Cosa succede in Venezuela dopo le proteste contro Maduro

24 Gennaio 2019 07.09
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In Venezuela è in corso la repressione dei militari fedeli al governo del presidente Maduro contro i manifestanti, dopo che il capo dell'opposizione e leader dell'Assemblea nazionale Juan Guaidó ha giurato sulla Costituzione autoproclamandosi presidente ad interim finché non si terranno nuove elezioni democratiche. Tra il 22 e il 23 gennaio, secondo l'Observatorio Venezolano de Conflictos Sociales y de Provea, ci sono stati 14 morti fra gli antigovernativi. E i manifestanti arrestati sono 218, secondo quanto riporta il quotidiano El Mundo.

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Un bilancio che rischia di aggravarsi, perché nella giornata del 24 gennaio si temono nuovi scontri. Guaidò, intanto, ha ricevuto l'appoggio e il riconoscimento da parte degli Stati Uniti e di molti altri Paesi del mondo. Primo tra tutti il Brasile di Jair Bolsonaro, poi Colombia, Argentina, Cile, Perù, Paraguay, Costa Rica, Guatemala, Canada e anche il Kosovo. L’Unione europea è in attesa di definire una posizione comune dei propri Stati membri, ma il presidente del Cosiglio europeo Donald Tusk si è già espresso favorevolmente. La Russia, al contrario, ha criticato la mossa dell'amministrazione Trump.

LA CINA AVVERTE GLI USA DI NON INTERFERIRE

Con una mossa inattesa, anche Pechino ha preso posizione esplicita sulla questione venezuelana e nei confronti degli Stati Uniti. La Cina ha invitato gli Usa a non interferire con l'attuale situazione del Venezuela, opponendosi a ogni intervento esterno nel Paese sudamericano. «Tutte le parti coinvolte dovrebbero restare razionali ed equilibrate», ha detto la portavoce del ministero degli Esteri, Hua Chunying, secondo cui la priorità dovrebbe essere la ricerca di «una soluzione politica sulla questione venezuelana con il dialogo pacifico all' interno della cornice della Costituzione del Venezuela».

MOSCA AVVERTE: «CON GUAIDÒ SI RISCHIA BAGNO DI SANGUE»

La Bbc ha riferito anche la posizione di Mosca. Secondo un comunicato del ministero degli Esteri russo, l'autoproclamazione di Juan Guaidò è «una strada diretta verso l'illegalità e un bagno di sangue». «Solo i venezuelani hanno il diritto di determinare il proprio futuro». «Una interferenza dall'esterno, in particolare in questo momento, è inaccettabile». Il ministro degli Esteri russo, Serghiei Lavrov, citato da Interfax ha spiegato che in Venezuela «è necessario creare le condizioni per un dialogo nazionale, gli appelli alla violenza devono essere esclusi». «I segnali da alcune capitali che indicano possibili interferenze armate sono particolarmente allarmanti», ha aggiunto il capo della diplomazia di Mosca, definendo la situazione nel Paese «è una sfacciata violazione degli affari interni di uno Stato sovrano» e il riconoscimento di Juan Guaidò da parte degli Usa «mostrano che Washington ha giocato un ruolo diretto nella crisi».

PUTIN SENTE MADURO: «SOSTEGNO AD AUTORITÀ LEGITTIME»

Dopo Lavrov sono arrivate anche le parole del capo del Cremlino. Vladimir Putin ha avuto una conversazione telefonica con l'omologo venezuelano Nicolas Maduro e ribadito che la Russia «sostiene le legittime autorità del Venezuela alla luce del deterioramento della crisi politica interna provocata all'estero». «Le interferenze straniere», ha detto Putin citato da Interfax, «costituiscono una sfacciata violazione delle norme basilari del diritto internazionale». Il presidente venezuelano, ha riferito ancora l'Interfax, «ha ringraziato Putin per la posizione di principio espressa dalla Russia». I due leader «hanno riaffermato la determinazione a continuare la cooperazione bilaterale in vari campi». Putin si è detto favorevole «a che vengano cercate soluzioni nell'ambito costituzionale, per superare le differenze in Venezuela attraverso un dialogo pacifico».

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MADURO SI APPELLA AL «POPOLO COMBATTENTE»

Maduro, tuttavia, non è affatto disposto a mollare la presa sul Venezuela. E sui social network ha chiamato il «popolo agguerrito e combattente» alla mobilitazione, per «difendere la patria». Il Venezuela, ha detto ancora l'erede di Chavez, «vuole la pace, nessun colpo di Stato, nessun interventismo». Il presidente ha anche aggiunto di non voler accettare che «un qualsiasi Impero ci imponga governi per vie extra costituzionali». In un messaggio sul suo account Twitter, Maduro ha aggiunto che «in Venezuela prevarrà il rispetto della volontà popolare, della Costituzione e della sovranità». In un precedente tweet il capo dello Stato aveva ricordato la figura del suo predecessore che «in un giorno come oggi, 17 anni fa, pretese rispetto per la nostra sovranità dicendo che 'spetta a noi venezuelani definire il nostro destino'».

GLI STATI UNITI NON RITIRANO I LORO DIPLOMATICI

Maduro ha chiesto anche agli Stati Uniti di ritirare il loro personale diplomatico da Caracas. Affacciandosi dal balcone del palazzo presidenziale, ha arringato la folla dei suoi fedelissimi: «Da qui non ci muoviamo perché siamo stati eletti dal popolo. Solo così si diventa presidenti!». Poi ha annunciato la rottura delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, dando 72 ore affinché tutto il personale diplomatico lasci il Paese. Ma il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha risposto a muso duro: «Maduro non ha l'autorità legale per rompere le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti o dichiarare persone non grate i nostri diplomatici». Guaidó, al contrario, riconosciuto come presidente ad interim da Washington, «ha invitato la nostra missione a restare in Venezuela». Nel frattempo il seretario di Stato americano, Mike Pompeo è intervenuto alla riunione straordinaria del Consiglio permanente dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa), spiegando che gli Stati Uniti sono pronti ad offrire «oltre 20 milioni di dollari in aiuti umanitari per il popolo del Venezuela».

LA TURCHIA APPOGGIA MADURO

Dalla Turchia, invece, è arrivato un chiaro segnale di solidarietà nei confronti di Maduro: «Fratello resisti, siamo al tuo fianco», ha detto infatti il presidente Erdogan nel corso di una telefonata. La notizia è stata diffusa su Twitter dal portavoce del leader di Ankara, Ibrahim Kalin, con l'hashtag #WeAreMADURO.

CAUTA LA POSIZIONE DI MESSICO E URUGUAY

Di fronte alla gravità della situazione in Venezuela, Messico e Uruguay hanno scelto una linea più cauta invitando «le parti coinvolte, sia all'interno che all'esterno, a ridurre le tensioni ed evitare una escalation della violenza» proponendo «un nuovo processo di negoziato inclusivo e credibile». L'iniziativa è stata formalizzata in un comunicato stampa diffuso nella serat adel 23 a Montevideo dai due Paesi che sostengono di essere impegnati nel monitoraggio «puntuale» degli avvenimenti nella Repubblica bolivariana di Venezuela. Nel documento si sostiene che «i governo uruguaiano e messicano, in sintonia con le dichiarazioni dell'Organizzazione delle Nazioni Unite e dell'Unione europea, così come dei governi di Spagna e Portogallo, manifestano il loro completo appoggio, impegno e disposizione per lavorare insieme in favore della stabilità, il benessere e la pace del popolo venezuelano».

LA QUESTIONE GIURIDICA: SI TRATTA O MENO DI UN GOLPE

Uno degli aspetti su cui si discute maggiormente riguarda il fatto che la mossa di Juan Guaidó sia o meno un tentativo di colpo di Stato. Ufficialmente l'Assemblea nazionale sostiene di avere i poteri per poter sollevare dal suo incarico il presidente Maduro. Effettivamente la costituzione della Repubblica Bolivariana sembra suggerire questa possibilità agli articoli 233 e 333 della carta. In particolare nel primo si parla del possibile impedimento del presidente a svolgere le sue funzioni con riferimento al passaggio in cui si prevede «l'abbandono dell'incarico, dichiarato come tale dall'Assemblea Nazionale, e la revoca popolare del suo mandato». José Manuel Bolívar, direttore di Voluntad Popular, lo stesso partito di Guaidó, ha spiegato a Euronews che la richiesta alle forze armate non si configura come un golpe, «è una richiesta di difendere la costituzione e i valori che essa esprime». I militari, ha aggiunto, «giurano sulla Costituzione, non su Maduro». Allo stesso tempo però pare che il sistema giudiziario del Paese non riconosca questo iter. Diosdado Cabello, presidente della'Assemblea costituente, organo parallelo all'Assemblea nazionale voluto da Maduro per riformare la costituzione, ha spiegato che «l'unica transizione possibile in Venezuela è attraverso il socialismo». Il 23, a ridosso della grande manifestazione, la sezione costituzionale del Tribunale supremo di giustizia (Tsj) ha ribadito che le iniziative adottate dall'Assemblea nazionale in sostituzione delle prerogative del Potere esecutivo presieduto dal presidente Nicolás Maduro «sono incostituzionali». Perché la An ha «usurpato» le prerogative del presidente della Repubblica in materia di gestione delle relazioni internazionali.

Infographic: Venezuela's Hyperinflation Problem In Perspective  | Statista

L'APPOGGIO DEI MILITARI A MADURO CONTINUA

Il problema principale per il tentativo di scalata di Guaidó per il momento è convincere i militari. Nel corso del suo intervento il 23 ha fatto appello alla gerarchia dell'esercito perché smettano di difendere il presidente in favore della costituzione. Il punto però è che per il momento Maduro sembra di godere del loro pieno appoggio. Reuters ha parlato con alcuni ufficiali dell'esercito che hanno raccontato come il pungo del presidente sia ancora forte sui militari: «La dirigenza militare è fedele a Maduro e continuerà ad esserlo finché non se ne sarà andato». L'attacco del 21gennaio di alcuni militari a una caserma di Caracas aveva convinto l'opposizione che i tempi fossero maturi, ma l'incidente è rimasto un caso isolato. La situazione però potrebbe cambiare, soprattutto ai livelli più bassi della gerarchia. Nel corso del 2018 almeno 4 mila militari dei ranghi più bassi hanno disertato, mentre tra chi rimane aumenta la rabbia, soprattutto per i bassi salari mangiati dall'alto tasso di inflazione. Cliver Alcala, un generale in pensione vicino a Chavez ma che si è allontanato dal partito dopo il 2016, ha detto che l'inaugurazione non è piaciuta molto alle truppe, e qualche caserma non è del tutto convinta che lui sia il legittimo presidente. Scardinare il meccanismo non sarà semplice perché Maduro ha fato ampie concessioni ai vertici, con nomine in posti chieve del governo o nelle compagnie statali concedendo anche diversi contratti di gestione dei pozzi petroliferi.

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