Ucraina, Zelensky a Davos tra desideri irrealizzabili e bagno di realismo

Stefano Grazioli
16/01/2024

Il presidente ha chiesto all'Europa di fare di più contro il «predatore» Putin, nella convinzione che Kyiv vincerà la guerra e riconquisterà i confini del 2014. Ma ormai è chiaro che qualsiasi piano di pace non può prescindere da Mosca. Il tempo stringe: non solo i fondi Usa sono ancora bloccati ma una probabile rielezione di Trump porterebbe al disimpegno di Washington. Lo scenario.

Ucraina, Zelensky a Davos tra desideri irrealizzabili e bagno di realismo

La trasferta svizzera di Volodymyr Zelensky tra Berna e Davos può essere valutata attraverso due lenti: quelle che mostrano la realtà parallela in cui si muove coscientemente il presidente ucraino, e non solo lui, e quelle che restituiscono più fedelmente lo stato delle cose, scevro da ogni wishful thinking e distorsione propagandistica.

I desiderata di Zelensky e i limiti del piano di pace ucraino

Attraverso le prime si leggono le dichiarazioni in pompa magna di Zelensky, il cui obiettivo nella guerra con la Russia rimane sempre quello di respingere i russi fuori dal Donbass e dalla Crimea alla prossima controffensiva, accompagnate da quelle della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ancora convinta che Mosca sia isolata politicamente ed economicamente, vicina al collasso. Zelensky, al suo debutto al World Economic Forum, ha chiesto all’Occidente di mostrare maggiore unità nel sostegno a Kyiv. I timori riguardo a una possibile escalation, secondo il presidente ucraino, hanno fatto solo perdere tempo a Kyiv. «Putin incarna la guerra», ha detto Zelensky guadagnandosi la standing ovation. «Non cambierà…Dobbiamo cambiare noi affinché la follia che risiede nella testa di quest’uomo o di qualsiasi altro aggressore non prevalga». «Vi ricordo che dopo il 2014 c’è stato un tentativo di congelare la guerra in Donbass», ha aggiunto. «C’erano garanti influenti, tra cui la cancelliera della Germania e il presidente francese. Ma Putin è un predatore non soddisfatto dai prodotti congelati. Dobbiamo difenderci, difendere i nostri bambini e le nostre mogli e possiamo batterlo sul terreno, lo abbiamo provato», ha sottolineato Zelensky. «Come possiamo essere soddisfatti di sanzioni che nemmeno bloccano la produzione di missili russi?». Le seconde lenti mettono invece a fuoco la versione dei padroni di casa svizzeri che, tramite il consigliere federale Ignazio Cassis che ha guidato l’incontro in cui si è discusso del cosiddetto piano di pace ucraino, hanno detto la cosa più ovvia che si potesse dire, e cioè che senza la Russia al tavolo dei negoziati non si può certo porre fine al conflitto.

Ucraina, Zelensky a Davos tra desideri irrealizzabili e bagno di realismo
Volodymyr Zelensky al World Economic Forum di Davos (Getty Images).

Putin non cambia idea: eventuali negoziati devono partire dalla situazione sul campo

Secondo il piano di Zelensky, le trattative di pace devono passare attraverso il ritiro delle truppe russe dal Donbass e dalla Crimea e l‘Ucraina deve tornare ai confini del 2014, prima dell‘annessione della penisola sul Mar Nero. Per Vladimir Putin, sin da quando alla fine del 2022 Kyiv ha presentato le sue condizioni, la visione ucraina è irrealistica ed eventuali negoziati devono partire dallo status quo: al momento la Russia ha annesso circa un quinto del territorio ucraino, oltre alla Crimea parti consistenti delle regioni di Lugansk, Donetsk, Zaporizhzhia e Kherson. Il Cremlino nei mesi scorsi ha accennato varie volte alla possibilità di trattare con l’Ucraina, liquidando da un lato il piano di Zelensky e dall’altro accusandolo di non voler scendere a compromessi. Da parte sua la Russia non ha avanzato ipotesi concrete per eventuali negoziati se non quella appunto di dover discutere partendo dalla situazione sul campo. E questa, almeno nella fase attuale della guerra, è favorevole a Mosca. Putin ritiene insomma di avere il coltello dalla parte del manico, considerando anche la cornice internazionale e gli altri conflitti, in atto e potenziali, dal Medio Oriente a Taiwan, che l’Occidente deve parallelamente gestire. Quella in Ucraina è una guerra di logoramento, in cui la Russia, anche alla luce delle maggiori risorse disponibili, pensa di poter prevalere. I falchi a Mosca puntano a maggiori conquiste, allargano il perimetro attuale, verso Kharkiv a nordest e Odessa a sud. Tutto il contrario rispetto al piano di Zelensky, che sarà quello da cui l’Occidente dovrà prendere spunto, liberandolo però dai desideri irrealizzabili.

Ucraina, Zelensky a Davos tra desideri irrealizzabili e bagno di realismo
Vladimir Putin (Getty Images).

Gli aiuti Usa bloccati e lo spauracchio della possibile rielezione di Trump alla Casa Bianca

A Davos il presidente ucraino ha ribadito che il 2024 dovrà essere l’anno decisivo per la vittoria di Kyiv, cosa che aveva già detto lo scorso anno, ma questa volta i consigli di mettersi sulla difensiva gli sono arrivati direttamente dagli Stati Uniti, dove non solo i 61 miliardi di dollari di aiuti militari e finanziari sono ancora bloccati, ma l’eventuale ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca potrebbe segnare un ulteriore disimpegno a partire dal 2025. Quest’anno di campagna elettorale Usa e di guerra di logoramento in Ucraina difficilmente porterà cambiamenti decisivi al fronte, ma il presidente ucraino è ormai imprigionato in un ruolo da cui non può e probabilmente non vuole nemmeno uscire. E visto che dall’altra parte ci sono Putin e una Russia sicuramente scossa ma non al collasso, le lenti del realismo stanno facendo vedere chi sta pagando il prezzo più alto per questa guerra e continuerà a farlo.