La solitudine del papa nel Medio Oriente in fiamme

04 Febbraio 2019 09.07
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Il papa ha raggiunto il cuore del Golfo Persico, gli Emirati Arabi Uniti (Eau) – è la prima volta di un pontefice – per una trasferta che lo catapulta, oltre l’eccezionalità dell’evento, in quell’ampia regione mediorientale sconvolta in modo ormai cronico da una serie di conflitti per i quali non esiste più nemmeno un barlume di negoziato. «Sono in partenza per gli Emirati Arabi Uniti. Mi reco in quel Paese come fratello, per scrivere insieme una pagina di dialogo e percorrere insieme sentieri di pace. Pregate per me!», recitava il tweet del Papa poco prima della partenza, e di quelle preghiere Francesco ha davvero bisogno per la sua missione di pace.

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IL PAPA SULLE ORME DI SAN FRANCESCO

D’altro canto, come Karol Wojtyla, Jorge Bergoglio prova a ricucire la tela del dialogo che le guerre e il sangue strappano ogni giorno da decenni; questa volta lo fa in occasione di un anniversario particolare: gli 800 anni dall’incontro fra san Francesco e il Sultano d’Egitto (1219), e la ricorrenza evidentemente non è casuale. Nel nome che porta il papa è inscritto infatti un messaggio, un riferimento – quello al santo di Assisi – che supera la cattolicità e parla anche agli esponenti di altre fedi e ai non credenti. Per la stessa ragione il pontefice a marzo sarà in Marocco, da un punto all’altro del mondo arabo-sunnita, quello che ha subito il più grave disfacimento umano, morale e civile negli ultimi decenni.

Non c’è stata, e non c’è, una strategia per far nascere la pace, per far rispettare la vita e la dignità delle persone

Francesco viaggia dunque in un quadrante geografico complesso che non è mai stato così drammaticamente senza speranze politiche, avvolto da guerre che non conoscono sosta, in cui le comunità cristiane sono ridotte ai minimi termini. Il quadro lo ha tracciato con chiarezza il patriarca caldeo di Baghdad, il cardinal Louis Sako, in questi giorni: «I cristiani hanno iniziato a fuggire», ha detto, «ben prima dell’arrivo dell’Isis. Sono emigrati a causa della mancanza di sicurezza, dei continui rapimenti e dell’ingiusta confisca dei beni. A Baghdad, a Bassora, a Mosul sempre le stesse scene. Dopo l’arrivo degli estremisti islamici, il fenomeno è aumentato: i cristiani hanno avuto ancora più paura, soprattutto per i loro figli. Non c’è stata, e non c’è, una strategia per far nascere la pace, per far rispettare la vita e la dignità delle persone».

DALLO YEMEN ALLA SIRIA: CRISI FUORI CONTROLLO

Si parte con la guerra civile nello Yemen, in cui le monarchie petrolifere del golfo guidate dall’Arabia Saudita svolgono un ruolo da protagonisti – compresi gli Eau- a suon di bombardamenti e violazioni dei diritti umani (appena dietro le quinte, l’altro attore del conflitto, sul fronte opposto, è l’Iran degli ayatollah); prima di partire, nel corso dell’Angelus in piazza san Pietro, Francesco ha lanciato un allarme pressante: «Con grande preoccupazione», ha affermato, «seguo la crisi umanitaria nello Yemen. La popolazione è stremata dal lungo conflitto e moltissimi bambini soffrono la fame, ma non si riesce ad accedere ai depositi di alimenti. Fratelli e sorelle, il grido di questi bambini e dei loro genitori sale al cospetto di Dio. Faccio appello alle parti interessate e alla Comunità internazionale per favorire con urgenza l’osservanza degli accordi raggiunti, assicurare la distribuzione del cibo e lavorare per il bene della popolazione».

C’è poi la Siria, Paese andato in pezzi, sconvolto da quasi otto anni di conflitto interno in cui – a turno – tutte le potenze regionali e mondiali hanno giocato la loro partita; guerra violenta e drammatica, che ha avuto diverse fasi come non si stanca di ripetere il nunzio apostolico a Damasco, monsignor Mario Zenari; cominciata come una sollevazione popolare contro la dittatura di Bashar al Assad, ha visto irrompere diversi altri soggetti: dall’Isis, ai curdi, alle milizie Hezbollah legate a Teheran. Tra gli 11 e i 13 milioni fra sfollati interni e profughi, circa mezzo milione di morti (ma si tratta di cifre approssimative), decine di migliaia di scomparsi, un sistema sanitario raso al suolo, assedi medioevali alle città, torture, armi chimiche (usate massicciamente dal regime e poi anche dall’Isis come è stato ormai provato di diverse indagini internazionali); un quadro infernale.

PADRE DALL'OGLIO E LA COLLUSIONE DEI CATTOLICI CON ASSAD

Da non sottovalutare che, poco prima di partire per gli Emirati Arabi Uniti, papa Francesco abbia incontrato i familiari di padre Paolo Dall’Oglio, gesuita scomparso nel luglio del 2013 nel gorgo siriano, a Raqqa. Dall’Oglio era odiato dal regime di Assad e dall’Isis, uomo di dialogo, nemico della dittatura e del fondamentalismo, in lotta per una Siria democratica, poco prima di scomparire aveva denunciato anche le collusione fra i capi della Chiesa cattolica e il regime di Assad in una lettera aperta rivolta al pontefice, che si concludeva così: «Chiediamo con fiducia al papa Francesco d'informarsi personalmente sulla manipolazione sistematica dell'opinione cattolica nel mondo da parte dei complici del regime siriano, specie ecclesiastici, con l'intento di negare in essenza la rivoluzione democratica e giustificare, con la scusa del terrorismo, la repressione che sempre più acquista il carattere di genocidio».

L'AUTOCRATE EDOGAN, OBAMA, TRUMP E PUTIN

Quello mediorientale è insomma un rompicapo senza fine, anche perché i milioni di profughi siriani hanno riempito il piccolo e fragile Libano insieme ad altri Paesi confinanti, e tuttora sono ospitati, si fa per dire, dalla Turchia dell’autocrate Erdogan nuovo king maker della regione – che li usa come arma di ricatto verso l’Europa. A lungo, infine, la volontà di portare pace in Medio Oriente, si è misurata con la madre di tutte le guerre della regione, quella isrealo-palestinese. Il fallimento di ogni negoziato fra le due parti in lotta, la fuoriuscita degli Stati Uniti dallo scacchiere mediorientale sotto le presidenze di Barack Obama e Donald Trump, l’ingresso sulla scena – da protagonista – del leader russo Vladimir Putin, la crescita dei partiti fondamentalisti fra palestinesi e israeliani, l’indebolimento dei processi democratici, hanno determinato almeno in parte il tramonto della speranza in tutto il Medio Oriente.

Per la Santa Sede il dialogo con l’Islam mediterraneo e arabo resta fondamentale, così come con l’ebraismo e Israele

Eppure per la Santa Sede il dialogo con l’Islam mediterraneo e arabo resta fondamentale, così come con l’ebraismo e Israele. Dal reciproco riconoscimento delle ragioni e dei diritti dei diversi popoli e degli Stati della regione passa non solo la pace, ma anche – è il ragionamento in Vaticano – la possibilità che le comunità cristiane tornino a prosperare nelle terre ‘dove tutto è cominciato’ , e con esse prenda piede un processo di convivenza certificato da quel principio di cittadinanza – sul quale insiste il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin – capace di generare una modernità nella quale convivono libertà religiosa e diritti umani.

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