Wiki war

Gea Scancarello
18/10/2010

Così il Pentagono cerca di fermare il sito di Assange.

Wiki war

Alla fine il momento tanto temuto è arrivato. Il contenuto del dossier segreto relativo alla guerra in Iraq, la cui pubblicazione era stata annunciata da Wikileaks, è stato pubblicato in rete e rilanciato dalla tv panaraba Al Jazeera nella notte del 22 ottobre.
Temuto, perché l’amministrazione Obama si aspettava entro fine ottobre la pubblicazione di 400mila documenti scottanti sull’Iraq da parte del sito internet con base in Svezia, diventato un caso mondiale per aver diffuso, questa estate, rapporti “sensibili” sull’Afghanistan.
L’ultima volta si trattava di 70 mila pagine (fornite dall’ufficiale statunitense “delatore” Bradley Manning), capaci di far traballare le scrivanie del Pentagono. Adesso i documenti sono sei volte di più e rivelano che i morti in Iraq, dal 2003 al 2009, sono stati ben 109 mila di cui 66mila civili. Tra questi, 15mila avrebbero perso la vita in incidenti la cui dinamica resta da chiarire (leggi la notizia).
Non è un bel momento per l’amministrazione statunitense, visto che il consigliere per la sicurezza nazionale è stato da poco sostituito, insieme con il capo delle forze armate in Afghanistan.

La guerra in una stanza

Questa volta, però, la Casa Bianca non si è fatta cogliere del tutto impreparata: l’ipotesi di una nuova fuga di notizie, che circolava da qualche settimana, ha indotto il presidente a correre ai ripari. Così, a una ventina di minuti dallo Studio Ovale, all’interno di un ufficio ipersegreto delle forze armate, 120 analisti, esperti di controspionaggio, informatici e membri dell’Fbi sono rinchiusi da un paio di mesi in quella che è stata ribattezzata Wikileaks War Room (stanza della guerra a Wikileaks).
Il nome dice tutto: le linee nemiche per una volta sono lontane migliaia di chilometri dalle impervie valli afghane, o dai deserti iracheni, ma corrono sulle dorsali digitali di internet, a volte altrettanto ingovernabili. La task force della Rete è guidata dal generale Robert A. Carr, scelto personalmente da Robert Gates, segretario alla Difesa e braccio destro di Obama, a riprova di quanto la questione sia a cuore al presidente. I suoi uomini, stando al portavoce del Pentagono Dave Lapan, hanno passato freneticamente in rassegna gli archivi sulla guerra in Iraq per valutare quale possa essere l’impatto della loro pubblicazione.
Le capacità divinatorie di Carr, tuttavia, non devono spingersi troppo in là. Secondo indiscrezioni lasciate opportunamente filtrare da Julian Assange, fondatore del sito, la nuova infornata di documenti segreti riguarda il comportamento delle truppe in battaglia, le vittime tra i civili e, ancora peggio, il trattamento dei detenuti da parte di ufficiali locali sotto la supervisione americana. Cose, insomma, su cui Obama non vuole certo che i media ficchino il naso.

Obiettivo: cancellarli dalla faccia della terra

Nella guerra a Wikileaks c’è anche un secondo fronte aperto. Al Pentagono, si sta infatti cercando e raccogliendo materiale da passare al dipartimento di Giustizia, per un’azione legale che renda inaccessibile il sito: si risolverebbero così molti problemi dell’Amministrazione.
Un aiuto inaspettato agli americani, sotto questo fronte, è arrivato dai magistrati svedesi: a carico di Julian Assange, della cui vita si conosce pochissimo, è stata aperta in estate un’indagine per stupro. Pareva si trattasse di un buco nell’acqua, tanto che dopo sole sei ore i capi di imputazione erano caduti, ma la magistratura ha riaperto il file a settembre, e questa volta si procede con le indagini. Qualcuno, all’interno della stessa associazione, sostiene che Assange dovrebbe farsi da parte, ma il paladino dell’informazione modello 2.0 non ci pensa affatto. E, dunque, che guerra sia.