Web tax, le tensioni con gli Usa nuova scusa dei paradisi fiscali

Giovanna Faggionato
21/03/2018

L'Ue propone l'imposta sul fatturato dei big della Rete e i criteri per definire la presenza delle società digitali in un Paese. Ma Lussemburgo & co. puntano il dito sulle frizioni con l'America. E l'accordo è un miraggio.

Web tax, le tensioni con gli Usa nuova scusa dei paradisi fiscali

da Bruxelles

L'ultima argomentazione dei diplomatici decisi a tutelare i paradisi fiscale arroccati nel cuore dell'Unione europea è raffinata: «In questo momento una tassa sulle società del digitale rischia di aumentare le tensioni con gli Stati Uniti con cui abbiamo già problemi sul commercio».

MOSCOVICI RASSICURA L'AMERICA. Come spesso accade una qualche ragione ce l'hanno e anche per questo il commissario europeo agli Affari economici Pierre Moscovici deve ripetere più e più volte che la web tax proposta il 21 marzo 2018 dalla Commissione Ue non è un'imposta «contro gli Stati Uniti», «contro i Gafa», l'acronimo che indica Google, Apple, Facebook e Amazon, cioè i colossi della Silicon Valley, i padroni della Rete.

SQUILIBRIO DIGITALE TRA USA E UE. Difficile credergli. Moscovici spiega che almeno un terzo delle imprese tassate sono europee. Ma altri numeri parlano da soli: soltanto Google e Facebook hanno una quota pari al 66% del mercato pubblicitario europeo. Del resto non è un mistero che il sogno del presidente francese Emmanuel Macron voglia invertire lo squilibrio sul digitale tra le due rive dell'Atlantico e che la cancelliera tedesca Angela Merkel sia particolarmente interessata a sviluppare l'industria dei dati.

OLTRE 13 PUNTI DI TASSE IN MENO. Soprattutto non è un mistero che le grandi multinazionali del web paghino in media più di 13 punti percentuali in meno di imposte rispetto alle altre, circa il 9,5% contro il 23,3%, che eludano ogni anno almeno 5 miliardi di euro di tasse nel Vecchio continente, secondo uno studio del parlamento europeo, e che contemporaneamente crescano a un tasso del 14% l'anno. E ora le grandi economie europee, quelle che hanno il maggior numero di utenti, quindi che creano il maggiore valore aggiunto, sono decise a procedere.

Web tax: l’Ue sceglie la proposta più rivoluzionaria, ma che fa pagare meno i colossi

Tassa secca tra l’1 e il 5% sul fatturato. Bruxelles segue la soluzione indicata dalle grandi capitali europee. Che porta più entrate ma che paradossalmente costa poco ai big della Rete. L’idea controversa. La data segnata in agenda è il 21 marzo 2018: il giorno in cui la Commissione europea ha in programma l’annuncio della sua proposta di tassazione per i colossi dell’economia digitale.

Per questo, nonostante i tecnici della Commissione avessero molti dubbi, l'esecutivo europeo alla fine ha ceduto all'idea di una tassazione temporanea. Le novità sono poche. Come ha raccontato Lettera43.it, la proposta è molto "italiana": consiste in una tassa sui ricavi per le società che hanno un giro di affari di almeno 750 milioni di euro a livello globale e 50 milioni di euro all'interno dell'Ue.

ATTIVITÀ DIFFICILI DA CATTURARE. Si applica «alle attività che svolgono un ruolo importante nella creazione di valore e che sono le più difficili da catturare con le norme fiscali correnti» e cioè le entrate dalla vendita di spazi pubblicitari online, quelle create dalle «attività di intermediazione digitale che consentono agli utenti di interagire con altri utenti e quindi facilitare la vendita di beni e servizi tra loro» (in altre parole le piattaforme della sharing economy) e infine i ricavi che derivano dalla «vendita dei dati generati da informazioni fornite dall'utente».

ENTRATE AGGIUNTIVE PER 5 MILIARDI. L'asticella del fatturato in Europa era prima prevista a 10 milioni di euro, poi è stata innalzata a 50 milioni di euro per colpire solo i big. Con questi paletti e un'imposta al 3%, l'Ue calcola entrate aggiuntive per 5 miliardi. Per Big G e sorelle è quasi un affare, se non fosse che viene modificato il principio base della fiscalità.

La rivoluzione non sta solo nel tassare i ricavi, di cui abbiamo spiegato le motivazioni, ma anche nel dare centralità a dove si trovano gli utenti e quindi a come nell'ecosistema digitale gli utenti partecipano alla creazione di valore aggiunto. Moscovici ha spiegato che «i benefici fiscali devono andare dove questo viene creato e non corrisponde a dove sono pensati gli algoritmi, ma dove tutti gli attori interagiscono, consumatori, algoritmi, impresa». Al contrario, per esempio, dei servizi di streaming come Netflix.

PRESENZA DIGITALE, NUOVA FORMULA. Soprattutto, oltre all'imposta temporanea, l'Ue propone proprio una nuova definizione giuridica della presenza digitale di un'impresa, con l'idea di poterla integrare nelle nuove regole comuni sulla tassazione su cui i negoziati arrancano da 11 anni. Secondo l'idea dell'Ue, si potrà individuare la presenza virtuale di un'azienda in un Paese dell'Unione quando l'impresa ricava più di 7 milioni di euro di fatturato in un Paese membro o ha più di 100 mila utenti in uno Stato membro in un solo anno, oppure ha firmato almeno 3 mila contratti per servizi digitali con controparti di quel Paese in un anno fiscale.

DISCUSSIONE ALLA CENA DEL 22 MARZO. È su questa ultima proposta che la Commissione scommette: «Ci credo molto», ha dichiarato il commissario francese, «perchè é una risposta culturale di lungo termine». Quello che non ha detto lo rivela invece un diplomatico di alto livello. E cioè che sulla web tax, pensata anche dalla Commissione come temporanea, l'unanimità tra gli Stati «non ci sarà mai». Il dossier non a caso è stato inserito, assieme al dibattito su Russia e Turchia, nel menù della cena dei leader di Stato del summit del 22 marzo. L'argomento è tale che bisogna trovare un consenso «ai massimi livelli», spiega una fonte del Consiglio Ue, senza specificare che a cena non c'è alcun funzionario che possa registrare le parole dei capi di governo e di Stato.

La Commissione vorrebbe che Consiglio e parlamento adottassero la sua proposta entro la fine del 2018. E la definizione giuridica, in effetti, è perfettamente in linea con le inizative legislative della Commissione affari economici e monetari dell'Assemblea di Strasburgo. Ma sul fronte degli Stati le divisioni sono note.

DUE FRONTI TRA I PAESI EUROPEI. «C'è un gruppo che vorrebbe attendere un accordo a livello internazionale in sede Ocse o G20, un altro che sostiene che i tempi sono troppo lunghi e bisogna dare una risposta europea», riassume un funzionario Ue. I nomi che circolano del primo fronte non riservano sorprese: Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Danimarca, Malta e Cipro. Dall'altro ci sono le quattro prime economie europee, Germania, Francia, Italia e Spagna affiancate da alleati che non ti aspetti come Slovacchia e Ungheria, le due sole altre nazioni europee oltre all'Italia ad avere introdotto una misura per la tassazione delle imprese digitali.

MACRON HA RIACCESO IL DIBATTITO. I piccoli Paesi credevano di aver archiviato la partita con il riferimento all'Ocse e al G20 e all'approccio globale ottenuto nel vertice di ottobre 2017. Ma poi «Macron ha chiesto di ridiscuterne e gli altri leader hanno accettato», spiega un alto funzionario del Consiglio. Le aspettative in ogni caso sono basse: «Non credo giovedì a cena si discuteranno i dettagli, più che un accordo sull'imposta si potrebbe trovare un'intesa su come procedere, una cornice comune». Poi se ne riparlerà al summit di giugno.

Moscovici sostiene che tutti i Paesi devono «stare a bordo», che basterebbe guardare l'esempio della Tobin Tax per capirlo. Sostiene che la Commissione è voluta intervenire perché non può permettersi di verdere il mercato unico frammentato, tra fughe in avanti e vuoti giuridici. Ed è la stessa argomentazione utilizzata dagli Stati che vogliono l'adozione della proposta per convincere gli oppositori.

LA VIA DELLA COOPERAZIONE RAFFORZATA. Gli altri sono già pronti a inserire come dessert del dibattito le tensioni con gli Stati Uniti. E poco importa che la tassa sia pienamente compatibile con le regole dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto), che non ci sia alcun legame tra questo dossier e quello commerciale che l'iniziativa sia stata preparata da mesi, come ribadiscono dalla Commissione. La sola via percorribile, si dice nei corridoi di Bruxelles, è la cooperazione rafforzata: chi ci sta ci sta. Doveva essere così anche sulla Tobin tax. La differenza, sostengono gli ottimisti, è che il numero dei Paesi è maggiore e le grandi economie procedono in maniera più compatta. E forse anche che a pagare saranno soprattutto delle società californiane. Ma non ditelo a Moscovici.

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