Modugno, genio arci-italiano con la faccia da benzinaio

Quest'uomo dal talento sconfinato, dalla sensibilità artistica così miracolosamente in bilico tra futuro e tradizione, aveva anche il volto giusto, di quelli che trovavi nel nostro Paese, capace di conquistare l'America e in cui si specchiano tutti.

06 Agosto 2019 10.28
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Peppone e don Camillo, nelle mentite spoglie del compagno Tarocci, sbarcano in Russia, da un torpedone scalcinato, e trovano la banda di un paesello sperduto quanto impronunciabile che li accoglie al canto di Volare. È il 1965, e quella sequenza del Compagno don Camillo non è un film: è la realtà per chiunque si avventuri nel mondo.

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Lo è ancora oggi, fidatevi. Nel blu dipinto di blu aveva sbancato Sanremo sette anni prima, il classico spartiacque dopo il quale niente sarebbe stato più lo stesso. Niente nella canzone italiana, tanto per cominciare: se si pensa che seconda in quell’edizione arrivava quella immensa rottura di cabasisi de L’edera di Nilla Pizzi: il vecchio, ormai stantio, contro il giovane, il nuovo che avanzava, volando sì, ma con un volo radente che distruggeva tutto.

Domenico Modugno diventava, nello spazio di tre minuti, ambasciatore nel mondo con un nuovo modo di cantare tricolore

E c’era questo tipo, col baffetto malandrino, oh così italiano, che usciva dal metroquadro del suo spazio, allargava le braccia, andava a voce spiegata, inaugurando una retorica italiana, sì, ma affatto diversa: Domenico Modugno diventava, nello spazio di tre minuti, ambasciatore nel mondo con un nuovo modo di cantare tricolore: e andava all’Ed Sullivan Show, e andava a ricevere il primo Grammy per un italiano, un terrone…

I cantanti Domenico Modugno e Gigliola Cinquetti, vincitori del Festival di Sanremo del 1966 con la canzone ”Dio come ti amo”.

Lui, che per troppo tempo aveva alimentato la fake news delle origini siciliane, mentre veniva da Polignano a Mare. Ma quanto è difficile, oggi, a 25 anni dalla scomparsa, dire ancora qualcosa di Mimmo, della sua immensità italiana, dei 22 milioni di Volare venduti nel mondo, di quella canzone-ambasciatrice, la più eseguita di sempre. Capace di soppiantare l’inno nazionale. Perché – fidatevi – se andate in qualsiasi luogo remoto e impronunciabile, magari Fratelli d’Italia non la conoscono, troniste o meno, ma Nel blu dipinto di blu, aka Volare, è garantito che sì, l’hanno sentita. E, certo, c’erano le parole di Franco Migliacci (a proposito: con chi la eseguì a Sanremo, Modugno? Con un esordiente Johnny Dorelli, anche se pochi saprebbero ricordarlo). Ma poi c’era lui che tirava fuori tutto il suo istrionismo capace di segnare un’epoca.

MODUGNO, UN ARTISTA INARRESTABILE DENTRO E FUORI LA SCENA

Mimmo Modugno autore, chitarrista, cantante, attore di prosa e di cinema con quasi 50 film. E poi politico, di simpatie socialiste prima, di militanza radicale alla fine. Con la malattia a fargli da esperienza, con le battaglie per gli infermi, i detenuti in manicomio. Quella generosità confusionaria, bizzarra, ma inarrestabile. Oh, così italiana, che non sai mai se è troppo cuore o magari c’è in mezzo anche un certo compiacimento del bene.

Ambizioso no, superconvinto. Uno che non si dava limiti, che mordeva la vita e la fumava

Modugno era inarrestabile, dentro e fuori la scena. Primattore sempre, convinto di tutto saper fare, e infatti tutto poteva fare, compreso infilare una sequela impressionante di successi da consegnare alla tradizione musicale popolare e insieme colta: Piove, Addio Addio, Meraviglioso, Tu sì ‘na cosa grande, Vecchio frac, La lontananza, Io (incisa anche da Elvis Presley col titolo Ask me), per dirne solo poche, bastano e avanzano a scrivere a lettere d’immensità il suo nome, anche senza il trionfo senza tempo di Volare. Capace persino di mandare al successo quella sceneggiata patetica di Piange il telefono, con la odiosa piccina Francesca Guadagno, e siamo nel 1976.

Domenico Modugno nel 1976 durante una manifestazione contro la partecipazione dell’Itlia alla coppa Davis nel Cile di Pinochet.

E Scaramouche, e Rinaldo in campo con la meravigliosa Delia Scala, e Cyrano, e Pirandello (Liolà) e Brecht (L’opera da tre soldi) e De Filippo (Filumena Marturano, molto prima di mettere le ali). Versatile no, bulimico. Ambizioso no, superconvinto. Uno che non si dava limiti, che mordeva la vita e la fumava, cinquanta, sessanta sigarette al giorno, alle quali poi lui diede la colpa per l’ictus. Eppure non si fermò, continuava a esserci, a sfidarsi, a impegnarsi, a lottare, a cantare. Fino all’ultimo. Fino alla fine.

UN TALENTO SCONFINATO CON LA FACCIA DA ARCI ITALIANO

Uomo del Novecento, con dentro tutta l’energia, le contraddizioni, le retoriche, le astuzie del Novecento. Quella frenesia di vivere, quella convinzione di essere eterno nella mortalità. C’è una cosa che, forse, nessuno ha mai notato di Domenico Modugno. Quest’uomo dal talento sconfinato, dalla sensibilità artistica così miracolosamente in bilico tra futuro e tradizione, aveva anche la faccia giusta: da benzinaio, da gommista e cameriere (mestieri praticati davvero), da cantante, da emigrante, da terrone, da star. Una faccia da italiano, di quelle che le trovavi solo qui, capace di conquistare l’America. Una faccia solo sua, ma in cui si specchiano tutti.

Mimmo è il boom, è la 500, le prime file omeriche per le vacanze, il Paese ancora contadino che s’inurba a ondate

Un innovatore e un classicista, un volto e una voce che connotano un’epoca che ha del sogno: Mimmo è il boom, è la 500, le prime file omeriche per le vacanze, il Paese ancora contadino che s’inurba a ondate; è, sopra ogni cosa, l’ottimismo sconfinato che si mescola con quel sapore di morte, il «sole, sole, sole» e la disperazione sottile, notturna, quell’ammazzarsi pur di esserci, sempre, comunque, senza limiti, senza risparmio.

Domenico Modugno in una foto d’archivio.

Uno così, pare impossibile, ha vissuto solo 65 anni. Però ha vissuto ogni giorno come fosse una vita. Dicono che gli dedicheranno il teatro Ariston di Sanremo. Sarebbe il minimo. A Polignano la sua statua guarda chi la guarda, e a tutti ricorda che Volare è il sogno di tutti, ma solo pochi ce la fanno, bruciandosi per la meravigliosa ybris, quell’allegra generosa oscura superbia che condanna chi la nutre ma sa cambiare il mondo.

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