Chi era il giornalista Walter Tobagi

Il 28 maggio 1980, a soli 33 anni, venne ucciso a Milano da un commando della Brigata XXVIII marzo, gruppo terroristico di estrema sinistra. 

28 Maggio 2019 04.00
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Milano, 28 maggio 1980, 11 del mattino. Il giornalista del Corriere della Sera, Walter Tobagi, sposato e padre di due figlie, esce di casa per andare a prendere l’auto in garage, in via Andrea Salaino, a Milano. In quella strada stretta lo aspettano in sei. Sotto la pioggia battente, alle 11 e 15 due di loro estraggono la pistola, quattro colpi risuonano, Tobagi si accascia in una pozzanghera, l’ombrello scivola su un fianco, la stilografica Parker cade dal taschino. È già morto: ucciso dalla seconda pallottola che gli è entrata nel cuore. Ma uno degli assassini si china e gli esplode un altro colpo dietro l’orecchio sinistro. Poi il commando fugge in auto.

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LA CARRIERA GIORNALISTICA E LE INCHIESTE SUGLI ANNI DI PIOMBO

Nato a Spoleto il 18 marzo 1947, Walter Tobagi venne ucciso a 33 anni. Trasferitosi con la famiglia a Bresso vicino a Milano a 8 anni, aveva iniziato a scrivere da adolescente sulla Zanzara, giornale del liceo Parini diventato famoso per lo scandalo suscitato da un articolo sull’educazione sessuale. Entrato subito dopo la maturità allAvanti!, passò dopo qualche mese ad Avvenire e infine nel 1972 approdò al Corriere della Sera dove durante gli Anni di Piombo indagò sulle Brigate Rosse. Dieci ore prima dell’agguato aveva partecipato a un incontro al Circolo della stampa di Milano. Aveva parlato d terrorismo, era stato oggetto di violenti attacchi verbali. Mentre il 20 aprile 1980 sul Corriere della Sera aveva pubblicato l’articolo Non sono samurai invincibili, in cui spiegava come il tentativo delle Brigate Rosse di «conquistare l'egemonia nelle fabbriche» fosse «fallito», anche se «in alcune zone calde di grandi fabbriche» erano comunque riuscite a penetrare. «Chi vuole combattere seriamente il terrorismo non può accontentarsi di un pietismo falsamente consolatorio, non può sottovalutare la dimensione del fenomeno», concludeva.

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LA BRIGATA XXVIII MARZO

Ciò gli valse una condanna a morte in realtà non da parte delle Brigate Rosse, ma della Brigata XXVIII marzo, un gruppo di giovani bene che avevano cercato di entrare nelle Br ma che le Br avevano respinto. A quel punto avevano costituito un gruppo armato fai-da-te convinti che se si fossero fatti notare con qualche azione eclatante sarebbero stati infine ammessi nell’élite guerrigliera. A sparare il colpo di grazia a Tobagi fu Marco Barbone, figlio di Donato Barbone, dirigente editoriale della casa editrice Sansoni. Assieme all’altro sparatore Mario Marano, all’autista Daniele Laus, a Manfredi Di Stefano e a Francesco Giordano del commando faceva parte anche Paolo Morandini, figlio del critico cinematografico Morando Morandini. Il 25 settembre Barbone venne arrestato. Si pentì subito e coinvolse il resto dei membri della formazione. A Walter Tobagi è intitolata la scuola di Giornalismo di Milano.

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