Westminster camping

Redazione
12/12/2010

da Londra Gea Scancarello Hanno provato a confonderli con barboni e delinquenti di strada. A togliere loro lo spazio, confinandoli ...

da Londra
Gea Scancarello

Hanno provato a confonderli con barboni e delinquenti di strada. A togliere loro lo spazio, confinandoli  in un angolo di prato sempre più stretto. Li hanno circondati con barriere di ferro, rinchiusi in un recinto alla stregua di un gruppetto di freak sessantottini impenitenti. Loro sono rimasti. E qualcuno si è pure aggiunto.
Sono i 30 manifestanti che, dal 2001, soggiornano sul marciapiede di fronte a Westminster, per protestare contro «le bugie dei governi».
Quelli che hanno occupato il giardino pubblico di proprietà della Greater London authorithy, il Comune di Londra, di fronte al Parlamento e all’abbazia gotica dove i turisti si mettono in fila per entrare. Additati con curiosità dai bambini sull’altro lato della strada, mentre i genitori si stringono nelle spalle per l’imbarazzo.

Nove anni di manifestazione permanente

Era il 2001 quando il primo gruppetto è arrivato. La Nato aveva appena iniziato a bombardare l’Afghanistan dopo l’attacco alle Torri Gemelle, e le truppe britanniche, con la benedizione del Primo ministro Tony Blair, guidavano le fila della missione Enduring Freedom, libertà duratura.
Ann e Brian, 45 e 50 anni, sono stati i primi a piantare la tenda. Un gesto simbolico, dettato dalla rabbia. Nessuno dei due aveva un figlio arruolato, ma a entrambi quella spedizione non andava giù. «Per cosa, per quale ragione sganciamo bombe a grappolo contro Kabul? Il Parlamento me lo spieghi, io starò qui finché non mi diranno la verità», Ann ha ricordato di aver detto ai primi cronisti arrivati a intervistarla.
È stata di parola: nove anni dopo è ancora lì. Nel frattempo è stata ricoverata tre volte per polmoniti fulminanti. Ma all’ambulanza che le restituiva la libertà ha sempre ordinato di riportarla al campo.
L’abbiamo incontrata in una mattina di dicembre davanti alla propria tenda. A Londra il vento gelido ha fatto scendere il termometro sotto zero e lei ha dormito sul fango ghiacciato, sotto allo striscione che recita: “Onora le nostre truppe, riportale a casa”. Un invito che la House of Lords non ha mai accolto.
«Ci hanno boicottato»,  ha spiegato quando la abbiamo avvicinata. «Credete che dopo il primo momento  i giornalisti siano tornati a vedere come stiamo e cosa facciamo? Sono anni che non passano di qui. Eppure la gente continua ad arrivare e i soldati a morire».

Tutte le battaglie del Democratic village

Il piccolo accampamento di fronte a Westminster, ribattezzato Democratic village (guarda il blog), ha continuato in effetti lentamente a crescere. Anche se le autorità limano di anno in anno lo spazio concesso agli attivisti. «Non voglio che mi si chiami così», ha commentato stizzita Ann. «Io sono una madre, non “una che protesta”. Ho due figli adulti: uno fa l’avvocato, l’altro lavora in una farmacia. Se vivo in mezzo a una strada è perché voglio smascherare le bugie di Stato e consegnare ai nipoti un futuro migliore».
Gli ultimi arrivati al Village, che assomiglia parecchio a una tendopoli, sono una coppia del Kent. Si sono stabiliti ad agosto, quando l’escalation militare contro l’Iran sembrava irreversibile. Così anche loro hanno piantato una canadese e molte insegne per chiedere al governo di non ingaggiare una nuova guerra.
Ognuno qui ha le proprie ragioni per invocare un intervento del Parlamento. C’è chi vuole capire quali sono i veri interessi dei britannici in Iraq e chi chiede che la giustizia sociale inizi riformando la scuola. Chi sogna di smascherare i banchieri e chi reclama che l’Occidente non assecondi le violazioni dei diritti umani in Cina. Scegliere di montare la tenda è l’extrema ratio, dopo anni di cortei e manifestazioni che finivano nel dimenticatoio non appena concluso il servizio del telegiornale.

Esuli nel cemento, sostenuti dalla compassione

Ann, Brian e gli altri hanno rinunciato a un’esistenza normale e sono diventanti profughi: esiliati in mezzo alla città. «Viviamo con l’aiuto delle persone: non tutti hanno il coraggio di unirsi a noi, ma molti sanno che quello che facciamo è importante. Teniamo viva l’attenzione su questioni fondamentali», ha detto la donna.
La banalità del quotidiano è diventata una sfida. Come bagno usano quello della metro più vicina e si lavano nelle toilette dei bar per turisti della zona, in cui si infilano di soppiatto cercando di confondersi nella folla: il rischio è di essere cacciati il malo modo.
La gente porta loro cibo e e coperte, a volte persino qualche regalo a Natale: secondo Ann, «un modo per ripagarci». Con quelle scorte da nove anni ogni 25 dicembre allestiscono una mensa di gruppo, un inconsueto banchetto seduti per terra, a 500 metri dal suntuoso pranzo reale di Buckingham Palace.
Loro, comunque, non si crucciano per le disparità. La vita di strada ha inspessito la capacità di resistere alle provocazioni, incluse quelle dell’autorità. I poliziotti formalmente non li possono mandare via: i sindaci di Londra, prima Ken “il rosso” Livingston e poi Boris Johnson, si sono dichiarati a favore della libertà d’espressione. Che include anche l’accamparsi su un marciapiede a Westminster.
Ma i trucchi sono in agguato. «Non usiamo droga, non  beviamo, evitiamo gli atti osceni: qualsiasi piccolo errore darebbe loro la legittimazione a mandarci via», ha continuato la leader degli attivisti. «Dobbiamo stare molto attenti, perché sappiamo che non aspettano altro».
Così, con dedizione e difficoltà, sono diventati un elemento del paesaggio: le guide li indicano durante il giro turistico sul bus rosso a due piani. La maggior parte dei londinesi li considera poco più che folclore locale. Loro lo sanno. «Ma non me ne andrò via per questo: chiedere chiarezza e verità è il mio lavoro. Non ne ho un altro». Una Julian Assange ante litteram. Senza la protezione dell’intellighenzia mondiale.