Sergio Colombo

Il voto sulla Brexit mette Corbyn spalle al muro

Il voto sulla Brexit mette Corbyn spalle al muro

15 Gennaio 2019 07.00
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L'accusa più frequente che gli viene mossa sul dossier europeo è di essere poco labour, come l'uscita dalla Ue che – a marzo del 2017 – il suo partito si diceva disposto ad accettare. Jeremy Corbyn si affaccia sull'ultimo rettilineo della Brexit consapevole di avere i numeri per fare sbandare il governo britannico di Theresa May. Ma deve fare i conti con il malcontento che monta in seno alla base del partito da lui guidato. E che, alla prima curva, è suscettibile di mandare fuori strada la litigiosa macchina laburista. Il leader della principale forza di opposizione all'esecutivo di marca conservatrice rischia di pagare un'ambiguità in materia di rapporti tra Londra e Bruxelles che si porta avanti dalla campagna per il referendum del giugno 2016. E che la resa dei conti all'interno della politica d'Oltremanica è destinata a portare a galla. Ponendo Corbyn davanti a un bivio: sconfessare le proprie idee sull’Europa o scontentare la base del partito di cui è a capo.

L'ALA ANTI-CORBYN IN SENO AL LABOUR

Martedì 15 gennaio alle 20 italiane è in programma il voto della House of Commons, la Camera bassa del parlamento del Regno Unito, sulla ratifica del controverso accordo di divorzio raggiunto dal governo May con l'Unione europea. L'ipotesi più probabile è una bocciatura. Gli indizi, in questo senso, sono molteplici, tanti quanti gli emendamenti su cui l'esecutivo è stato battuto nel percorso di avvicinamento al voto dei Comuni. Due nel giro di poche ore, tra martedì 8 e mercoledì 9 gennaio, dopo le tre sconfitte in serie registrate a inizio dicembre. Ma è significativo che, negli ultimi giorni, ad accendere l'unico lumicino di speranza per May sia stato un drappello di deputati laburisti. Tra la premier e i parlamentari capitanati da John Mann, esponente dell'ala anti-Corbyn, giovedì 10 gennaio è andato in scena un incontro che difficilmente cambierà le sorti dell'accordo May, ma che aumenta la pressione su “Jeremy il Rosso” in vista delle mosse che dovrà fare dopo l'appuntamento ai Comuni.

LE GIRAVOLTE DI JEREMY SULLA BREXIT, DAL 1975 A OGGI

Il 15 gennaio Corbyn voterà contro l’esecutivo. E come lui la maggior parte del Labour che alla sua corrente fa capo. Jeremy si oppone all'intesa raggiunta da May con Bruxelles, non però alla Brexit. E per chi guida un partito sostenuto in maggioranza da elettori pro Remain non è dettaglio da sottovalutare. L'euroscetticismo di Corbyn ha radici lontane, che vanno ben oltre i pareri negativi espressi sui Trattati di Maastricht (nel 1992) e di Lisbona (nel 2008). Figlio di una sinistra radicale, il nativo di Chippenham, nel Sud-Ovest dell'Inghilterra, già nel 1975, quando poco più che 25enne era un consigliere locale nel borgo londinese di Haringey, votò "no" al referendum sulla permanenza del Regno Unito nella Comunità europea. Lo ammise candidamente 40 anni dopo, nel settembre del 2015, alla vigilia della nomina a leader del Labour. Sollevando dubbi, notava allora The Telegraph, su come il partito si sarebbe posizionato nella campagna elettorale alle porte. E quei dubbi non furono mai del tutto fugati.

Dico a May: se sei così convinta del tuo accordo, convoca le elezioni e lascia che sia il popolo a decidere

GLI ELETTORI LABURISTI SONO SEMPRE PIÙ ANTI-BREXIT

Corbyn si schierò a favore del Remain, ma lo fece in maniera tardiva e poco convinta. Quasi costretto, suo malgrado, a vestire gli scomodi – e poco calzanti – panni dell’europeista. A tratti offrì una sponda al suo rivale, l'allora premier conservatore David Cameron, criticando quel che l’Unione era diventata. Oggi, quasi quattro anni dopo, questa ambiguità sull'Europa resta il fardello più pesante per Corbyn. E rischia di scalfirne una volta per tutte la credibilità, in un momento in cui il destino dei rapporti tra Londra e Bruxelles è il fulcro del dibattito politico britannico. Anche perché, se la posizione di Corbyn s’è dimostrata contraddittoria, talvolta difficile da decifrare, lo stesso non si può dire di quella degli elettori laburisti. In occasione del referendum del 2016, il 65% votò Remain. E, secondo una ricerca condotta da Focaldata a ottobre del 2018, ben 1,4 milioni di elettori laburisti che avevano scelto il Leave, se fossero chiamati a esprimersi nuovamente, si schiererebbero per la permanenza del Regno Unito nella Ue. Troppo tardi per tornare indietro? Non per tutti, se si guarda a un altro sondaggio, quello pubblicato il 5 gennaio del 2019 da YouGov.

LA BASE VUOLE UN SECONDO REFERENDUM, CORBYN NO

L’istituto di ricerca con sede a Londra ha puntato i riflettori sui membri del partito laburista e ha rilevato come l’86% invochi un secondo referendum sulla Brexit. Il problema è che Corbyn sembra avere altri piani. L’intenzione del leader del Labour, nel caso in cui l’accordo May dovesse essere bocciato dalla House of Commons, è chiedere a stretto giro la sfiducia della premier – che non è detto riesca a passare -, per poi portare il Paese a elezioni anticipate. Sull’uscita di Londra dalla Unione europea, almeno per ora, nessun ripensamento. Nonostante il già citato sondaggio di YouGov nasconda tra le righe un avvertimento nemmeno troppo velato ai vertici del Labour: se non dovessero convincere i propri parlamentari a opporsi all’attuazione della Brexit, il consenso del partito potrebbe crollare ad appena il 26%, ai minimi dagli Anni 30, contro il 43% dei Tory.

Non tratteremo una intesa diversa da quella che è stata negoziata. Per il resto, tutto è nelle mani britanniche. Loro hanno invocato l'Art. 50

I SEI PILASTRI DELLA BREXIT SECONDO IL LABOUR

Corbyn prende nota, ma tira dritto: «Dico a Theresa May», ha scandito il 10 gennaio, «se sei così convinta del tuo accordo, convoca le elezioni e lascia che sia il popolo a decidere. Le elezioni non sono solo l'opzione più pratica, sono la più democratica». Il leader laburista fa sapere che lui, a differenza dell’attuale inquilina di Downing Street, strapperebbe a Bruxelles un’intesa degna di questo nome. Una Brexit “morbida”, magari fondata sui sei pilastri fissati dal Labour a marzo del 2017: un sistema di gestione dell’immigrazione equilibrato; il mantenimento di una forte relazione con l’Ue; la protezione della sicurezza nazionale e la capacità di punire crimini oltre confine; l’inclusione nelle trattative tutte le regioni del Regno; il mantenimento dei diritti dei lavoratori e le protezioni per i dipendenti; il mantenimento dell’accesso al mercato unico.

L'UTOPIA DI UNA RINEGOZIAZIONE CON L'UNIONE EUROPEA

Quel che Corbyn non dice è che la rinegoziazione dell’accordo non è una strada praticabile. L’Ue è disposta a rinviare la data del divorzio con la Corona dal 29 marzo a maggio o luglio, concedendo al Regno Unito – previo il via libera all'unanimità degli altri 27 Paesi membri – più tempo per trovare la quadra politica che consenta all’intesa di passare. Sarebbe pronta anche ad accogliere un passo indietro di Londra, nell’improbabile – ma non impossibile – eventualità di un secondo referendum. Quello che a Bruxelles escludono, però, è che si possano ridiscutere i termini dell’accordo raggiunto. Lo hanno confermato il 14 gennaio a Lettera43.it fonti interne alla Commissione Ue: «Le opzioni per noi sono chiare. Non tratteremo una intesa diversa da quella che è stata negoziata. Per il resto, tutto è nelle mani britanniche. Loro hanno invocato l'Articolo 50». Il messaggio, rivolto al governo britannico ma indirettamente anche ai suoi oppositori, è che le vie all’orizzonte sono due, e due soltanto: o l’Unione europea o la Brexit made in May. E per Corbyn, critico dell'una come dell'altra, in entrambi i casi la strada sarebbe accidentata.

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