«Vogliamo birra, patatine e un governo»

Redazione
23/01/2011

E’ bastato l’appello di cinque studenti ventenni via internet, Twitter e Facebook, per chiamare a raccolta, senza intervento di alcuna...

«Vogliamo birra, patatine e un governo»

E’ bastato l’appello di cinque studenti ventenni via internet, Twitter e Facebook, per chiamare a raccolta, senza intervento di alcuna organizzazione politica o sindacale, decine di migliaia di persone (50 mila per i promotori, 38 mila per la polizia) contro l’intera classe politica belga, che a 244 giorni dalle elezioni del 13 giugno 2010, non è ancora riuscita a formare un governo. Si è trattato di una delle più grandi manifestazioni nella storia del Belgio, se si esclude quella del marzo ’96, quando scesero in piazza in 300 mila all’indomani dell’arresto di Marc Dutroux, il mostro di Marcienelle.
30 MILA HANNO SFIDATO IL FREDDO. Migliaia tra studenti e famiglie con bambini, lavoratori e pensionati, fiamminghi e valloni, hanno sfidato il freddo e la pioggia per condannare l’impasse governativa più lunga nella storia del Vecchio continente. Il Paese a causa dell’elevatissima instabilità politica, è finito anche nel mirino degli speculatori, rischiando di essere una delle prossime vittime della crisi finanziaria che sta mettendo a dura prova molti Paesi dell’Eurozona.

Impantanati nella riforma istituzionale

Il sistema politico belga si è bloccato (leggi il retroscena) perché la comunità fiamminga a nord (6 milioni di abitanti), e quella francofona-vallona a sud (3 milioni e 300 mila abitanti) si ignorano a vicenda dagli anni ’70. Hanno due parlamenti federali, partiti regionali differenti e tradizioni culturali e linguistiche diverse. Oggi però lo stallo è arrivato a livelli senza precedenti. Il risultato elettorale del 13 marzo 2010 si è imbrigliato in un progetto di riforma istituzionale guidato dagli indipendentisti fiamminghi che puntano alla trasformazione del Paese in una confederazione con autonomia fiscale assoluta e con poteri centrali limitati ai minimi termini. Nel frattempo il mandato è stato affidato in prorogatio al governo precedente.
«VOGLIAMO BIRRA, PATATINE E UN GOVERNO». Da qui lo slogan della manifestazione: «Shame. No goverment? Great country» (Vergogna. Niente governo? Grande Paese) che qualcuno ha definito scherzosamente «la Rivoluzione delle cozze e patatine fritte», una delle specialità culinarie del Belgio. Tantoi successo di dimostranti, per un popolo storicamente poco sensibile alle questioni politiche federali, è stato reso possibile grazie all’intraprendenza di cinque ragazzi, fiamminghi e francofoni. Simon Vandereecken, Alex Hermans, Thomas Royberghs, Felix De Clerck e Thomas Decreus che neppure si conoscevano, dallo scorso dicembre hanno cominciato a condividere in rete il fastidio per l’irrisolvibile stallo della politica locale.
«La manifestazione è un nostro successo e una sconfitta della politica, che non risce a negoziare, che non riesce a trovare un accordo» ha raccontato all’Ansa Royberghs. «Noi ci siamo riusciti. In questo senso, questo corteo è una pesante sconfitta della politica». Tra le decine di cartelli esposti, il filo conduttore è stato quello del richiamo alla serietà e alla concretezza del sistema politico. «Politici, siete pagati per trovare soluzioni, smettetela con i vostri giochi da bambini, vogliamo risultati» era scritto su uno degli striscioni. E ancora: «Finita la ricreazione, è tempo di governare», oppure «Dividerci? Non in nostro nome». Tra i cartelli più spiritosi: «Vogliamo birra, patatine fritte e un governo».
L’OMBRA DEL RADICALISMO. La manifestazione si è svolta in maniera pacifica, anche se durante il corteo sono stati fermani alcuni attivisi radicali fiamminghi appartenenti al Tak (Taal Aktie Komitee), un movimento noto per le sue azioni di disturbo. L’ultima venerdì sera, una loro squadra ha fatto irruzione nella casa del sindaco di Wezembeek-Oppem, uno dei comuni fiamminghi ma a maggioranza francofona della cintura Bruxelles, mentre era in corso una festa. Gli attivisti hanno aggredito verbalmente i partecipanti, suscitando la condanna di tutto il mondo politico. Un episodio che ha mostrato come sotto la cenere covi un pericoloso radicalismo che la prolungata crisi rischia di alimentare. I partiti lo sanno, e già da gran parte del mondo politico arriva l’invito a riprendere concretamente i negoziati e a non ignorare i segnali che arrivano dalla piazza.