo, la Cia sostenne finanziariamente e con aiuti militari gli oppositori del primo ministro anti-colonialista Patrice Lumumba, assassinato poi nel gennaio del 1961 da alcuni oppositori sotto l’egida degli ex colonizzatori belgi. Gli americani cercarono anche attivamente di destabilizzare il regime comunista a Cuba. Fu una lunga storia di fallimenti. Dapprima la sciagurata operazione della Baia dei Porci del ’61 si arenò anche per la scarsa convinzione con cui il presidente Kennedy la portò avanti. Non sortì effetti neppure la cosiddetta “Operazione Mangusta”, un piano strategico della Cia che prevedeva una serie di boicottaggi, attentati e sabotaggi finalizzati a indebolire il regime di Fidel Castro. Nell’agosto del 1964 il successore di Kennedy, Lyndon B. Johnson, ricevette dal Congresso i poteri per attaccare il Vietnam del Nord in seguito a uno scontro navale avvenuto nel Golfo del Tonchino. La ricostruzione dell’accaduto si dimostrerà nel tempo come in gran parte fasulla, ma consentì l’inizio alla tragica escalation bellica nel sud-est asiatico. Lo stesso Johnson ordinò nel 1965 un intervento militare preventivo nella Repubblica Dominicana, temendo che diventasse una nuova Cuba.

L’11 settembre 1973 l’America guidata da Richard Nixon orchestrò in Cile il colpo di Stato che costò la vita al presidente socialista Salvator Allende e mise alla guida del potere la brutale giunta militare di Augusto Pinochet. Negli stessi anni Nixon e il suo segretario di stato Henry Kissinger decisero il bombardamento a tappeto della Cambogia pensando di stroncare le linee di rifornimento dei Vietcong. Fu un’operazione in parte clandestina ed eccezionalmente crudele. «Bisogna spedirli all’inferno» ordinò il presidente a Kissinger. Più di due milioni e mezzo di tonnellate di bombe uccisero migliaia di civili e destabilizzarono il Paese gettando le premesse della guerra civile che portò al potere Pol Pot e i Khmer Rossi. Negli Anni 80 il presidente Ronald Reagan sostenne militarmente il gruppo armato dei Contras che si opponeva al governo socialista dei Sandinisti in Nicaragua. Quando il Congresso decise di interrompere gli aiuti, venne varata un’operazione segreta coordinata dal generale Oliver North che prevedeva il finanziamento dei guerriglieri nicaraguensi con fondi ottenuti tramite la vendita di armi all’Iran che in cambio si impegnava nella trattativa per la liberazione di alcuni ostaggi americani in Libano.

QUEL FAVORE A PUTIN. Nel 1989 il successore di Reagan, George H. Bush (ex capo della intelligence statunitense) intervenne a Panama per detronizzare il dittatore narcotrafficante Manuel Noriega, fino a qualche tempo prima uomo della Cia. Nel 1991 il presidente di Haiti Jean-Bertrand Aristide venne deposto da un golpe organizzato da militari che erano stati addestrati da agenti americani. In questa carrellata ovviamente non può mancare la Russia. Nel 1996 l’ex Urss era sull’orlo del caos, il presidente Boris Yeltsin, malato e in declino, stava affrontando un’opposizione molto forte guidata dai comunisti e dai nostalgici del regime sovietico. Gli Stati Uniti spinsero prima del voto il Fondo Monetario Internazionale a garantire un prestito al Paese di 10,1 miliardi di dollari. Si arrivò al ballottaggio e un’importante tranche del finanziamento venne sbloccata prima del voto decisivo, favorendo il presidente in carica contro il comunista Gennady Zyuganov. Yeltsin vinse il ballottaggio, ma vennero anche gettate le premesse per il potere di Vladimir Putin che nel 1999 fu scelto dal presidente come primo ministro. Anche lo zar deve un po' suo potere allo Zio Sam.