«Vorrei una Rai federale»

Redazione
14/10/2010

di Maurizio Di Lucchio La road map per trasformare la Rai, svecchiarla e renderla vero servizio pubblico è già pronta,...

«Vorrei una Rai federale»

di Maurizio Di Lucchio

La road map per trasformare la Rai, svecchiarla e renderla vero servizio pubblico è già pronta, fin nei dettagli. Si trova nel libro scritto da Gilberto Squizzato, giornalista, autore e regista, La tv che non c’è. Come e perché riformare la Rai, pubblicato da Minimum fax.
Ecco le tappe fondamentali: individuare con precisione gli scopi della tv pubblica; riformarne il modello di gestione allargando il consiglio d’amministrazione alle più rappresentative componenti sociali del Paese; puntare sui talenti creativi interni e cercarne di nuovi per dare vita a prodotti innovativi e completamente diversi da quelli dell’emittenza commerciale.
Il servizio pubblico che ha in mente Squizzato sembra ineccepibile: nessun partito a condizionarne i palinsesti e l’informazione, nessuno spreco di risorse e di personale (al momento, secondo i dati del sindacato dei giornalisti Rai, ci sono 18 vicedirettori e 134 capiredattori senza incarico).
Inoltre, per lui la nuova Rai non dovrebbe contribuire a creare vaste sacche di precariato, rivolgendosi sempre meno alle società di produzione esterne che assumono professionisti solo per il tempo necessario alla realizzazione dei programmi. Per ora, questa Rai è solo un sogno. Lettera43 ha incontrato l’autore per capire se un giorno potrà diventare realtà.

Domanda. Fra le tante cose che i cittadini non conoscono della Rai, qual’è la più preoccupante secondo lei?
Risposta. In genere, i cittadini ignorano il fatto che non esiste una legge che dica chiaramente quale sia la ragion d’essere della televisione pubblica. Chi se ne impadronisce può quindi farne ciò che vuole. Non c’è da scandalizzarsi se poi diventa un ‘bottino di guerra’ dei partiti.
D. Quale dovrebbe essere la missione del servizio pubblico?
R. La Rai dovrebbe avere lo scopo di creare nel cittadino una forte consapevolezza critica attraverso un’informazione che non privilegi un’ ideologia piuttosto che un’altra, proponendo forme e linguaggi nuovi di rappresentazione del reale e dell’immaginario. Sennò anche il contratto di servizio triennale diventa un atto puramente formale che non restituisce la Rai all’obbligo del pluralismo e dell’autentica innovazione.
D. Ci sono altri aspetti che l’opinione pubblica non considera?
R. Anzitutto pochi sanno che il rapporto tra la spesa dello Stato per il servizio pubblico radiotelevisivo e la spesa sanitaria è di circa 1 a 180. Il che vuol dire che per garantire la nostra “salute informativa” paghiamo quasi duecento volte meno che per la salute del nostro corpo. È un rapporto terribilmente squilibrato, perché un’informazione corretta e pluralista è la condizione di un’autentica democrazia.
D. Molto spesso si parla del canone Rai come qualcosa di estorto ai cittadini.
R. È vero. Ma bisogna ricordare che anche i programmi offerti “gratis” dalle tv commerciali non sono regalati ma preventivamente pagati dai cittadini quando vanno al supermercato: appare fuorviante e ingannevole contrabbandare il canone come un ingiusto balzello. I cittadini ignorano che, a fronte di alcuni cachet enormi riservati alle star, la gran parte dei lavoratori Rai percepisce stipendi medio-bassi, molti dei quali legati a contratti di lavoro a tempo determinato.
D. Al di là delle questioni meramente economiche, si sostiene da più parti che la Rai sia malata di politica. La cura è la privatizzazione, come ha sostenuto ultimamente anche il presidente della Camera Fini?
R. La Rai è una risorsa di tutti. Deve rimanere pubblica, così come l’acqua. Nessuna emittenza, eccetto quella pubblica, ha l’obbligo di dire tutta la verità ai cittadini. Ecco perché bisogna opporsi alla privatizzazione. Per estirpare la partitocrazia dalla tv pubblica ci sarebbe bisogno semmai di una legge che allarghi la gestione della Rai alle varie componenti socio-culturali del Paese e riservi alla politica, intesa come Parlamento, governo e Regioni, solo una piccola parte dei “posti” in cda. La convinzione che l’intera società possa essere rappresentata solo dall’ambito politico-partitico è un’eredità fascista.
D. Nel suo libro auspica la creazione di un vero federalismo televisivo. Cosa intende?
R. Finora si è creduto che il federalismo televisivo consistesse nel dare a ogni Regione il suo pezzo di tv pubblica. Io invece credo che si debba dare a ogni territorio la possibilità di raccontare la vita del Paese a tutta la nazione, e non solo a livello locale. Da lombardo mi chiedo: chi sono i “Cesaroni” del Nord? Se anche fossero una famiglia di leghisti, il servizio pubblico non ha forse il dovere di mostrarli e di raccontarli? E poi un dettaglio da non trascurare: una produzione regionale “federalista” permetterebbe di valorizzare anche la varietà linguistica dell’Italia. Insistere solo sul romanesco televisivo, ad esempio, depotenzia la forza del messaggio dalla linea gotica in su.
D. È noto che la Rai fa ampio ricorso alle produzioni esterne. Ma davvero la televisione pubblica riesce a risparmiare agendo così?
R. I sindacati interni e le organizzazioni di categoria hanno ripetutamente chiesto ai vertici aziendali di confrontare i costi complessivi di tutti i programmi esternalizzati con quelli delle produzioni interne. Finora però, non hanno ricevuto risposte puntuali ed esaurienti e da tempo chiedono un ritorno massiccio a modelli di produzione che puntano sull’utilizzo di mezzi e e personale interno, convinti che questo ridurrà i costi.
D. Come spera che la nuova Rai diventi realtà?
R. La via potrebbe essere quella di una proposta di legge di iniziativa popolare, sostenuta dai grandi movimenti che si battono per la libertà di informazione e dalle associazioni. Mi auguro venga supportata anche dai politici intelligenti che hanno interesse a non avere un servizio pubblico asservito alla partitocrazia, perché in politica si vince ma anche si perde. Ecco perché a tutti i partiti conviene a tutti avere una Rai autenticamente libera, autonoma e indipendente.

Per approfondire l’argomento

Gilberto Squizzato, La tv che non c’è. Come e perché riformare la Rai, 2010, 239 pagine, 13 euro – Minimum fax.