Yara, gli elementi contro Bossetti e quelli a suo favore

Gabriele Lippi
18/02/2015

Nove indizi lo incastrano. Sette lo assolvono. Dna, video, tracce e furti: il punto sul caso.

Yara, gli elementi contro Bossetti e quelli a suo favore

Ormai da giugno 2014 il presunto assassino di Yara Gambirasio ha un volto e un nome. O forse no.
Perché se Massimo Giuseppe Bossetti resta l’unico sospetto per l’omicidio della 13enne di Brembate di Sopra, è altrettanto vero che le prove contro di lui (che pure si moltiplicano) non sono sufficienti a cancellare i dubbi.
ALTRO CHE CASO CHIUSO. Restano ancora tanti i dubbi e gli elementi che possono scagionare il muratore bergamasco, che continua a professarsi innocente.
Così, otto mesi dopo la cattura di Bossetti, si è ben lontani da quel «caso praticamente chiuso», di cui parlò il procuratore generale di Brescia Pier Luigi Maria Dell’Osso il 17 giugno 2014.
Ecco gli indizi che spingono per la sua condanna e quelli che invece potrebbero dimostrarne l’innocenza.

 

Contro Bossetti

 

1. Il Dna sul corpo di Yara è del muratore

Fin dal primo giorno è stata la prova maggiormente cavalcata dagli inquirenti, che hanno cercato attraverso i test l’identità di ‘Ignoto 1’, risalendo prima a suo padre (l’autista di Gorno Giuseppe Guerinoni), poi a Bossetti, incastrato dall’alcol test.
COMBACIA AL 99,99%. Il suo profilo genetico combacia per il 99,99999987% con quello riscontrato sui vestiti e sul corpo di Yara. Ma non è abbastanza.

2. La calce sui vestiti e nei polmoni della 13enne

Sugli stessi vestiti e nei polmoni della ragazzina di Brembate sono state trovate tracce di calce proveniente da un cantiere.
TONDINI SULLE SCARPE. Mentre sulle sue scarpe c’erano piccolissimi tondini come quelli usati nell’edilizia. Il mestiere di Bossetti: muratore.

3. Il cellulare agganciato alla cella vicina alla palestra

Il telefonino di Bossetti, alle 17.45 del giorno in cui è stata uccisa Yara (26 novembre 2010), risultava agganciato a una cella vicina alla zona dove si trova la palestra frequentata dalla ragazzina, le cui tracce si sono perse un’ora dopo.
Poi il cellulare dell’uomo è rimasto staccato fino alle 7 della mattina successiva.
PROBLEMI DI BATTERIA. Bossetti si è difeso dicendo che la batteria non reggeva, e che di lì a poco avrebbe cambiato il telefono. Ma le circostanze restano quantomeno sospette.

 

4. Le contraddizioni di Bossetti sui suoi passaggi serali

Per i primi due interrogatori Bossetti si è avvalso della facoltà di non rispondere, poi ha iniziato a dare la sua versione. Aggiungendo ulteriori elementi di spospetto per gli inquirenti.
Bossetti raccontò di essere passato vicino al centro sportivo la sera della scomparsa di Yara («il 26 o forse il 27»), e di esser rimasto colpito dai furgoni inviati dalle televisioni per seguire il caso.
Quei mezzi però arrivarono non prima del giorno successivo.
SCONVOLTO, MA NON PER LA MOGLIE. Inoltre il muratore bergamasco disse di essere rimasto sconvolto dalla notizia, ma la moglie Marita Comi, in qualche modo, lo smentì: «Era tranquillo quando parlava di Yara». Peraltro non spesso, sempre a sentire la moglie.

5. La strana visita al campo di Chignolo con la moglie

La stessa Marita raccontò agli inquirenti di essere stata condotta dal marito proprio nel campo di Chignolo in cui fu ritrovato il corpo di Yara.
«VOLEVAMO VEDERLO». «Parecchio tempo dopo», ha dichiarato la donna secondo quanto riportato da la Repubblica, «volevamo andare a vedere il luogo. Non trovammo la strada, ma alla fine ci siamo arrivati. Che io sappia», ha aggiunto, «mio marito non ci è mai andato». Ma riuscì comunque a orientarsi fino al luogo del delitto.

6. Il fratellino di Yara parlò del «signore con la barbetta»

«Yara aveva paura del signore con la barbetta». Con queste parole, il fratellino della giovane uccisa ha alzato nuove nubi su Bossetti, che all’epoca dei fatti portava un pizzetto biondo.
«Aveva paura di un signore in macchina che andava piano e la guardava male quando lei andava in palestra e tornava a casa percorrendo la via Morlotti».
«MACCHINA GRIGIA LUNGA». Quell’auto, secondo il racconto di Yara, sarebbe stata una «macchina grigia lunga». Molto simile, come descrizione, alla Volvo V40 dello stesso colore di proprietà di Bossetti.

7. Il furgone ripreso vicino alla palestra

Per mesi gli investigatori hanno cercato dei video che potessero dimostrare la presenza del furgone di Bossetti (un Iveco Daily) vicino alla palestra la sera della scomparsa di Yara. Alla fine li hanno trovati.
CATARIFRANGENTE NON DI SERIE. A tradire Bossetti sarebbe stato un catarifrangente non di serie, un pezzo di ricambio utilizzato dal muratore per riparare l’auto.
Accertato anche che il muratore non era al lavoro il giorno dell’omicidio.

 

8. Le ricerche di materiale pedopornografico su internet

La cronologia sul computer di Bossetti ha fatto emergere una ricerca inquietante su internet.
Il carpentiere avrebbe digitato le parole «13enni rosse» e «vergine» con la sua tastiera.
MOVENTE SESSUALE. Per i magistrati questo forte interesse per il «sesso delle 13enni» potrebbe costituire un valido movente sessuale.

9. Le tracce della tappezzeria del Daily sui leggings di Yara

L’ultimo indizio emerso in ordine di tempo a carico di Bossetti è la presenza riscontrata sui leggings di Yara di fili dei sedili dell’Iveco Daily.
I RIS CONFERMANO: STESSO MATERIALE. Gli esami di laboratorio dei Ris, sostenuti anche dalle analisi dell’anatomopatologa forense Cristina Cattaneo, attesterebbero che si tratta dello stesso materiale.

 

A favore di Bossetti

 

1. L’assenza dell’arma del delitto

Difficile identificare il colpevole di un omicidio senza aver trovato prima l’arma.
Secondo le ferite sul corpo di Yara si tratterebbe «di strumento da punta e taglio, con spessore della lama minimo di 0,2 millimetri e lunghezza di almeno 2 centimetri, con possibile copertura in titanio», stando alle indagini.
«USATO UN COLTELLO». CHE NON C’È. Per le caratteristiche rilevate «è meno probabile che si sia trattato di un taglierino (cutter), ma piuttosto di un coltello». Niente di simile è nelle mani degli inquirenti.

2. Il furto di attrezzi denunciato da Bossetti

Bossetti dichiara di aver subito il furto di alcuni strumenti dal suo furgone: una livella elettronica, una bindella, due scalpelli di cui uno a punta acuminata (la possibile arma del delitto?), cazzuole e un distanziatore.
La denuncia risale al 2012, ma il furto sarebbe stato subito prima del 26 novembre 2010.
SU QUESTO PUNTA LA DIFESA. E se fossero stati rubati da chi ha ucciso Yara? È la tesi della difesa di Bossetti, che così spiegherebbe anche la presenza del Dna del suo assistito sul luogo del delitto.

 

3. Le amiche della 13enne negano di averlo notato

Per un fratellino che traccia l’identikit di un orco simile a Bossetti, ci sono diverse amiche e compagne di palestra di Yara che non lo chiamano in causa.
«MAI VISTO PRIMA». Le ragazzine dichiarano di non aver mai visto il muratore aggirarsi dalle parti della struttura sportiva frequentata da loro e dalla vittima.

4. L’assenza di tracce di Yara nel furgone

Se sui leggings di Yara sono stati trovati fili riconducibili alla tappezzeria dell’Iveco Daily di Bossetti.
Ma sul furgone non si sono mai rinvenute tracce del Dna della ragazzina.
UNA PROVA SPUNTATA. Così l’ultima prova nelle mani degli inquirenti rischia di essere un’arma spuntata.

5. La moglie a Gente spiega che Bossetti era in casa

Se ci sono parole di Marita Comi che suscitano nuovi sospetti, ce ne sono altre che forniscono un bell’alibi a Bossetti.
«Se Yara fosse stata uccisa al mattino o al pomeriggio, forse non potrei giurare sull’innocenza di mio marito», disse la donna in un’intervista a Gente, «ma quella bambina è morta dopo le 19, forse dopo le 22. Massimo non poteva essere là fuori a uccidere, perché era a casa».
«OGNI GIORNO È UGUALE ALL’ALTRO». Come fa a esserne così certa? «Perché ogni giorno per noi è identico all’altro, da sempre. Ecco perché posso sostenere: io so che non è lui, io gli credo. La banalità felice della nostra esistenza è il nostro alibi, la mia sicurezza».

6. Il Dna mitocondriale non corrisponde

Il 27 gennaio 2015, dopo mesi in cui la genetica era stata la famosa pistola fumante in mano agli inquirenti, tutto si è ribaltato.
Secondo nuove analisi svolte da Carlo Previderè, ricercatore responsabile del laboratorio di genetica forense dell’università di Pavia e incaricato dal pm di Bergamo Letizia Ruggeri di analizzare i capelli e i peli trovati sul corpo della vittima, il Dna mitocondriale rinvenuto sugli slip di Yara non corrisponderebbe a quello di Bossetti.
TEST NON PIÙ RIPETIBILE. E il test non sarebbe ripetibile perché la traccia «più caratteristica» è terminata. Resta l’altissima compatibilità del Dna cellulare (99,99999987%), ma rischia di non bastare.

 

7. Ci sarebbe un testimone a suo favore

Il 7 gennaio 2015 l’avvocato Claudio Salvagni, difensore di Bossetti, ha annunciato in un’intervista a La Vita in diretta di voler presentare un testimone a favore del sospetto omicida.
«DA VERIFICARE L’AUTENTICITÀ». «Stiamo verificando la veridicità di alcune parole che ci sono state riferite da un testimone», ha spiegato l’avvocato al Corriere.it, «se tutto venisse confermato e fosse riscontrato ci rivolgeremmo direttamente alla procura della Repubblica di Bergamo, ma al momento non possiamo rivelare se sia uomo o donna».
Per ora, però, non c’è traccia di questo testimone.