Barbara Ciolli

Venezuela, viaggio nella crisi umanitaria di un Paese a pezzi

Venezuela, viaggio nella crisi umanitaria di un Paese a pezzi

27 Giugno 2017 06.00
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Uno Stato di polizia contro l'emergenza umanitaria del Venezuela. Nell'ultimo rimpasto di governo in vista delle discusse elezioni del 30 luglio 2017 per i seggi della Costituente, il presidente Nicolas Maduro ha nominato nell'esecutivo tre generali accusati di avere avuto un ruolo nella repressione delle proteste, in corso ormai dal 2014: un ministro ai Trasporti, un capo staff e l'ex capo della Guardia nazionale ai vertici di un'agenzia incaricata di monitorare la caldissima Caracas. La capitale dove meno di una settimana fa sono stati arrestati altri 24 ragazzi, tra loro anche il 25enne italo-venezuelano Angel Faria Fiorentini, e il 22 giugno c'è stata l'ultima vittima 22enne uccisa nelle manifestazioni.

L'autoritario successore di Hugo Chávez ha liberato delle poltrone nel governo, dopo aver esautorato il parlamento e fatto interdire i leader dell'opposizione, per permettere a fedelissimi come l'ex ministro degli Esteri Delcy Rodriguez («una tigre nel difendere la pace, la sovranità e l'indipendenza del Venezuela») di far parte dell'Assemblea incaricata di manomettere la Costituzione della V Repubblica del 1999, ideata dallo stesso Chávez. Nel disperato tentativo di contenere l'implosione del Venezuela, Maduro ha anche ottenuto il disco verde del Tribunale supremo alla denuncia di alcuni deputati filo-governativi contro il procuratore generale Luisa Ortega Diaz.

La via per rimuovere un altro servitore dello Stato super partes, disposto a mettere il presidente in stato d'accusa per abuso di potere, è aperta. Dall'inizio di aprile, quando sono riesplose le proteste del 2017, almeno 75 persone hanno perso la vita negli scontri tra i manifestanti e le forze dell'ordine, che sparano pallottole – vere, non di gomma – contro i dimostranti. Soprattutto giovani universitari ma anche tanta gente comune, che il governo e le autorità chiamano «terroristi di destra» anche se con loro non hanno le pistole. Ma, alcuni di loro, bottiglie molotov, caschi e pietre come nel '68 e ancora in tante manifestazioni in Europa.

PALLOTTOLE SUI CORTEI. Centinaia anche i feriti nei cortei: non c'è proporzione tra offesa e reazione. Alcuni morti nelle proteste erano passanti che si trovavano lì per caso o lavoratori nella zona. Ormai i manifestanti non sono più neanche tutti anti-chavisti: le dimostrazioni nate come politiche nel 2015 richiamano in strada sempre più venezuelani esasperati dal collasso economico del Paese latino-americano. Una situazione drammatica, ormai da più di un anno, che sta sfociando in crisi umanitaria. A causa dell'inflazione seguita al crollo del prezzo del petrolio – e alla vicina estinzione delle riserve statali – la penuria di medicinali, alimenti e altri beni di prima necessità si va di giorno in giorno aggravando.

La Chiesa chiede con forza un negoziato serio che accantoni la Costituente e porti e nuove elezioni libere e democratiche.

Il Venezuela è al default, lo si paventa da mesi. Ma questa estate, senza un «negoziato serio» come chiede con forza la Chiesa auspicando un percorso che accantoni la Costituente e porti a nuove elezioni libere e democratiche, il Paese della rivoluzione bolivariana di Chávez può saltare in aria sul serio: per la Caritas del Venezuela «l'80% delle persone è in difficoltà e il 50% dei bambini con meno di 5 anni è denutrito». Per l'indigenza decine di migliaia di venezuelani hanno iniziato a scappare verso gli Stati limitrofi del Brasile e della Colombia. Ogni giorno circa 200 migranti, soprattutto i poverissimi indigeni Warao, si calcola oltrepassino gli incontrollati chilometri della frontiera meridionale lungo la Foresta amazzonica verso il Brasile.

ESODO IN BRASILE. Dal gennaio al maggio 2017 la capitale carioca ha registrato un boom di 8.231 richieste d'asilo, rispetto alle 3.375 del 2016: le domande si stanno impennando, solo nello Stato confinante del Roraima si stimano 30 mila immigrati venezuelani. Le prefetture brasiliane hanno dichiarato lo stato d'emergenza per gli ingressi. Nella lentezza del governo centrale a prendere provvedimenti e nell'inazione della divisa Organizzazione degli Stati americani (Osa) che non prende posizione, i venezuelani in fuga vengono aiutati dalla Caritas, dai missionari e da altre chiese locali, che hanno organizzato centri di prima accoglienza, mense solidali e raccolte fondi.

Dal seggio di osservatore permanente all'Onu e in una lettera datata primo dicembre del 2016 del segretario di Stato cardinale Pietro Parolin, il Vaticano anche attraverso la Conferenza episcopale venezuelana ha ammonito più volte istituzioni e forze politiche del Paese ad ascoltare la voce del popolo, superando gli interessi di parte e le ideologie anche per fare in modo che siano disposte le adeguate misure umanitarie. Dall'Italia alla mobilitazione internazionale partecipa l'Associazione dei venezuelani in Lombardia, «nell'intento di superare le divisioni e aiutare tutta la popolazione nell'emergenza», spiegano a Lettera43.it, «lanciando una raccolta nelle farmacie e di beni alimentari».

MOBILITAZIONE IN ITALIA. Il 29 giugno a Milano la rete, che nella regione conta circa 200 tra venezuelani ma anche italiani e altri stranieri legati al Paese, ha in agenda un incontro aperto alla cittadinanza (Hernandez Art Gallery, via Copernico 8, ore 21) con l'onorevole della Commissione esteri Lia Quartapelle (Pd) e altri relatori, «per far conoscere la situazione del Venezuela». A settembre l'Associazione dei venezuelani in Lombardia presenterà anche un cortometraggio sulla crisi allo Spazio Oberdan. «Iniziative», precisano, «che hanno anche lo scopo fondamentale di raccogliere fondi per portare aiuti nel Paese in collaborazione con la Caritas».

A Caracas un chilo di pollo è arrivato a costare 5 volte lo stipendio, un volo per l'Europa 1700-1800 euro. Cifre stratosferiche per i venezuelani

A Caracas un chilo di pollo è arrivato a costare «cinque volte lo stipendio», in tante case si mangia solo una volta al giorno: parenti e amici scrivono loro sempre più allarmati per il futuro. Ricongiungersi con i famigliari e i contatti in Europa è quasi impossibile: solo due compagnie aeree, la spagnola e la portoghese, volano ancora a Caracas. Le altre – come anche diversi corrieri che trasportano spedizioni – hanno interrotto i collegamenti per non accumulare debiti: per un biglietto aereo di sola andata bisogna spendere «1.700-1.800 euro, una cifra stratosferica per i venezuelani». Il loro salario minimo è di circa 20 dollari.

IL RUOLO DELLA CHIESA. In collisione con gli Stati Uniti e gli alleati occidentali, il governo di Maduro ha anche bloccato il commercio da e verso i Paesi nemici, rivendicando l'autarchia come la Corea del Nord, ma è evidente che da soli i venezuelani non ce la possono più fare. Crescono i bisognosi di cure e i malnutriti: per l'emergenza le raccolte dell'Associazione di venezuelani in Lombardia sono concentrate sui «farmaci di malattie croniche come il diabete e prodotti per la prima infanzia». Le istituzioni religiose si sono appellate anche all'Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr) dell'Onu, affinché faccia pressione sulle autorità statali, e operano in team con le altre Caritas latino-americane.

La Colombia è il secondo bacino dell'esodo: un flusso, in questo caso, ancora in gran parte giornaliero, anche se gli stanziali crescono e si registrano migranti anche verso la Guyana. Fino a 50 mila venezuelani, dai dati ufficiali di Bogotà, raggiungono quotidianamente la città sulla frontiera di Cucuta per procacciarsi provviste e farmaci. A caro prezzo anche lì, considerato che la vita in Colombia costa quasi 15 volte di più che in Venezuela, ma almeno la merce c'è. Ma Cucuca, lungo confine occidentale, è anche un grosso crocevia di traffici illeciti.

LA DELINQUENZA DILAGA. La criminalità è un'altra piaga del Venezuela: i rapporti con i cartelli della droga della Colombia si sono sviluppati negli anni e, con il precipitare delle condizioni di vita, le infiltrazioni trovano terreno ancora più fertile. Dopo le 21 e anche al mattino presto è diventato rischioso andare in giro nelle città venezuelane, per le aggressioni e i furti. Allo strazio di chi conta famigliari morti nelle proteste, si aggiunge quello dei genitori con i figli reclusi in cella con pericolosi delinquenti comuni. La Chiesa chiede anche la liberazione dei prigionieri politici (più di 160 solo nel 2017) e la fine delle violenze nel Paese.

L'opposizione accusa Maduro e il governo chavista di collusioni, attraverso le Farc, con il narcotraffico della Colombia

Non si parla solo di manifestazioni, anche se per l'opposizione criminalità e pallottole nelle proteste sono intrecciate. Il presidente Maduro (di madre colombiana) e il suo governo socialista sono accusati di collusioni, attraverso i rapporti con le Farc, con gli ambienti colombiani del narcotraffico e di aver reclutato, sin dalle campagne dell'ex comandante militare Chávez, migliaia di paramilitari a supporto all'esercito. Anche, pagandoli, tra i delinquenti comuni armati delle favelas, che poi non esitano a sparare in strada.

PAESE SPACCATO. In occasione della Festa nazionale dell'indipendenza, nell'aprile 2017 Maduro ha incitato la popolazione ad arruolarsi tra i colectivos paramilitari, inneggiando a un «fucile per ogni miliziano, un fucile per ogni miliziana», per difendersi dal presunto golpe con un'armata di 500 mila ausiliari. In questo modo il presidente porta il Venezuela, oltre che alla fame, alla guerra civile: un Paese spaccato, ancora nelle elezioni del 2013 che hanno rieletto con il 50,8% (e all'opposizione liberista il 48,9%) l'ex autista e delfino di Chávez.

Dalla morte del caudillo nel 2013, il Venezuela si sta mostrando senza anticorpi. Il calo dei prezzi del petrolio (più del 90% delle entrate statali dipendevano dalle sue riserve) ha messo a nudo anni di malagestione dei beni nazionalizzati, corruzione, sperperi che non hanno permesso la diversificazione né il rinnovamento degli impianti. Fosse anche un boicottaggio degli Stati Uniti, le ragioni del crollo di un'economia potenzialmente tra le più ricche sono più profonde: la produzione di greggio è ferma, l'inflazione in crescita di almeno 500%. Un fallimento e un disastro per gli oltre 31 milioni di venezuelani comuni.

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