Il virus ci ha fatto capire chi vive in lockdown da sempre

Massimo Del Papa
29/04/2020

Anziani, malati, depressi, persone sole, costrette all'immobilità: la loro esistenza è tutta una quarantena e adesso noi lo sappiamo, perché ci siamo passati. E non dovremmo dimenticarlo una volta finita l'emergenza.

Il virus ci ha fatto capire chi vive in lockdown da sempre

Ecco noi. Disperati e abbruttiti, avviliti e affamati noi. Affamati di vita, quella che abbiamo lasciato indietro, quella che abbiamo perduto e non ritroveremo. Noi non saremo migliori dopo l’incubo, siamo troppo pieni di rabbia e di paura. Noi non ci saremo alla chiamata alle armi della bontà, della catarsi e della palingenesi, noi saremo gli stessi, solo un po’ più vili. Meschini ed impazziti. Memori delle notti bianche, del tempo che era finito, del sospetto di chiunque.

Prigionieri di noi, a spiarci dietro i vetri, pronti alla delazione di chi sgarrava. Non potremo credere a cosa siamo stati eppure ce lo porteremo dentro. Per sempre. Ecco noi, reduci di una guerra che nessuno ha dichiarato, impotenti in trincea contro un nemico che respiravamo e s’infilava nel sangue e vedevamo i nostri cari morire e non potevamo tenergli la mano e non potevamo piangerli al cimitero. No. Noi non ci saremo all’appuntamento con la terra promessa di una nuova umanità.

Noi che adesso sappiamo. Noi, immuni alle sirene, al coprifuoco, ai bombardamenti, agli invasori, alla resistenza, noi figli della pace, della rinascita di libertà, noi adesso sappiamo. Noi ricorderemo. E se è vero che non saremo migliori, che non cambieremo il nostro mondo e quelli che siamo, se è vero che dovremo ripartire anche noi dalla nostra miseria per costruirci sopra la speranza, però una cosa la possiamo fare. Una cosa, la possiamo fare. Perché adesso sappiamo.

QUELLA SOLITUDINE CHE NON LASCIA MAI

Sappiamo come si sentono quei vecchi reclusi nell’età, farfalle dalle ali bianche troppo esauste per volare, via, via, di nuovo contro il sole. Lungodegenti li chiamano, per non dire che aspettano la morte in corsie d’ospedale e nessuno li va a trovare, osservano le ultime stagioni passare dietro al vetro, rottami a scadenza e lo sanno. Non hanno voglia di parlare, solo di aspettaretra  una flebo e un catetere e quei figli che neppure oggi verranno. E stanno peggio degli altri, vecchi e basta, orfani di ottant’anni, troppo infermi per uscire ancora, troppo sani per un reparto bianco: anche loro attendono, si trascinano nelle stanze intontiti dal nulla, dal ronzio della tivù, da liturgie di farmaci, da rosari di noia. E il telefono che non suona, non li cerca mai. E le ombre dei ricordi addosso ai muri, e la notte un po’ di droga per tramortirsi e svenire.

La depressione che fa vedere nero anche il sole e non ti lascia, non ti lascia

E i malati di qualunque età, che scontano l’incidente, la sfiga, il destino. Piano piano le visite si diradano e rimangono soli. Implodono. Si accartocciano. Si accucciano come cani nella tana, non vogliono uscire più, non vogliono guarire perchè non ne hanno ragione. Soffrono della madre di tutte le malattie, la solitudine che partorisce ogni morbo, la depressione che fa vedere nero anche il sole e non ti lascia, non ti lascia. E i disabili, di corpo, di mente, di tutto, a scontare la colpa dell’immobilità, di uno sguardo di lago quando piove, di una forma cubista, che non sai cosa dirgli, ti mettono a disagio, ti compromettono di pensieri pericolosi, di bilanci. Di imbarazzo.

E ancora i sani per niente, semplicemente, inesorabilmente. Rotolati fuori dal mondo, in compagnia dei loro passi, perché difficili, strani, brutti o derelitti. Li sfiori senza vederli, spettri di città, nessuno può arginare la loro angoscia finché si convincono che la loro dannazione è meritata e non cercano più, se un contatto li incrocia si ritraggono, non vogliono soffrire di più, non vogliono sperare, timidi come fiori che si schiudono a marzo, per disilludersi ancora.

NESSUN EROSIMO, SERVE SOLO TORNARE UMANI

Infinito è il lockdown di queste anime a rendere. Questi sassi in fondo a un fiume. La loro vita è tutta una quarantena e adesso noi lo sappiamo. Noi sappiamo come stanno, perché ci siamo passati. E non possiamo più essere uguali a prima e non abbiamo più alibi per cavarcela con una preghiera. Noi adesso vediamo che i loro occhi sono stati i nostri. Occhi di animali feriti, terrorizzati, in canile. Umiliati animali, che volevamo morire. Anche loro vogliono morire. Lo vogliono ogni giorno della vita, ogni mattina che riaprono gli occhi, ogni sera quando li spengono. Ma non muoiono, restano in compagnia della loro solitudine, ubriachi di silenzio, ebbri di sonno e di stanchezza, di una voglia di esistere che si è uccisa. Noi adesso sappiamo.

Ma se davvero c’è una cosa in cui possiamo cambiare – se realmente possiamo essere migliori, quando saremo restituiti alla nostra vita – sta nellumanità del coraggio e nel coraggio dell’umanità

Conosciamo il loro indirizzo, sta lì, a un bacio di distanza, a uno sparo di distanza. Non chiedono rifugio ma lo urlano col silenzio e il rifugio è un abbraccio, una visita, una telefonata, un regalino. Una sorpresa. Costerà, quel rientrare nell’orrore, costerà riconquistarci l’incubo che eravamo, che essi sono. Costerà sfondare il muro del loro ritegno. Ma se davvero c’è una cosa in cui possiamo cambiare – se realmente possiamo essere migliori, quando saremo restituiti alla nostra vita – sta nell‘umanità del coraggio e nel coraggio dell’umanità. Nessun eroismo, solo tornare umani, davvero umani. Diventarlo se mai. Sono là. Troppo vicini per scamparli. Parlo degli sbagliati, di quelli rimasti indietro, che non piacciono a nessuno, coi laghi dentro agli occhi, che ti guardano e ti raggelano, ti fanno venire voglia di scappare via, via, via dal tuo lockdown ma tu se hai imparato qualcosa, se sei umano rimani, caschi dentro quei laghi, ci vedi il tuo profilo e non hai più paura.