Giovanna Faggionato

Wto, l'Organizzazione mondiale del commercio è in declino

Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio è in declino

08 Maggio 2013 13.17
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Il movimento No global lo ha sempre considerato l’espressione dei tratti più deteriori del neo liberismo, il congegno attraverso il quale il Nord del mondo riusciva ad affamare il Sud: il mostro del capitalismo fatto organizzazione.
Ora invece la World trade organization, (Wto, ovvero l’organizzazione mondiale del commercio) conta sempre meno.
SEATTLE È LONTANA. I tempi della battaglia di Seattle, quando 40 mila persone scesero in strada per contestare il summit Wto, finendo per accerchiare i grattacieli sedi dell’incontro dove i funzionari erano barricati in preda al panico, sono lontani.
Ora le decisioni si prendono altrove. Tanto che alcuni analisti sperano che Roberto Azevedo, il primo latinoamericano scelto come direttore generale, contro le preferenze di Stati Uniti ed Unione europea, ne riesca a risollevare le sorti. Una bella sfida per il nuovo timoniere.
MECCANISMO INCEPPATO. Finora, il sistema Wto ha condotto a una progressiva e costante integrazione dei mercati. Ma negli Anni 2000 il meccanismo si è inceppato. E il motivo è soprattutto l’aumento del peso dei Paesi emergenti, capaci di fare da contrappeso all’asse Usa-Ue-Giappone. Per capirlo, basta guardare come funzionano gli ingranaggi dell’organizzazione di Ginevra.

Wto: 159 membri e 100 missioni l’anno nei Paesi in via di sviluppo

Il sistema Wto si fonda sul principio della ‘nazione favorita’, secondo il quale un Paese deve concedere a tutti i 159 Paesi membri le condizioni offerte al partner commerciale a cui ha garantito il miglior trattamento.
FACILITARE LA LIBERALIZZAZIONE. L’obiettivo è facilitare la liberalizzazione del commercio, eliminando gli ostacoli agli scambi commerciali (cioè dazi e contingentamenti) su merci, servizi e proprietà intellettuale. Il Wto si fa garante degli accordi raggiunti dai Paesi membri, aiuta a dirimere le eventuali controversie e fornisce assistenza ai Paesi in via di sviluppo con veri e propri seminari e con oltre 100 missioni sul campo all’anno.
TRE GRANDI ACCORDI. Finora l’Organizzazione del commercio ha contribuito alla stesura di tre grandi intese, veri architravi degli scambi globali. Il primo è il Gatt, l’accordo sulle merci, firmato nel 1947, a seguito degli accordi di Bretton Woods: l’accordo principe dello sviluppo economico del Dopoguerra. Poi nel 1994 sono stati firmati anche l’accordo sul commercio dei servizi (Gats) e quello sulla proprietà intellettuale (Trips).
A GINEVRA 640 PERSONE. Nel quartier generale, a Ginevra, lavorano circa 640 persone: giuristi, statistici, economisti ed esperti di diritto, impiegati a monitorare i flussi del commercio globale, a controllare l’applicazione delle norme da parte dei singoli Paesi (l’organizzazione impone la massima trasparenza) e dirimere i contenziosi.
Uno Stato membro, infatti, può denunciare al Wto il mancato rispetto delle regole da parte di un altro Paese. A questo punto, tre esperti dell’organizzazione esprimono un giudizio. Una volta concluso l’arbitrato, il Paese condannato subisce sanzioni: generalmente un blocco commerciale.
RICORSI FREQUENTI. Contro il giudizio iniziale, si può fare ricorso al tribunale d’appello del Wto. Cosa che, «causa crisi, avviene con sempre maggiore frequenza», ha confermato a Lettera43.it Giorgio Sacerdoti, professore di Diritto internazionale all’università Bocconi e presidente del tribunale di appello nel biennio 2007- 2008. Il sistema giuridico, insomma, funziona a pieno ritmo. Mentre non c’è «nessuna spinta a concludere un nuovo accordo generale».

La crisi del sistema dei negoziati e il boom degli accordi bilaterali

A Ginevra siedono i rappresentanti diplomatici di tutti gli Stati membri. Le trattative, infatti, sono continue. I 27 Paesi dell’Unione europea inviano un unico staff diplomatico che fa riferimento a Bruxelles. Le decisioni vengono prese nella maggioranza dei casi all’unanimità. E poi sono ratificate dai parlamenti dei singoli Paesi.
Con questo sistema, il risultato dell’intesa è influenzato in misura maggiore dalle nazioni che si presentano al tavolo con maggiore peso politico ed economico. Fino agli Anni ’90, fondamentalmente gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone, poi anche l’India, la Cina, il Brasile.
TRATTATIVE APERTE DAL 2001. Da Bretton Woods ci sono stati otto cicli di negoziati che hanno progressivamente abbassato il livello delle tariffe doganali, ampliando il mercato mondiale.
Ma con l’aumento degli Stati coinvolti e la crescita economica e politica dei Paesi emergenti, gli interessi si sono moltiplicati e le intese sono diventate sempre più difficili. Negli ultimi 70 anni, ogni ciclo di trattative ha superato in durata quello precedente. Nel novembre 2001 è stato lanciato a Doha l’ultimo negoziato. E a 12 anni di distanza non si è ancora chiuso.
DAZI CONTRO SUSSIDI. Il processo si è arenato in un muro contro muro. I Paesi emergenti, Brasile in primis, non vogliono eliminare i dazi sui prodotti industriali. Mentre Europa e Stati Uniti non vogliono tagliare i sussidi alla propria agricoltura.
I negoziati si sono avvitati su se stessi, le fazioni si sono moltiplicate e ogni Paese partecipa a più gruppi di pressione. Per il dossier agricoltura, per esempio, i fronti sono numerosi e sovrapposti. C’è l’Ue, ci sono gli Stati Uniti. Ma ci sono anche i Carneis, i Paesi che chiedono la completa liberalizzazione del settore agricolo, come Sudafrica, Argentina, Australia, Canada e Brasile. I G33 tra cui India, Venezuela, Nigeria, che chiedono una riforma parziale e flessibile. E soprattutto i G20 – capitanati da Brasile, India e Cina – che chiedono di metter fine al protezionismo occidentale. Il risultato è che l’accordo non si trova.
UNA SCATOLA VUOTA. E così Bruxelles e Washington hanno deciso di fare da sé, aprendo le trattative per un accordo di libero scambio bilaterale. Brasile e Cina hanno seguito il loro esempio. Mentre Bruxelles sta trattando anche con l’India. «È difficile che un direttore generale possa cambiare qualcosa», ha concluso Sacerdoti. Il protezionismo e il regionalismo stanno avendo la meglio sul ‘libero scambio’ disegnato sulle esigenze del primo mondo. E la presunta potenza del Wto rischia di diventare solo una scatola vuota.

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