Volevo essere Umberto Eco

Redazione
11/10/2010

di Ferdinando Cotugno Predica pace e comprensione, ma ha la rara capacità di far arrabbiare tutti. Lo spirito provocatorio dello...

Volevo essere Umberto Eco

di Ferdinando Cotugno

Predica pace e comprensione, ma ha la rara capacità di far arrabbiare tutti. Lo spirito provocatorio dello scrittore egiziano Youseff Ziedan non ha mai avuto paura di andare controcorrente: frasi come «il velo è solo un logo sociale, la gente se ne stancherà» sono quelle che gli hanno messo contro l’Islam tradizionalista. Non vanno meglio i suoi rapporti con la chiesa copta d’Egitto, che ha scatenato contro di lui una battaglia che si protrae ancora tra pamphlet e tribunali.

Domanda. Ci aiuti a decifrare la situazione politica in Egitto oggi.
Risposta. Le tensioni in Medio Oriente, la crisi finanziaria: l’Egitto sta passando un momento critico. Eppure, oggi la vita culturale nel mio Paese è più viva che mai. Si è creato un pubblico di lettori, i libri più diversi raggiungono le quindici o le venti edizioni. C’è libertà di espressione e di critica. Ma tutto questo non basta, perché la democrazia non è sufficiente. La dialettica tra libertà, conoscenza e democrazia le rende indispensabili le une alle altre. Senza un miglioramento della qualità della nostra democrazia, tutti i progressi sociali saranno inutili.
D. Riguardo alla vita culturale, si è parlato molto del bando al velo nelle università.
R. Quello del velo è un falso problema. Il velo è un logo sociale, il genere di simbolo a cui si aggrappano i popoli in crisi. Una volta usciti da questa impasse, non ci sarà più tutto questo bisogno del velo. Il problema delle università egiziane è un altro: il sistema di quelle pubbliche è stato completamente demolito negli ultimi anni, a favore di quelle private elitarie o di quelle religiose. Avevamo docenti di livello internazionale che hanno dovuto lasciare i nostri atenei per insegnare in Europa o negli Stati Uniti.
D. L’Islam ha un problema di violenza?
R. Io penso di sì, inutile negarlo, ma mi permetta di fare un discorso più generale. Io ritengo che Giudaismo, Cristianesimo e Islam rappresentino la stessa religione. Teologicamente, sono vicine. Sono le dottrine, le abitudini e infine la politica ad averle messe le une contro le altre. Dio appartiene agli esseri umani, e una serie di bugiardi si sono impossessati delle tre grandi religioni per ottenere potere sulla Terra. Non usciremo da questi conflitti interreligiosi fino a quando non capiremo quanto siamo vicini, simili.
D. Questo vale anche per Israele e Palestina?
R. Servono persone in grado di sostenere il dialogo, la comunicazione. Dobbiamo diventare finestre, gli uni per gli altri, smettere di accentuare differenze illusorie, create di comodo per sostenere scopi politici, e ritornare a un altro sistema di riferimento: il Mediterraneo, che ci ha cresciuti tutti, e che deve tornare a essere il ponte che ci unisce.
D. Ha avuto più problemi con la chiesa copta.
R. È una disputa di una tale stupidità. Mi accusano di aver calunniato un personaggio del V secolo per il ruolo che ha avuto nel mio romanzo Azazel. Mi hanno trascinato in tribunale, hanno scritto sedici tra libri e pamphlet per denigrarmi. Ho capito che erano fuori dal mondo per come hanno reagito al successo che ha avuto Azazel in Italia. Si aspettavano che, in quanto sede del Vaticano e paese culla della cristianità, rifiutaste il mio libro. Appurato il contrario, sono giunti alla conclusione che in Italia non ci sono veri cristiani.
D. Azazel è stato paragonato al Nome della rosa.
R. È un grande onore. Io e Umberto Eco abbiamo un’abitudine simile, nei nostri romanzi. Usare religione e filosofia per comprendere momenti di svolta nella storia dell’umanità. Ho anche avuto il piacere di incontrarlo. Come membro del consiglio della Biblioteca alessandrina, avevo organizzato una mostra di manoscritti antichi, aperta solo agli altri membri. Era nell’atrio della biblioteca. Un uomo si avvicina a una pergamena, mi chiede: «È aritmetica?». «Rispondo: sì, e anche astronomia». Vorrei continuare a discutere con quell’uomo, ma devo accogliere gli ospiti. Glielo spiego. Lui mi risponde: «Ah, io sono uno di quelli che lei sta aspettando, sono Umberto Eco». Ho cercato di scrivere romanzi forti quanto i suoi, ma ora devo ammetterlo: lui è più bravo di me.