Washington? Ha più debiti di Roma

Mario Margiocco
18/10/2010

Il buco nelle finanze pubbliche Usa è salito al 135% sul Pil.

Washington? Ha più debiti di Roma

Tutte le statistiche internazionali assegnano la palma del maggior debito pubblico fra i maggiori paesi industrializzati al Giappone, che veleggia verso il 200% del prodotto interno lordo (Pil). Al secondo posto viene l’Italia, con il 120% circa. Gli Usa sono sesti, fra i Paesi del G8, con meno del 70%. In realtà non è vero.
Gli Stati Uniti, infatti, sono al secondo posto, dopo il Sol Levante, con quasi il 140% del Pil.
Sono sufficienti due conti piuttosto semplici a dimostrarlo. E il fatto che non venga ammesso, grazie anche ad alcune peculiarità della contabilità pubblica americana, dipende dall’istinto di autodifesa dell’intero sistema internazionale.
Se le cifre reali diventassero ufficiali, gli Stati Uniti perderebbero inevitabilmente la tripla A di massima affidabilità finanziaria, ininterrotta dal 1917. Il mondo si troverebbe così, dopo quasi un secolo, senza il pilastro del sistema economico internazionale. È accettabile che accada? No.

Il buco nelle finanze Usa, un gigante nascosto

Le statistiche ufficiali della Federal Reserve, i Flow of Funds Accounts, dicono nell’ultimo bollettino, datato 17 settembre, che il debito pubblico federale, a giugno 2010, è a 8.706 miliardi, pari a circa il 63% su un Pil 2010, calcolato a 14.600 miliardi di dollari (vai all’approfondimento).
Ma questo non è il vero debito pubblico. È solo una parte del debito federale, quello held by the public, come usa dire la contabilità federale americana, detenuto cioè da residenti e non, privati, società, stati esteri.
Tradizionalmente negli Stati Uniti si è guardata questa misura, poiché di titoli del Tesoro detenuti da enti pubblici sarebbero alla fine soldi che lo Stato deve a se stesso. Di questa seconda tranche del debito pubblico, pari oggi a circa 4.500 miliardi, circa la metà è sottoscritta dal Social Security Trust Fund, cioè dal sistema delle pensioni pubbliche.
Da qualche anno questa metodologia è molto criticata e viene sempre più usata la formula del Gross National Debt o Total Public Debt Outstanding. Metodi che vengono scelti per due motivi: il primo è perché si incomincia a vedere all’orizzonte lontano, ma non più lontanissimo, il momento in cui il sistema pensionistico avrà bisogno di quei soldi.
Il secondo perché alcuni importanti detentori di questo debito, come la Federal Housing Administration, sono in pessime acque. Seguendo questo calcolo il debito federale arriva a circa il 93% del Pil, che era il 28 luglio scorso pari a 13.300 miliardi, per due terzi held by the public e per un terzo intragovernativi.
Ma queste cifre non rappresentano tutto il debito pubblico. Ci sono anche gli Stati e gli enti locali. Il citato Flow of Funds assegna infatti a quest’ultimi 2.387 miliardi di debito. Da più parti, tuttavia, si ritiene questa cifra decisamente ottimistica, perché numerosi stati, città e contee hanno adottato la deplorevole tecnica, “à la Enron”, ossia quella di creare voci sganciate dal bilancio ufficiale.
Già nello scorso marzo il New York Times sollevava dubbi sulla reale entità del debito pubblico locale, e questo senza inglobare il debito pensionistico per i dipendenti pubblici dei 50 Stati, pari a 3,3 mila miliardi di dollari. Comunque, prendiamo pure la cifra della Federal reserve, e con 13,3 più 2,4 si arriva a 15mila 700 miliardi  (vai all’approfondimento).
È su questa cifra che recentemente Kenneth Rogoff, l’economista di Harvard, ha ricordato come il debito pubblico si stia avvicinando ai vertici del 119% toccati alla fine della seconda guerra mondiale (vai all’approfondimento).

Fannie e Freddie: megafinanziarie a perdere

E non è tutto. Ci sono circa altri 3.900 miliardi che un credibile conteggio del debito pubblico americano deve accollarsi. Vengono dal sistema del credito immobiliare pubblico, che è un disastro, e che ha il suo fulcro nelle due megafinanziarie, di fatto pubbliche, Fannie e Freddie, i nomi popolari con cui le indicano tutti gli americani.
Fannie esiste dagli anni 30 e fu tolta dal bilancio federale, e formalmente privatizzata, da Lyndon Johnson che voleva alleggerire i conti negli anni del Vietnam per combattere la guerra senza mettere imposte.
Freddie nasceva in quel periodo, affiancando la sorella maggiore. Le due finanziarie si tengono in piedi emettendo obbligazioni sui mercati globali e oggi hanno su queste un debito di 1.600 miliardi. Con la raccolta acquistano sul mercato interno mutui da banche e finanziarie che li emettono, li cartolarizzano, in parte li rivendono, e soprattutto li assicurano, in modo che chi acquista il mutuo ha sempre la garanzia che, anche se i mutuatari non pagano, saldano Fannie e Freddie (e altre entità minori analoghe). Questo ha creato obblighi per altri 4.700 miliardi (vai all’approfondimento) .
Data l’espansione esponenziale dei mutui acquistati dalle due società, e voluta dalla politica, le due finanziarie arrivavano nel peridoo primaver-aestate del 2008 alla bancarotta e nel settembre 2008 giungevano di fatto alla nazionalizzazione. Non formalmente, perché questo, come ricordava poco dopo l’allora ministro del Tesoro Henry Paulson, avrebbe costretto a mettere i conti delle due megafinanziarie nel bilancio federale. «Wall street ha venduto Fannie e Freddie al mondo come se fossero garantite dal contribuente al pari dei titoli del Tesoro, e ora scopriamo che così è», scriveva un anno fa il Wall Street Journal (vai all’approfondimento).
Rispondendo a un deputato, sei mesi fa il ministro del Tesoro Tim Geithner ribadiva che Fannie e Freddie non entravano nel bilancio federale, ma erano comunque pienamente garantite da Washington. Nella sostanza quindi ne facevano parte (vai all’approfondimento).
I 1.600 miliardi delle obbligazioni emesse sono tutti di fatto quindi da contabilizzare. Dei 4.700 miliardi di garanzie sui mutui sembra logico calcolare un valore pari alla metà, visto che le case su cui sono stati concessi i mutui restano comunque un capitale, ma hanno perso il 35% mediamente del valore e ne perderanno probabilmente fino a tutto il 2012. Quindi si arriva a 3.900 miliardi (1.600 più 2300) che sommati al vero debito pubblico lo portano a 19. 600 miliardi pari al 135% circa del Pil degli Stati Uniti. Un calcolo, oltretutto, molto prudenziale. Si può anche far finta che non sia così. Ma i dati parlano chiaro.

Per Volker il sistema finanziario è alla bancarotta

Qualcuno, ai vertici di Washington, dovrà prima o poi dire la verità. L’anziano economista Paul Volcker lo ha fatto recentemente, ricordando come il sistema finanziario, in particolare nel fulcro più importante, quello del credito immobiliare, è «in bancarotta» (vai all’approfondimento).
Un dettagliato studio, completato ad agosto da John Kitchen, del Tesoro Usa, e Menzie D. Chinn, dell’università del Wisconsin, documenta che per finanziare la spesa pubblica Usa e servire il debito, la quota di titoli del Tesoro Usa detenuta dal mercato globale dovrebbe passare tra ora e il 2020 da una media storica pari al 5% del Pil globale al 19% (vai all’approfondimento). Irrealistico.
L’alternativa è la oggi spesso discussa “fuga dal dollaro”. Ma sarebbe un mondo stravolto rispetto a quello conosciuto negli ultimi 100 anni. Una terra incognita. E la conferma che, come diceva un anno fa lo storico della Federal Reserve, Allan Meltzer, «non ci saranno al mondo nei prossimi anni denari sufficienti per finanziare i deficit della spesa pubblica americana» (vai all’approfondimento).
O meglio, ci saranno, ma non ci sarà più l’America. È questo il problema numero uno della sicurezza nazionale americana. E anche nostra, che già di problemi di debito non siamo in scarsità.

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