Barbara Ciolli

Perché gli ungheresi protestano contro Orban

Perché gli ungheresi protestano contro Orban

18 Dicembre 2018 07.00
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Nella solita foga retorica contro i «criminali» pagati «da Soros» i vertici del partito del premier magiaro Viktor Orban hanno denunciato di essere di fronte al «maggior ostruzionismo in 28 anni di democrazia». Un'iperbole: quelle in corso non sono le proteste più grandi dell'Ungheria dalla caduta del comunismo, ma certamente sono le maggiori degli ultimi 10 anni, cioè da quando Orban e il suo partito Fidesz comandano, e sempre di più, su tutti. La molla che sta portando in piazza migliaia di ungheresi (in 15mila all'ultima manifestazione del week end, un fiume umano) è la drastica riforma del codice del lavoro, approvata il 12 dicembre scorso in una furibonda seduta in parlamento, subito ribattezzata dai sindacati e dall'opposizione la «legge sulla schiavitù». Denominazione che ha fatto subito presa sui cittadini, perché a loro si chiede, di colpo, di aumentare le ore annue di straordinari da 250 a 400, se il datore di lavoro lo pretende.

SENZA STRANIERI, TOCCA AGLI UNGHERESI FAR CORRERE IL PIL

Populisticamente Orban ha tagliato corto: «Chi lavorerà di più, guadagnerà di più». Ma non sarà così: il pacchetto che stravolge le norme sull'occupazione triplica anche i tempi (fino a 3 anni), entro i quali liquidare i compensi per le ore aggiuntive. «Facoltative», si argomenta, ma la verità è che a Budapest e dintorni c'è un urgente bisogno di braccia e di menti per l'economia in crescita: un po' come in tutti gli Stati dell'Est e un po' anche per l'incetta di fondi Ue accumulati negli anni dal premier magiaro per il suo corrotto e familistico entourage. Così, visto che Orban di stranieri in casa non ne vuole e che neanche loro vogliono restare in Ungheria, con l'aria che tira, a occuparsi di non frenare la corsa del Pil al +4,4% sono chiamati gli ungheresi. La disoccupazione, ai minimi storici al 3,7% continuerà con ogni probabilità a scendere, con orari di lavoro che si stimano lievitare in media fino a 10 ore al giorno.

La riforma del lavoro ha ricompattato tutte le opposizioni contro Orban. E ha infiammato la protesta contro i media di regime

STRAORDINARI PAGATI 3 ANNI DOPO

Nel 2018, nei Paesi nordici si è sperimentata la settimana corta e anche nella florida Germania un accordo sindacale ha reso gli orari più flessibili, a seconda delle necessità. Forte della maggioranza di due terzi di deputati di Fidesz in parlamento, Orban va invece nella direzione opposta come uno schiacciasassi. Dalla fine di novembre le opposizioni puntavano i piedi per bloccare il disegno di legge, i primi cortei erano scesi in piazza. Ma anziché prestare ascolto al malcontento l'esecutivo è andato ancora più incontro ai datori di lavoro, allargando la forbice dei pagamenti degli straordinari: dai 12 mesi della bozza iniziale, ai 36 della riforma. Licenziato con 130 voti favorevoli e 50 contrari, il testo ha avuto – come nel febbraio scorso le Comunali nella roccaforte di Fidesz, Hodmezovasarhely – il potere di coagulare tutte le forze di opposizione, anche antagoniste, contro lo strapotere del premier.

I RITOCCHI AUTORITARI ALLA COSTITUZIONE

Per l'elezione del sindaco di Hodmezovasarhely, l'insofferenza verso Orban mise insieme l'estrema destra dello Jobbik con i socialisti e le altre forze di sinistra, fece cioè l'impossibile. E contro il partito di maggioranza si iniziò a dimostrare anche a Budapest. Ma un altro patto con il diavolo era improponibile per un governo nazionale e infatti, un paio di mesi dopo, Fidesz ha rivinto le Legislative del 2018 con il 49,5%, nel tripudio di Orban e accoliti. Grazie ai ritocchi, sotto i suoi governi, alla legge elettorale e alla Costituzione (incluso il bavaglio ai mass-media), Fidesz che milita ancora tra i Popolari europei ha gioco facile in campagna elettorale ad accaparrarsi la netta maggioranza dei seggi. Ma il tutti contro uno dell'anonima e impronunciabile cittadina magiara non era un fuoco fatuo: alla vigilia del nuovo inverno di Budapest, lo stesso spirito è riemerso tra la gente comune che, con temperature sotto lo zero, gremisce il corso sul Danubio e la piazza del parlamento. «Ne abbiamo abbastanza!», «sciopero!», «non ce ne andremo più!», gridano.

LA TIVÙ PUBBLICA OCCUPATA IN NOME DELLA LIBERTÀ DEI MEDIA

Con i sindacati, con i lavoratori sono schierate le forze di sinistra, lo Jobbik e i supporter di Soros. Bandiere nere e rosse, è un effetto domino. Si dimostra contro la "slave law", ma anche contro l'istituzione (passata sempre il 12 dicembre) – con una magistratura già depotenziata – di un sistema parallelo di tribunali amministrativi alle dirette dipendenze del ministero della Giustizia, contro il trasloco a Vienna della Central European University del filantropo pro-migranti George Soros, bestia nera di Orban, contro la corruzione di Fidezs e la penuria di media liberi e indipendenti. Alcune migliaia di manifestanti, nella sera del 16 dicembre, hanno marciato per chilometri verso la sede della tv pubblica, in periferia. Una ventina di deputati di opposizione hanno occupato il palazzo delle reti di Stato, chiedendo di leggere una petizione per la libertà di informazione e contro il conglomerato dei media filo-governativi creato e foraggiato da Orban.

LE RICHIESTE ALL'UE DI SANZIONARE IL PAESE

Alcuni sono stati cacciati, altri sono rientrati nella sede e non si muovono. Tra loro diverse parlamentari donne, in maggioranza di sinistra, per una contestazione plateale che, in passato, ha marcato tutti i momenti più caldi dell'Ungheria. Dal week end la folla che pressa il quartier generale dei media è in aumento, un po' come nell'estate del 2015 le migliaia di migranti intrappolati alla stazione di Budapest, prima che l'ondata raggiungesse la Germania. Ma stavolta sono ungheresi. Per diversi giovani, «è l'ultima chance per fermare la dittatura». La legge del lavoro è solo un tassello «dell'autoritarismo», i media «fabbriche di bugie». Si chiede all'Ue l'applicazione delle sanzioni dell’articolo 7 del Trattato di Lisbona, contro i Paesi membri in contrasto con i valori fondanti. Perché Orban è un «traditore», e accanto a quelle della sempre orgogliosa Ungheria, sventolano tante bandiere europee. Ma per Fidesz quello «non è il popolo».

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