La solitudine di Zelensky tra pressing interno e allontanamento dell’Occidente

Stefano Grazioli
22/11/2023

A Kyiv il cerchio magico traballa, anche a causa dei contrasti del presidente con i vertici militari. Al di là delle visite di facciata, il sostegno alleato si sta raffreddando. Mentre l'opposizione che fa capo a Poroshenko ha iniziato la partita per la successione alla Bankova. Il leader teme una Maidan 3 orchestrata dal Cremlino, anche se a dargli la spallata più che Mosca potrebbe essere Washinghton.

La solitudine di Zelensky tra pressing interno e allontanamento dell’Occidente

La guerra non è un film, non finirà presto. Parola di Volodymyr Zelensky, attore comico entrato alla Bankova nella primavera del 2019. Sono passati quasi due anni dall’inizio dell’invasione russa, 10 anni dall’inizio delle proteste di Maidan che portarono al cambio di regime nell’ex repubblica sovietica, oltre otto dallo scoppio del primo conflitto nel Donbass, e il bagliore di realismo del presidente ucraino conferma che la situazione è complicata, al di fuori della fiction. E dire che solo 12 mesi fa la leadership a Kyiv, accompagnata dalla propaganda mediatica di analisti ed esperti occidentali, indicava la vittoria vicina, già nell’estate 2023, con i russi in fuga da Donbass e Crimea.

La solitudine di Zelensky tra pressing interno e allontanamento dell'Occidente
Volodymyr Zelensky (Getty Images).

Il cerchio magico di Zelensky perde i pezzi e l’opposizione che fa capo a Poroshenko ha dato inizio alla partita per la successione

In realtà, fallito il piano A del Blitzkrieg con la presa della Capitale e la destituzione del presidente, Vladimir Putin aveva già pronto il piano B, quello della guerra di logoramento: la seconda fase è iniziata nell’aprile del 2022 e continuerà fino a che non sarà raggiunto un accordo. Al momento la Russia, dopo il sostanziale fallimento della controffensiva ucraina, mantiene l’occupazione di parti delle regioni di Zaporizhzhia e Kherson oltre ai territori presi nella prima guerra; l’Ucraina sembra avere il respiro corto, tra carenza di uomini e armi, con gli aiuti occidentali che finora non si sono rivelati decisivi a mantenere le promesse a una popolazione sempre più stanca e martoriata. In questo contesto Zelensky, la cui popolarità si mantiene alta, nonostante il suo rating sia per forza di cose in discesa, sta attraversando la più difficile fase della sua presidenza di guerra, anche a causa dei contrasti con i vertici militari e il generale Valery Zaluzhny. Non solo: i pezzi del cerchio magico che se ne sono andati, uno su tutti l’ex consigliere Olexy Arestovich, e l’opposizione che fa capo all’ex presidente Petro Poroshenko, hanno avviato già la partita interna per la possibile successione. Zelensky da parte sua ha tagliato la testa al toro, ricordando che in tempo di guerra non si può votare, ma la via per le urne potrebbe trovare sbocchi in caso di tregua e comunque prima o poi a Kyiv si dovrà votare. La data dipenderà dall’andamento del conflitto.

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Il generale Valery Zaluzhny (Getty Images).

Perché i sospetti di Kyiv di una Maidan 3 orchestrata dalla Russia non sono fondati

Negli ultimi giorni, pressato sul fronte interno e dimenticato su quello internazionale, nonostante le visite placebo a Kyiv del segretario della Difesa statunitense Lloyd Austin e  del ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius, Zelensky ha dichiarato che la Russia starebbe preparando una rivoluzione per defenestrarlo, una sorta di terza Maidan, dopo quella di 10 anni fa e la rivoluzione arancione del 2004, e l’operazione con la regia di Mosca dovrebbe svolgersi entro la fine dell’anno. E così ritorna subito alla fiction, non fine a se stessa, ma sempre con obiettivi precisi: in questo caso non si tratta certo di minacce di sollevazioni popolari come nel 2004 e nel 2013, visto che gli elettori ucraini hanno purtroppo altro a cui pensare che non scendere in piazza contro il presidente. Che tra l’altro gode ancora di molto favore e controlla a maggioranza assoluta il parlamento. È vero che l’opposizione è in fermento, le crepe nell’establishment ci sono, ma la terza rivoluzione con la regia di Mosca è lo spauracchio che viene lanciato verso l’Occidente che un po’ si sta stancando sia della guerra che del presidente. L’appoggio di Stati Uniti ed Europa, nonostante i proclami, non è sufficiente per ribaltare la situazione con la Russia e allora per Zelensky è meglio prospettare il worst case scenario, cioè una sua sostituzione per mano di Mosca, anche se è proprio a Kyiv che ci si sta muovendo per un futuro che potrebbe non essere nemmeno troppo lontano. La guerra non va bene, i dissidi interni stanno venendo alla superficie e Zelensky, senza buoni risultati sul campo, potrebbe trovarsi di fronte già l’anno prossimo a dover fare i conti con nuovi rivali desiderosi di prendere il suo posto alla Bankova. E non tanto con il benestare di Mosca, ma con quello di Washington.

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Lloyd Austin e Volodymyr Zelensky (Getty Images).