Violenza domestica, le difficoltà di chiedere aiuto in isolamento

Giulia Mengolini
01/04/2020

Il numero da chiamare il 1522. Ma telefonare a fianco del proprio maltrattante è difficile. Per questo esistono app ed emoticon con cui lanciare l'allarme. La testimonianza della presidente di Differenza Donna e dell'avvocata Posillipo: «Ricevo decine di messaggi. La paura più grande è per i figli».

Violenza domestica, le difficoltà di chiedere aiuto in isolamento

«È altamente probabile che il livello della già diffusa violenza domestica aumenti, come già suggerito da indicazioni preliminari di polizia e operatori», ha lanciato l’allarme la relatrice speciale dell’Onu per la violenza contro le donne, Dubravka Simonovic.

«Per fin troppe donne e troppi bambini la casa può essere un luogo di paura e abuso. Una situazione che si aggrava considerabilmente in casi di isolamento come il lockdown imposto nell’emergenza Covid-19», che potrebbe portare a un aumento di casi di femminicidi perpetrati dal partner.

L’ultima vittima si chiamava Lorena Quaranta, aveva solo 27 anni. Studiava Medicina. La mattina del 31 marzo è stata strangolata e uccisa dal suo ragazzo nella loro casa di Messina.

LEGGI ANCHE: Come si può uscire dalla violenza domestica in quarantena

«LE DONNE CONTROLLATE H24»

Se uscire da una situazione di violenza è già difficile in condizioni normali, la convivenza forzata peggiora drasticamente le cose. In questo periodo di emergenza per via del Covid-19 e di isolamento obbligato, gli accessi ai centri antiviolenza di Differenza Donna sono crollati drasticamente dell’85%, conferma a Lettera43.it la presidente Elisa Ercoli: «Solitamente seguiamo 1600 donne l’anno, e questo dato è impressionante». Le vittime di violenza domestica spesso non riescono a chiedere aiuto perché chiuse in casa con il proprio maltrattante. Se lo fanno, è a voce bassissima, qualcuna dentro la doccia. «Queste donne non riescono a usufruire più di spazi di non controllo dove potevano fare domande, essere informate, capire come difendersi», continua Ercoli. «Una donna può uscire da una situazione di violenza quando ha chiaro quali sono i suoi diritti e quale è la possibilità reale e percorribile di un progetto alternativo a quello che sta vivendo». Per la maggior parte di queste donne è impossibile parlare al telefono – nella prima settimana di isolamento le chiamate per chiedere aiuto erano diminuite del 55% – per questo Differenza Donna sulla sua pagina Facebook ricorda i numeri di cellulare da poter contattare tramite WhatsApp. E il 1522 è raggiungibile anche tramite un’app gratuita, proprio per facilitare la comunicazione.

“Nelle grandi emergenze si torna indietro come nel Texas o si dà una spinta in avanti. Questa la proposta giunta al voto…

Posted by Associazione Differenza Donna on Friday, March 27, 2020

IL DRAMMA DEI FIGLI COSTRETTI AD ASSISTERE ALLA VIOLENZA

E poi c’è il dramma fin troppo silenzioso della violenza assistita, quella dei figli costretti a essere spettatori di urla e percosse. «Oggi il 100% delle donne vittime vivono contemporaneamente anche la violenza assistita da parte del maltrattante nei confronti dei loro figli, esposti 24 ore su 24 a un clima di tensione», ricorda la presidente. «Il maltrattamento fisico non è continuo ma spesso alternato ad altre forme come la violenza psicologica, lo svilimento, l’isolamento, quello che oggi stiamo vivendo tutti. Bambini e bambine sono sottoposti a uno stress molto forte. Non hanno la pausa delle ore passate scuola, né possono beneficiare di altre relazioni per rallentare quello stress». Il 98% delle donne che hanno chiesto aiuto sono italiane. Significa che le donne migranti sono le prime a essere diventate invisibili. «Un effetto prevedibile», secondo Ercoli. «Esistono discriminazioni multiple che rendono ancora più difficile l’uscita da una situazione di violenza e ovviamente questo vale sia per le donne migranti che per quelle con disabilità e che appartengono ad ulteriori minoranze».

LA COLLABORAZIONE TRA FORZE DELL’ORDINE E CENTRI ANTI-VIOLENZA

Ercoli ricorda che vanno seguite scrupolosamente le indicazioni (accolte all’unanimità) sul tema che Differenza Donna ha inviato alla presidente della commissione Femminicidio Valeria Valente. «Esiste anche una app della polizia di Stato: il capo Franco Gabrielli ha accolto le indicazioni e stilato un documento per comunicare agli agenti di applicare tutte le misure cautelari di ordini di allontanamento previste dalla legge. In questa battaglia si lavora in un sistema di collaborazione tra le forze dell’ordine, le procure, i tribunali e i centri antiviolenza che sono centrali in questo processo di sostegno. Dobbiamo dare applicazione a tutte le norme di protezione». Non solo: va fatto un grande sforzo per superare gli stereotipi e pregiudizi che troppe volte hanno impedito di salvare le vittime. «La prima regola per applicarle è dare credibilità al racconto di una donna e quindi nel momento in cui chiede aiuto alle forze dell’ordine loro devono collegarle ai centri antiviolenza e dare tutte le opportunità che già sono in campo ma che in un periodo precedente a questa emergenza venivano sottoutilizzate».

IN QUESTO MOMENTO PIÙ CHE MAI LE NORME VANNO APPLICATE

Chiedere aiuto è necessario: «Consigliamo di chiamare il 1522 perché è non solo lo strumento di primo accesso, ma anche quello che dice alla donna qual è il centro antiviolenza più vicino. Quando servono azioni pratiche come l’organizzazione di una fuga o l’avvio di procedimenti sia in ambito penale che civile, sono necessari anche il supporto di legali». Differenza Donna dispone di un ufficio legale con 20 avvocate donne «che sono specializzate da 30 anni nel sostegno alle donne in uscita dalla violenza». Come l’avvocata Teresa Manente. «Oggi il nostro ordinamento normativo dispone di misure in grado di assicurare in maniera tempestiva protezione alle donne: arresto in flagranza, ordine di allontanamento urgente dalla casa familiare, misure cautelari specifiche e ordini di protezione in sede civile», spiega. «Strumenti che se fossero applicati in maniera rigorosa eviterebbero la necessità di fuga dalla casa familiare da parte delle donne tutelandone la loro incolumità e quella dei figli minori. Eppure nella prassi queste norme troppo spesso non vengono applicate. Le donne non sono credute e le loro paure sono sottovalutate»

L’AVVOCATA POSILLIPO: «RICEVO DECINE DI RICHIESTE DI AIUTO»

L’avvocata Carmen Posillipo, esperta in diritto di Famiglia, racconta che in questo periodo, in cui le attività giuridiche sono sospese, il suo cellulare è «invaso dalle richieste di aiuto». Se un’udienza di separazione o divorzio viene rinviate il problema può degenerare. «È capitato che una mia assistita sia stata aggredita in questi giorni, dovendo ricorrere al Codice rosso. Non è stato semplice perché l’aggressore era a pochi passi da lei. Fortunatamente il cognato abitava di fianco e sentendo le urla è intervenuto». Dopo questa richiesta e tante altre, l’avvocata ha pensato a una sorta di linguaggio in codice, per chiedere aiuto: chi non può scrivere sui propri social o via WhatsApp, perché controllata dal partner, può postare sul proprio profilo o inviare una emoticon, quella con la mascherina.

«NON POSSIAMO PIÙ NOTARE I LIVIDI, MA SENTIRE LE URLA SÌ»

«Ho notato che oggi le vittime hanno più paura di prima proprio perché si preoccupano dell’allontanamento da casa per i bambini e del mantenimento economico», dice Posillipo. Le richieste come sono state formulate? «Tutte via WhatsApp». Qualche giorno fa, mi spiega, una donna le ha inviato la foto del suo volto tumefatto, lei l’ha chiamata immediatamente ma senza risposta. «Non riescono proprio a parlare. La violenza di genere è una dinamica particolare, spesso gli uomini conoscono le password del telefono e dei profili social, hanno il controllo totale. È come chiedere aiuto in presenza del proprio sequestratore». L’avvocata ricorda che in questo momento di silenzio nelle nostre città, dovremmo essere tutti più attenti ai segnali attorno a noi. Le urla dei vicini sono più facili da riconoscere. Parlando del femminicidio della studentessa di Messina, Posillipo sottolinea: «Un altro aspetto da considerare è che prima dell’isolamento, se un familiare o un amico ti vedeva con i lividi sul volto, capiva cosa stava accadendo e potevano intervenire. Adesso purtroppo i lividi restano in casa e c’è tutto il tempo per guarire».