Riccardo Amati

La crisi venezuelana vista da Vladimir Putin

La crisi venezuelana vista da Vladimir Putin

29 Gennaio 2019 07.00
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da Mosca

La Russia ha molto da perdere, se cade il regime di Caracas, perché nel Venezuela di Nicolás Maduro e del suo predecessore e mentore Hugo Chavez ha molto investito. Investimenti economico-finanziari, ma soprattutto politici. Gestiti personalmente da un uomo molto vicino a Vladimir Putin. E che Mosca – decisa nel definire «illegittime» le sanzioni Usa sul petrolio venezuelano e accusare Washington di volere un «golpe» – considera strategici. Una vittoria dell’autoproclamatosi presidente ad interim Juan Guaidó nella lotta per il potere a Caracas precluderebbe le possibilità che quegli investimenti abbiano un ritorno.

I CREDITI RUSSI RIPAGATI IN GREGGIO

Tra il 2006 e il 2017, mentre Chavez e poi Maduro compromettevano l’industria petrolifera ed espandevano la spesa pubblica rovinando il Paese, la Russia ha dato al Venezuela almeno 17 miliardi di dollari, secondo calcoli della Reuters. Diventandone di fatto il «prestatore di ultima istanza», quello disposto a elargire liquidità quando nessun altro vuol più farlo. Putin ha promesso un’ulteriore iniezione di 6 miliardi nel dicembre 2018, dopo l’ultima visita di Maduro a Mosca. La maggior parte dei crediti passa attraverso i colossi energetici russi e viene ripagata in greggio. Attività petrolifere e barili in cambio dell’ossigeno necessario a Caracas per evitare un default o un colpo di Stato. Attualmente, oltre l’8% della produzione venezuelana di idrocarburi è in mano a joint venture partecipate dalla Russia. La russa Rosneft nel 2017 ha venduto petrolio venezuelano per 2,5 miliardi di dollari, risulta dalla sua ultima relazione finanziaria.

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Potrebbe sembrare un buon affare. Il Venezuela ha le più grandi riserve petrolifere provate al mondo, anche se si tratta di greggio “pesante”, costoso da produrre. La situazione economica e politica a Caracas ha permesso a Mosca una facile penetrazione. In realtà, inefficienze diffuse e ritardi nelle consegne creano parecchie grane, e le frustrazioni prevalgono sulle gioie. «La situazione degli impianti produttivi, le carenze tecnologiche e gli intoppi burocratici pongono limiti evidenti: i nostri investimenti in Venezuela non sono strategici dal punto di vista economico», dice a Lettera43.it l’analista del think tank moscovita Centero Tatiana Rusakova. «Tanto che ai media russi viene praticamente impedito di parlarne. Sono investimenti politici: si tratta di sostenere un Paese che si oppone a Washington e che, come la Russia, è colpito da sanzioni americane». Isolato dall’Occidente, convinto che ci sia una regia statunitense dietro a ogni rivolta più o meno colorata contro regimi autoritari come il suo o peggio, Putin cerca amici dove può e non va per il sottile. E se ciò comporta investimenti finanziari rischiosi, pazienza.

IL RUOLO DEL RE DEI SILOVIKI IGOR SECHIN

Chavez ha visitato Mosca otto volte dal 2006 al 2013, Maduro quattro volte negli ultimi cinque anni. Il Venezuela è l’unico Paese importante che ha riconosciuto l’indipendenza dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia dopo la guerra russo-georgiana. Fu un successo diplomatico personale di Igor Sechin, il vero protagonista delle relazioni del Cremlino con Caracas. Amico e collaboratore di Putin fin dagli Anni 90, Sechin è stato descritto talvolta come il vice dello zar, talvolta come il capo dei siloviki, gli ex appartenenti ai servizi di sicurezza oggi al vertice di amministrazioni e aziende pubbliche. Di certo, è il capo del gigante petrolifero di Stato Rosneft, e uno degli uomini più potenti della Russia. Linguista di formazione, da giovane ha lavorato come interprete per le delegazioni sovietiche in Paesi post-coloniali come il Mozambico. Si dice fosse un operativo del Kgb. Lui non ha mai smentito.

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Il suo spagnolo è impeccabile e ha l’andamento lento e l’accento dolce dell’America Latina. È un cultore della storia dei rivoluzionari di quelle parti. Fu lui, come numero uno di Rosneft, a trattare nel 2006 il primo grosso affare della Russia col leader della “rivoluzione bolivariana" Chavez: una vendita di armamenti per 4 miliardi di dollari, pagati con carichi di greggio. Visto che gli Usa si rifiutavano di fornirgli pezzi di ricambio per gli F-16 della sua aviazione, il presidente del Venezuela comprò i cacciabombardieri Sukhoi, gli elicotteri e i carri armati di Putin. Un accordo militare-petrolifero di forte valenza politica. La vendita di armi è poi continuata, sempre in parallelo con gli investimenti nell’industria energetica. Nel 2013, il Venezuela aveva già comprato materiale bellico per 11 miliardi di dollari, quasi sempre a credito. Con vari infortuni. Le fabbriche di fucili Kalashnikov pagate da Mosca non sono mai entrate in produzione. Un prestito di 1 miliardo per forniture militari non è stato restituito. Ma l’impagabile obbiettivo di costruire una presenza militare seppure indiretta nell’emisfero occidentale sotto il naso di Washington è stato centrato. E sbandierato: per tre volte, (nel 2008, nel 2013 e nel 2018) bombardieri strategici russi in grado di trasportare testate nucleari sono atterrati a Caracas. Dimostrazioni parecchio indigeste per la Casa Bianca.

IL RUOLO DI CARACAS TRA MOSCA E WASHINGTON

Se Maduro fosse spodestato da un governo sostenuto dagli Usa, con ogni probabilità Caracas sospenderebbe i progetti di collaborazione economica con Mosca e il pagamento dei debiti contratti. Ma il vero scacco per il Cremlino sarebbe la forzata rinuncia a una posizione strategica coerente con il suo obbiettivo di politica estera di contrapposizione all’egemonia americana e di riconquista del ruolo di grande potenza sullo scacchiere internazionale. «Non ce ne andremo mai e nessuno ci potrà cacciare da qui», ha detto una volta Sechin riguardo agli interessi di Rosneft nel Paese sudamericano. «Russia e Venezuela insieme per sempre», fu la chiosa di un suo discorso per l’inaugurazione di una statua di Chavez a Sabaneta de Marinas alla fine del 2016. Scultore russo, coro del monastero Sretenky di Mosca a intonare con un accento spesso quanto un mattone Alma Llanera – la più popolare canzone venezuelana – e poi, più agevolmente nonostante il caldo tropicale, la russissima Katiusha. Intorno, il popolo osannante del “Paese fratello”. Impossibile non fare un parallelo con situazioni analoghe dei tempi dell’interventismo sovietico in quello che allora si chiamava Terzo Mondo.

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Per molti russi, e in particolare per Sechin, vista la sua storia personale «anche l’aspetto romantico della presenza in Venezuela non è da sottovalutare», nota Rusakova. Intanto, la crisi venezuelana ha già creato schieramenti contrapposti che sanno di déjà vu, o meglio di déjà-vécu: gli Stati Uniti, quasi tutti i Paesi latino americani, il Canada e un po’ d’Europa da una parte. La Russia, la Cina, l’Iran, quel che rimane della Siria e Cuba dall’altra. Proprio come nella Guerra Fredda.

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