Wikileaks ha mutato la percezione del reale

Franca D'Agostini
06/12/2010

La Rete dialoga da sempre con la filosofia. E con Assange ha cambiato il senso della verità.

Wikileaks ha mutato la percezione del reale

Che cosa c’entrano i trascendentali, queste «vecchie glorie» della filosofia, come scriveva Austin, con la questione Wikileak, e con il giovane australiano Assange? Va precisato, per chi non ricordasse, che vennero chiamati «trascendentali» nel medioevo i concetti filosofici fondamentali, quelli isolati e difesi da Socrate nelle sue discussioni con i sofisti: l’essere, la verità, il bene, il bello, la giustizia, e altri. La lista più breve è «unum, verum, bonum», uno, vero, bene (l’uno però, per una convenzione consolidata, di derivazione neoplatonica, equivaleva in definitiva all’essere, ossia il reale, l’esistente). Nel tempo si sono aggiunti poi altri concetti, più o meno legati ai precedenti (l’azione, la natura, il pensiero, l’io, la storia, il linguaggio, ecc.).
Apparentemente, tra il Web e i trascendentali non c’è nesso alcuno. Ma non è precisamente così, e la mia impressione è che se si guarda alla rivoluzione culturale che l’avvento della Rete avrebbe promosso (o promesso) nella prospettiva delle vecchie glorie filosofiche, e del loro strano comportamento logico, si capiscono meglio alcune questioni che per ora rimangono sullo sfondo, percepite e intuite e non afferrate.

La verità di Wikileaks: la conferma di un’evidenza inquieta

Anzitutto, è evidente che il verum ha un ruolo interessante e primario nel «terremoto» Wikileak. Difficile interpretare l’intera vicenda senza tenere conto dei meccanismi di produzione, trasmissione, consumo, manutenzione e uso del vero e del falso (e naturalmente delle gradazioni intermedie: il quasi vero, probabilmente vero, mezzo vero e mezzo falso, probabilmente falso, quasi falso).
Ma tenere conto del verum avendo chiara in mente la natura del concetto sposta la prospettiva. Per esempio, si dice: in realtà non c’è niente di nuovo; i documenti riservati confermano in gran parte quel che già sapevamo benissimo.
Chi dice così però dimentica che la nozione di verità, come capita più in generale per tutti i trascendentali, emerge non quando si ignora totalmente, ma quando si sospetta, si dubita, o quando qualcuno sa ma non tutti sanno, o quando qualcuno dice che le cose stanno in un certo modo, e qualcun altro dice che stanno in modo diverso.
Io non parlo di verità, non penso alla verità, se vedo che il nostro primo ministro è un uomo perlomeno bizzarro, e tutti sono d’accordo nel riconoscerlo. Non mi interessa la nozione di bellezza, se vedo un quadro, lo apprezzo e tutti sono d’accordo con me nell’apprezzarlo. Non penso neppure alla giustizia se non vedo violazioni della giustizia, né tantomeno penso all’essere, al reale, se quel che vedo mi sembra semplicemente esistente, e non ho dubbi.
Parlo di verità, essere e giustizia quando non ci sono essere, verità e giustizia, o quando non so bene se ci siano o no. I trascendentali esprimono disagi dell’evidenza, per così dire: evidenze inquiete. Sono infatti, tipicamente, nozioni scettiche, si presentano nel linguaggio e nel pensiero in fasi critiche, di skepsis, appunto, di ricerca. Di qui il loro importante ruolo nella dialettica socratica, e nelle discussioni pubbliche della prima sperimentazione democratica.
Dunque non conta che ci venga ripetuto quel che in fondo sapevamo già, conta la conferma, da nuova fonte, eventualmente più affidabile, conta il riconoscimento di quel che già si intuiva. Conta il far affiorare la conferma delle verità intuite. È in quel momento che il disagio critico, la skepsis, trova soddisfazione.

Verso un nuovo approccio alla realtà: lo sguardo impersonale del Web

Una seconda questione è che a quanto sappiamo comunque Assange ha contrattato con i media e i governi le informazioni da diffondere. Dunque, si direbbe: ‘non è valido: o si diffonde tutto, o niente!’. In realtà anche in questo caso l’argomento non funziona. La verità è un problema, ed è pertanto un nome e un concetto utile, proprio perché in moltissime questioni (forse per lo più) non abbiamo tutte le informazioni necessarie. In ogni trasmissione di informazioni, specie su questioni complesse, c’è sempre una selezione, ci sono sempre silenzi, omissioni e (relative) manipolazioni.
Sappiamo bene che la notizia arriva mediata, opportunisticamente orientata. Anche quel che sto trasmettendo in questo momento, nella parte informativa, si basa su evidenze appositamente taciute ed enormi quantità di oblio, insistenze su certi aspetti e non su altri. La questione è ben nota, e molto studiata nella logica filosofica di oggi: la verità si accompagna sempre alla rilevanza, ed è sistematicamente tradita, e al tempo stesso incoraggiata, portata avanti, dalla rilevanza.
Il fatto che Assange abbia stipulato restrizioni, non è dunque di per sé granché importante: il problema non è la selezione di informazioni (visto che si seleziona sempre o quasi sempre), ma chi la compie, come, e per quali scopi, la compie.
Ed ecco allora il punto importante: il fatto che sia comparso un nuovo attore sulla scena della circolazione di informazioni, e della deliberazione conseguente: l’hacker. Non abbiamo più soltanto il politico e i media, che decidono che cosa trattenere o lasciar sfuggire, ma abbiamo una terza figura, un terzo selezionatore: Assange, più in generale gli hacker, e più propriamente, e in ultimo, lo sguardo impersonale e multiforme dei frequentatori del web.
Ha notato Umberto Eco, ricordando intuizioni condivise nella letteratura sul Web, che il caso Wikileak mostra in atto un rovesciamento del Grande Fratello: non è più il vertice a controllare, ma la base. Forse non è però precisamente così: abbiamo e forse avremo sempre dominanze e poteri, controlli, deviazioni, con vertici più o meno ristretti che riescono occasionalmente ad appropriarsi della rilevanza, e far tacere l’evidenza. Il fatto è che la vicenda (se c’è una vicenda) non è sociologica, ma filosofica.

La rivoluzione del pensiero: Internet e la riellenizzazione della ragione

Una delle tesi tipiche dei sostenitori del Web è che con l’avvento della Rete si avrebbe un ritorno ai Greci, una sorta di «riellenizzazione della ragione», per usare un’espressione di Habermas, e credo sia una tesi pienamente condivisibile. Ma la riellenizzazione non è precisamente un ritorno, è piuttosto, direi, l’affiorare sul piano linguistico e comunicativo di quel che le parole socratiche, i trascendentali, sono e sono sempre stati.
Nella riellenizzazione della razionalità iniziata-promossa dalla Rete, il trascendentale-verità, insieme agli altri, viene mobilizzato, alleggerito,viene tolto alla fissità delle strutture e riportato nella libertà imprendibile dell’evidenza. Vediamo infatti che cosa comporti la «democratizzazione della verità» iniziata-promossa dalla Rete. Il vero, e naturalmente il mezzo vero, il quasi falso, ecc., con i loro giochi di vera e falsa rilevanza e vera e falsa affidabilità, vanno nelle mani di chiunque.
Ma qui dobbiamo precisare due punti importanti. Il primo punto è che questo ‘stare nelle mani di chiunque’ è precisamente il luogo proprio del concetto di verità, ciò per cui è stato concepito e lanciato nella discussione pubblica greca. In effetti la nozione di verità è stata oggetto di un colossale fraintendimento. Se ne sono appropriate nominalmente le Chiese, e le forme istituite del sapere, è stata tolta agli scettici e consegnata nelle mani dei dogmatici.
Ma ciò corrisponde a una vera violazione del suo significato e del suo uso. Perché la struttura concettuale verum, che significa semplicemente ‘così stanno le cose’, ci serve precisamente per combattere il sapere istituito, e per permetterci di dire a chiunque, fosse pure un vescovo, o un grande luminare della scienza, ‘quel che dici non è vero, le cose non stanno così’. Usare la parola e il concetto di verità significa opporre il fragile potere dell’evidenza personale, con tutta la sua incertezza e la sua inquietudine, a quel che si spaccia per vero.
Il secondo punto riguarda il ‘chiunque’, il frequentatore della Rete, nelle cui mani ritorna il verum, propriamente inteso. Il chiunque in questione non è il demos come collettività politica, non è neppure ‘la base’, bensì la collezione di individui, liberi, dispersi, non-identificabili, protagonisti senza volto visibile. Ecco che allora, allo stesso tempo, un altro trascendentale diventa leggero: l’io, uno dei concetti-condizione più fortunati della modernità. L’io non rimane più inchiodato alla sua maschera, l’immagine, ma viaggia libero, pronto a far valere all’occorrenza le proprie inquiete evidenze. Lo stesso capita per il reale, visibilmente scisso e moltiplicato nel virtuale.

La rete e il ritorno alla filosofia: verso Hölderlin, Schelling, Hegel

Queste intuizioni sono presenti variamente, in tutta la letteratura sul Web. Credo però sia importante ricordare che non si tratta di una novità: piuttosto, del consapevole affiorare di ciò che è sempre stato. In effetti, i trascendentali sono sempre stati leggeri, sono nati leggeri, fragili, dispensabili: non per nulla come si è detto il loro nome compare in momenti critici, quando sembrano non esserci.
La verità compare nel pensiero insieme al dubbio, l’essere compare accanto al sospetto di inesistenza, o di esistenza parziale o possibile, il giusto si presenta di fronte all’ingiustizia che ci ferisce e ci indigna. Ora le parole filosofiche alle condizioni del web diventano certamente meno pesanti, meno pericolose e dunque più irrilevanti, dichiaratamente e visibilmente doppie. C’è chi si lamenta di ciò, temendo che si parli a vanvera, che si coltivi un pensiero dell’indifferenza verbale, fatta di loquacità ipertrofica e di afasie.
Io penso invece che sia meglio, in linea di principio: la pesantezza e il pericolo relativi ai concetti-parole dipendono dalla concentrazione di senso e di potere di chi le usa. Dipendono da chi le prende troppo sul serio, proclamando la fine dell’essere e l’addio alla verità, o all’opposto (con mossa neo-postmodernista) proclamando il «ritorno» dell’essere e della verità. (Come se i trascendentali e in genere le parole potessero andare e venire, a piacimento dei filosofi e dei sociologi.)
Sperimentare questa speciale mobilità delle parole fondamentali, ed esserne consapevoli, significa semplicemente fare filosofia: significa essere capaci, nel pensiero, di «rendere di nuovo fluido ciò che si è irrigidito». La filosofia infine di tutti e per tutti sognata dai giovani Hölderlin, Schelling, Hegel, nel loro Frammento sistematico, sembra essere non molto lontana. E forse non è un caso che Assange sia australiano: l’Australia ha scuole estremamente importanti, che hanno prodotto la migliore filosofia, in questi ultimi anni.

Franca D’Agostini, torinese, è docente di Filosofia della scienza al Politecnico di Torino e Analisi del linguaggio politico all’Università del Piemonte Orientale.