Zingaretti lasci perdere sia Renzi sia la sinistra radicale

Il segretario Pd è riuscito a evitare l'estinzione del partito. La ricostruzione però è ancora lunga e difficilissima. E la battaglia prima che parlamentare deve essere politico-sociale. 

27 Maggio 2019 07.00
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Parliamo di sinistra. Dopo il voto politico dello scorso anno che punì gravemente il Pd e mortificò il tentativo del partitino di Pietro Grasso and company, quest’anno abbiamo un Pd in netta ripresa e una sinistra radicale avviata verso l’estinzione. Il risultato della sinistra radicale, simile al risultato di tutte le sinistre radicali europee – anche quella di Jeremy Corbyn che sembrava vincente – dice che è un capitolo che ragionevolmente andrebbe chiuso. Non c’è nelle nostre società una domanda di identità di tipo socialista e tanto meno comunista. Non c’è, soprattutto, un elettorato che abbia voglia di tornare a simboli e polemiche del passato. Ancora: il cittadino di sinistra scappa di fronte a partiti che inseguono lo scontro e che non amano la fatica della ricostruzione unitaria. Questo fenomeno riguarda anche forze liberali come quelle coagulate da Emma Bonino. Anche quel radicalismo liberale non ha spazio se intende presentarsi presuntuosamente da solo come forza egemone di idee e politiche antiche.

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Sopravvivono, spesso bene, partiti come i socialisti spagnoli. Tsipras ha un discreto risultato (ma Syriza non va oltre il 27% e il premier ha chiesto elezioni anticipate). In alcune democrazie del Nord Europa socialisti e i nuovi Verdi danno una prospettiva anti-sovranista molto importante. Ma torniamo all’Italia. Questo risultato cancella dalla scena politica l’idea di Matteo Renzi di mettersi a capo di un partito macroniano. Prenderebbe meno voti di Emma Bonino. Renzi può scegliere di stare in quel Pd che Nicola Zingaretti ha portato a un risultato decente dopo il disastro combinato dai renziani o tornare a casa a riflettere sull’irrealtà delle sue idee.

ZINGARETTI HA VINTO IL PRIMO ROUND: EVITARE L'ESTINZIONE DEL PD

Carlo Calenda dovrebbe rendersi autonomo. È lui l’uomo di riferimento di un’ala liberale interna al Pd contro la quale la sinistra radicale ha poco da polemizzare avendo portato, ancora una volta, centinaia di migliaia di militanti allo sbaraglio. Zingaretti può dire di aver vinto il primo round della sua lunga battaglia. Il risultato fa uscire il Pd dal rischio dell’estinzione lo libera dal ricatto emotivo del voto in fuga verso i 5 stelle o verso la sinistra radicale, gli dice tuttavia che la ricostruzione sarà ancora lunga e difficilissima. Questa ricostruzione parte da una definizione identitaria anti-sovranista, anti-populista, europeista. La tentazione di definire con un marchio politico il suo partito – lo dico a malincuore – non funzionerebbe. Il Pd non sarà il nuovo partito socialista, potrà essere la speranza di un centrosinistra che si allarga a molti contributor.

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BISOGNA TORNARE A UN PARTITO CHE ASSOMIGLI ALL'IDEA DI PRODI

La crisi dei 5 stelle potrà portare molti voti al Pd, anche se è realistico pensare che lo svuotamento dei grillini sia dovuto solo in parte al ritorno di voti a sinistra ma molto al travaso fra grillini e leghisti. Contrastare i 5 stelle nelle loro prossime battaglie giustizialiste e anti-sviluppiste è in minimo che Zingaretti possa fare. Di fronte a un risultato come quello di oggi immaginare un governo che metta insieme i perdenti per tener fuori la Lega regalerebbe milioni di nuovi voti a Salvini. Fa bene Zingaretti a dire che se il governo va in crisi è bene che si voti. Anche questa volta Pier Luigi Bersani non l’ha azzeccata. La paura del voto è la malattia senile della sinistra. Il voto fa bene, ti aiuta a liberarti dalle scorie, ti costruisce come struttura di battaglia, affina i tuoi programmi. Zingaretti deve fare il miracolo di un partito che assomigli all’idea di Romano Prodi ma che sia, rispetto a quello, radicato nella società e più netto nel riformismo.

LA BATTAGLIA PRIMA CHE PARLAMENTARE È POLITICO SOCIALE

Non sono fra quelli che pensano che bisogna ripartire da zero. In fondo se oggi il Pd è sopra i 5 stelle è perché non è partito da zero. È partito dall’idea di mettere assieme le forze riformiste come argine contro sovranisti e populisti e come promotore di riformismo europeista. La sfida di Zingaretti in un punto è unica rispetto a quelle di tutti i suoi predecessori. Tutti loro hanno ignorato il tema del radicamento nella società e dell’organizzazione. Il Pd non vincerà con campagne di opinione se queste non saranno sorrette da una struttura organizzativa liberata da burocrazie, da boss di corrente, da dirigenti incapaci di parlare al popolo. Il sogno di un Salvini ridimensionato è durato il tempo di due o tre exit poll. La battaglia sarà durissima, non sarà battaglia parlamentare ma soprattutto politico-sociale, si svolgerà anche sui luoghi di lavoro e nelle piazze. La sinistra radicale non sarà d’aiuto. Leggo i primi stizziti commenti sui social e li vedo commentare con disprezzo il risultato di Zingaretti. Adios.

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