Via Poma, ultimo atto

Adelaide Pierucci
19/01/2011

Chiesto l'ergastolo per Raniero Busco. Il 26 gennaio la sentenza.

Ha ascoltato 22 udienze come uno spettatore svogliato, costretto a veder scene che non lo riguardavano. Con la moglie accanto, sempre ben vestita, truccata, con i capelli ricci, arruffati come quelli di Simonetta. Lui e lei sempre vicini, una sigaretta dopo l’altra nei momenti di pausa. Mai una frase sgarbata, un atto di rabbia, una risata, un commento di troppo. Eppure ora, per Raniero Busco, è cominciato il conto alla rovescia. L’imputato, adesso, è lui.
DUE MILIONI DI EURO. Il processo, ormai, è alle ultime battutte: il 19 gennaio c’è stato l’intervento della parte civile. Gli avvocati Federica Mondani e Massimo Lauro, che rappresentano Paola Cesaroni, la sorella di Simonetta, hanno chiesto due milioni di euro come risarcimento danni e il sequestro conservativo della casa di Raniero Busco per fornire un ‘ristoro economico’ alla famiglia di Simonetta. Il 20 gennaio parlerà la difesa e ci saranno le repliche del pubblico ministero.
IN ATTESA DEL VERDETTO. Il 26, infine, si saprà se Busco sarà proclamato innocente o colpevole dell’omicidio di Simonetta Cesaroni, la fidanzata di gioventù (per lui una storia di sesso, per lei d’amore), una ragazza che gli italiani ricordano in uno scatto al mare, in costume con un sorriso luminoso. Si capirà se resterà a vita compianto per essere stato tirato in ballo senza motivo nel giallo italiano per eccellenza (dopo essere stato a lungo ignorato) oppure resterà a vita in carcere, lontano dalla moglie e dai suoi gemellini perché ritenuto colpevole, assassino e bugiardo.
Un delitto così crudele prevede l’ergastolo. Ed è quello che ha chiesto il giudice Ilaria Calò. La proclamazione della sua innocenza potrebbe essere da un lato la sua salvezza, dall’altro la prova che Via Poma è stato uno dei più clamorosi flop giudiziari italiani. All’epoca, a Busco non venne neanche chiesto l’alibi. Sul verbale non c’è. «Colpa loro se non l’hanno scritto», si è difeso lui.

L’alibi che non c’è

Riguarda proprio l’alibi uno dei cinque punti a sfavore di Busco ricostruiti da Lettera43. Agli atti non c’è, ne ha tirato fuori uno solo 14 anni dopo: dice che quel pomeriggio era stato al solito bar con un amico. L’amico dirà poi che era al funerale della zia suora, fuori Roma.
Dopodiché, data la stretta delle indagini a suo carico dopo il ritrovamento del corpetto di Simonetta con tracce del suo dna, è spuntato un nuovo alibi.
Le amiche della madre hanno provato ad accordarsi sull’orario per confezionarne uno di ferro. «Intorno alle cinque, stava aggiustando l’auto del fratello sotto casa», hanno detto in aula. Subito denunciate: falsa testimonianza. C’erano le intercettazioni.
LE BUGIE E IL MORSO. Va detto anche che Busco non si è limitato a difendersi: ha provato ad accusare. La moglie ha chiamato anonimamente la polizia per sviare le indagini verso altri. Raniero, invece, ha fatto il nome di amici che potevano essere interessati a Simonetta. E poi c’è anche il discorso del morso sul capezzolo di Simonetta che, secondo i consulenti del pm, combacia con la dentatura di Busco. E, come per le impronte digitali, non ce ne potrebbe essere un altro uguale. La saliva sul corpetto, invece, porta proprio la firma del suo dna. I risultati di scambi di effusioni del loro ultimo incontro? La sorella ha detto di averla vista sotto la doccia: non aveva segni sul seno.
IL CORPETTO DI SIMONETTA. La madre di Simonetta ha spiegato in aula che la figlia si cambiava due volte al giorno, «ogni volta che usciva». Difficile, ha fatto notare il 19 gennaio l’avvocato di parte civile Massimo Lauro, che in pieno agosto avesse usato il corpetto indossato già tre giorni prima.

L’appuntamento misterioro

Inoltre il pubblico ministero, durante il processo, ha ricostruito a sorpresa un possibile appuntamento tra Simonetta e Raniero fissato per quel pomeriggio del 7 agosto del 1990. La madre avrebbe sentito Simonetta al telefono, mentre le preparava l’ultimo pranzo. Tutti gli amici ascoltati dall’avvocato Lucio Molinaro, il legale storico della famiglia Cesaroni, hanno escluso di aver chiamato.
LA LETTERA NEL PORTAFOGLI. Il pubblico ministero ha ricollegato l’appuntamento alla lettera indirizzata a Busco trovata nel portafogli di Simonetta. Dovevano parlarne, voleva leggergliela? Dovevano vedersi a via Poma? Probabilmente sì: per Simonetta era l’ultimo giorno di lavoro prima delle ferie. L’ufficio era deserto e, come sempre, sarebbe stata sola.
L’omicidio è scaturito durante un appuntamento amoroso, è la convinzione dell’accusa. Il corpo è stato ritrovato nell’unica stanza con le tapparelle abbassate, l’ultima del corridoio. Le scarpe da ginnastica di Simonetta era appaiate e riposte. Lei seminuda, con 29 colpi di coltello agli occhi, al petto al pube, ma senza segni di stupro.

L’ombra di Vanacore

L’accusa contro Busco reggerà? La condanna non è scontata. Sul mistero di via Poma, e anche sul processo, continua a pesare come un macigno l’ombra di Vanacore, rimasto per anni il sospetatto numero uno nonostante il proscioglimento, morto suicida lo scorso marzo, alla vigilia della deposizione nel processo a carico di Busco. Solo lui conosceva i luoghi, solo lui poteva ripulire, è rimasta la convinzione.
L’AGENDINA DIMENTICATA. Sulla scrivania di Simonetta (e questa è una scoperta degli ultimi anni) è stata trovata la sua agendina (restituita per sbaglio alla famiglia di Simonetta e rimasta per anni accantonata). Il criminologo Francesco Bruno è per l’assoluzione del fidanzato: «Non è stata provata nemmeno la presenza di Busco in ufficio. E, comunque ,Vanacore non si è ucciso. La storia farà emergere la verità sulla sua morte».
IL RUOLO DEL PORTIERE. Ha maturato un’altra convinzione, invece, l’avvocato Molinaro, dopo aver montato e rismontato migliaia di volte il puzzle di via Poma: «Sono d’accordo con il pubblico ministero quando ha detto che Vanacore, con il suo comportamento, ha sviato le indagini per vent’anni. Ha ripulito dopo aver informato i suoi capi del ritrovamento del cadavere. Volevano farlo sparire, era scomodo. Ma l’omicidio è stato commesso da altri, da Busco. Il processo è servito a dimostrarlo».